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Come la pensate: le risposte all’appello di Urbinati, Bonaga e Ignazi sul futuro della sinistra. L’intervento di Domenico Epaminonda

Di TPI
Pubblicato il 22 Mar. 2021 alle 12:37 Aggiornato il 22 Mar. 2021 alle 15:58
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Immagine di copertina

Pubblichiamo di seguito l’intervento di Domenico Epaminonda in merito all’appello sul futuro della sinistra “La forza della Ragione e il coraggio della politica” [Leggi qui], lanciato da Nadia Urbinati, Stefano Bonaga e Pietro Ignazi. Per lasciare la tua firma, aderire all’iniziativa e condividere il tuo pensiero scrivi a discutiamo@tpi.it

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L’intervento di Domenico Epaminonda

Pensare di risolvere i problemi del Partito Democratico nominando Enrico Letta segretario serve solo ad allungare l’agonia di un corpo a cui manca il respiro da tempo. Nessun dubbio sulle qualità dell’uomo né sulle sue capacità di dirigente politico. Ma il problema è alla radice, alla linfa che manca alla terra da cui prende vita un partito: la fiducia degli elettori che dovrebbero sostenerlo.

C’è un dato che emerge dai sondaggi commissionati dai vari talk show politici televisivi che viene sempre sottostimato per importanza, e che riguarda la percentuale di astensione degli elettori. Essa si aggira sempre tra il 40/45 per cento degli intervistati. Quasi un italiano su due oggi non sa a chi dare il proprio voto, e anche se a livello superficiale potremmo liquidare la questione come una ormai cronica disaffezione generale dalla politica.

Se provassimo ad esaminare in dettaglio la natura di quell’elettorato, le riflessioni che potremmo coglierne sono tutt’altro che banali. Secondo l’opinione di tanti (compresa la mia), la stragrande maggioranza di quegli astenuti sono persone di sinistra o comunque di centro sinistra, e basta fare 2 calcoli per dedurlo anche se nell’analisi procedessimo per esclusione.

Infatti di fronte a delle forze politiche di destra e di centro destra che offrono una vasta gamma di alternative elettorali (Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia), a un centro mai così variegato da anni a questa parte (Calenda, Renzi, PiùEuropa) e a un Movimento 5 Stelle che con Conte alla guida arriva abbondantemente al 20 per cento dei consensi, sembra abbastanza verosimile l’ipotesi che quella buona parte di astenuti sia gente disaffezionata più che dalla politica, da una certa classe dirigente, che dal PD alle altre forze politiche della sinistra si è persa da tempo nei meandri delle beghe di capi corrente e capi lista, o in dinamiche autoreferenziali di partitini dell’1 per cento divisi su ogni virgola, che non hanno più contatto con il paese reale, perché ancora troppo legati a schemi e interpretazioni di realtà storiche lontanissime e improponibili.

Di fronte a una classe politica nazionale e locale che fatica a rinnovarsi, a fare i conti con il proprio passato e che non è in grado più di proporre una visione alternativa del paese e della società, come si può pensare di riuscire a convincere milioni di giovani, donne, lavoratori precari, cittadini sensibili alle questioni ambientali e alle tematiche legate alle disuguaglianze economiche e sociali, a farsi ascoltare o a ritrovare entusiasmo e fiducia nei confronti di chi dice a parole di voler ascoltare le loro rivendicazioni, salvo poi tradirle ogni volta per questioni di opportunità politica o di governo?”

Se noi diventiamo il partito del potere, moriamo” cit. Enrico Letta. Da quando è nato il Partito Democratico nel 2007 ha governato per 11 anni senza aver vinto una volta l’elezione. A parte quella mezza di Bersani, in tutti questi anni il PD non ha fatto altro che governare quando gli altri fallivano, appoggiando coalizioni e esecutivi sempre in fasi di estrema necessità e emergenza.

Lo ha sintetizzato bene Enrico Letta, quando ha paragonato il ruolo assunto in questi anni dal partito a quella Protezione Civile italiana nelle fasi più critiche vissute dal paese. Il governo è diventato così il fine ultimo e non più il mezzo attraverso cui poter incidere. L’obiettivo da raggiungere in qualunque modo anche a costo della propria identità, alleandosi praticamente con tutti. Chiuso nelle stanze dei palazzi istituzionali, il Partito Democratico ha perso il contatto con il paese, e nei luoghi dove le disuguaglianze hanno raggiunto livelli insostenibili è ormai scomparso.

L’obiettivo principale della sua classe dirigente è stato quello di governare e basta, senza darsi un programma, una visione condivisa di come gestire e dare un programma ad un partito in un paese, che di fronte alla crisi economica e globale iniziata all’indomani della sua nascita nel 2008, è uscito stravolto completamente nelle sue dinamiche sociali e economiche.

Governare per molti dirigenti del PD ha significato solo gestire il potere per ampliare i propri pacchetti di voti e di tessere per poi utilizzarli come fisches da gioco per farsi mettere in lista o influenzare le scelte e le azioni del partito, in relazione ai propri interessi personali o di corrente. Un circolo ricreativo sempre più ristretto, una specie di club del burraco per impiegati della poltrona avari, che di fatto ha incancrenito dall’interno un corpo sempre più svuotato dalla vitalità di molti giovani che disgustati si sono sempre più allontanati.

Letta nel suo discorso ha centrato bene questo punto. Il fatto che ad ascoltarlo ed applaudirlo fossero i colpevoli di questo disastro, gli stessi che per quell’opportunismo sopracitato non si erano posti nessun problema a sfiduciarlo per dar spazio a Renzi e che adesso l’osannano messianicamente, dà la misura di quanto ardua è l’impresa di rivitalizzare un partito che fin dalla nascita è sempre e solo stato un partito del potere. Dunque morto ancora prima di muovere i suoi primi passi.

Qui non si tratta di rottamare, né di purgare nessuno. Ma serve coraggio. Mai come adesso c’è bisogno di una prospettiva nuova che tenga conto di come sia mutata la realtà del mondo in questi ultimi 30 anni, e soprattutto di come certe strategie siano risultate assolutamente sbagliate.

È un discorso di visione di insiemi della società nel suo complesso, che deve articolarsi attraverso prospettive nuove che taglino i ponti con le vecchie logiche del sistema tradizionale. Io non credo sia possibile farlo prima del 2023, ma serve necessariamente una fase aperta e plurale di dialogo tra le anime della sinistra e del campo progressista in generale.

Un congresso permanente e un confronto sui temi, sulle proposte concrete, su punti programmatici condivisi da cui partire per dare forma e sostanza a una visione nuova e soprattutto realizzabile del futuro di questo paese. E per farlo serve gente con una mentalità rinnovata, e con un approccio concreto rispetto alle sfide del mondo e alle contraddizioni del nostro paese ci offrono.

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