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C’è un popolo che attende di essere rappresentato: basta con le alchimie di Palazzo (di L. Zacchetti)

Di Lorenzo Zacchetti
Pubblicato il 21 Mar. 2021 alle 12:43
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Immagine di copertina
Roma: una manifestazione di militanti del PD (Credit Image: © Danilo Balducci/ZUMA Wire)

Lorenzo Zacchetti risponde su TPI all’appello sul futuro della sinistra “La forza della Ragione e il coraggio della politica” [Leggi qui], lanciato da Nadia Urbinati, Stefano Bonaga e Pietro Ignazi. Per lasciare la tua firma, aderire all’iniziativa e condividere il tuo pensiero scrivi a discutiamo@tpi.it

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L’intervento di Lorenzo Zacchetti

L’interessante appello ospitato da TPI si apre parlando di “convulsioni” del PD. Questo mi evoca una metafora che trovo particolarmente calzante: chi nuota in acque alte e si fa prendere dal panico inizia ad agitarsi in modo convulso e a ogni movimento finisce più a fondo; chi invece riesce a mantenersi calmo e fermo, rimane a galla.

Fuor d’acqua e di metafora, la Legge di Archimede non si applica. Il radicamento al quale aggrapparsi nei momenti difficili deve essere sostenuto da una profonda identità valoriale e mi spiace constatare che il PD è ancora piuttosto immaturo da questo punto di vista: non solo l’amalgama tra le sue forze fondatrici è ancora in un confuso itinere, ma anche all’interno delle singole realtà c’è una frammentazione correntizia di tipo balcanico. Le parole con le quali Zingaretti ha la lasciato la segreteria hanno colpito per la loro durezza, ma è più importante analizzare il merito della questione. A me sono parse una drammatizzazione – in senso teatrale e freudiano – di una realtà con la quale bisogna necessariamente fare i conti. E non da oggi.

Uno dei precedenti segretari aveva iniziato annunciando lo scioglimento di tutte le correnti, a partire dalla sua, ed ha finito col fondare un altro partito. Non casualmente, nel suo discorso di insediamento Letta ha detto che il PD non deve essere il “partito del potere”. Dopo le prime due storiche vittorie dell’Ulivo, il PD è tornato al governo pur non vincendo le elezioni. Il “governismo” è una degenerazione patologica della vocazione maggioritaria e tra i suoi sintomi c’è una sempre più ampia distanza dai problemi del Paese reale, che aumenta di pari passo con la crescente abilità nelle alchimie di Palazzo.

Ciò evidentemente stride con la tensione verso il cambiamento che ci si aspetta dalla più grande forza progressista del Paese. L’impatto della pandemia ha ridisegnato le priorità, esasperando disuguaglianze e problemi irrisolti. È diventata ancora più evidente la crisi di rappresentanza degli ultimi, di coloro che più sono penalizzati dalla crisi, delle donne svantaggiate nel mondo del lavoro e sul fronte dei diritti, dei giovani abbandonati a una drammatica solitudine fatta di DAD, overdose di social network, precarietà sul lavoro e sulle prospettive future. Giovani ai quali ancora neghiamo il diritto di essere italiani, se nascono nel nostro Paese da genitori immigrati. Giovani che, a prescindere dalle loro origini, abbiamo di fatto diseredato, caricando sulle loro spalle un debito pubblico che dovranno ripagare con il lavoro di tutta una vita.

O il PD si scrolla di dosso l’etichetta di “partito della ZTL” che negli ultimi anni gli è stata appiccata o difficilmente riuscirà a parlare a chi vive in periferia, sia in senso urbanistico, che sociale ed economico.

Su troppi temi non c’è una linea chiara: dalla transizione ambientale alle politiche occupazionali e industriali. Ma come si può definirla, senza prima aver risolto gli annosi problemi di identità che ci affliggono? Solo un congresso veramente aperto al dibattito – e anche al conflitto, dal quale invece fuggiamo sempre – può portarci a ridefinire con chiarezza chi siamo, dove andiamo, chi rappresentiamo e cosa sogniamo di lasciare alle prossime generazioni. Prima che sia troppo tardi.

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