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Pd, Letta ha il cacciavite per assemblare, ma non l’anima per sentire (di M. Revelli)

Di Marco Revelli
Pubblicato il 22 Mar. 2021 alle 17:04 Aggiornato il 22 Mar. 2021 alle 21:01
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Marco Revelli risponde all’appello sul futuro della sinistra “La forza della Ragione e il coraggio della politica” [Leggi qui], lanciato da Nadia Urbinati, Stefano Bonaga e Pietro Ignazi. Per lasciare la tua firma, aderire all’iniziativa e condividere il tuo pensiero scrivi a discutiamo@tpi.it

Pd, Letta ha il cacciavite per assemblare, ma non l’anima per sentire

Ciclicamente, come i serpenti, il Pd cambia pelle. E come quelli, regolarmente, scopre che la nuova non è diversa dalla vecchia, altrettanto variegata e logorabile. In poco meno di 14 anni (dal 14 ottobre del 2007, quando è nato, ad oggi) il Partito democratico ha cambiato 7 segretari effettivi. In media due all’anno, senza tener conto dei tre “reggenti” (Epifani, Orfini e Martina) che abbassano ulteriormente la media.

Ogni volta, con altrettanta regolarità, i violini di spalla di un sistema dell’informazione malato di pigrizia e piaggeria, hanno gridato al “nuovo inizio” e allo sperato rimbalzo della forza a cui una parte ampia dell’establishment ha affidato le proprie speranze (e i propri interessi), salvo accorgersi ogni volta che si trattava in realtà di un dead cat bounce, del “rimbalzo del gatto morto”.

E questo non tanto per un deficit di qualità delle persone (per alcuni sì, anche se non per tutti, Bersani per esempio), ma per un difetto d’origine della cosa. Perché, va detto, quel partito è nato male, da un padre superficiale e velleitario (il campione degli idola theatri Walter Veltroni), come assemblaggio di vecchie storie ripudiate e di nuovi appetiti maturati nell’accettazione acritica di uno stato di cose socialmente ingiusto e storicamente bloccato.

Quella fusione a freddo tra le due culture politiche portanti della Prima Repubblica – quella social-comunista e quella cristiano-popolare -, realizzata senza dedicare nemmeno un minuto alla riflessione sulla loro reciproca compatibilità e fusionalità, usando come ombrellone da spiaggia una metafisica del maggioritario incompatibile con la struttura del nostro Paese e con la stessa idea moderna di democrazia in quanto regime dell’eguaglianza politica, era destinata a generare un agglomerato di gruppi di potere e di personalismi senza coerenza né sintesi.

E a posizionarne il prodotto su un piano inclinato senza fine, disseminato dei corpi finiti fuori bordo di un buon numero di segretari (Veltroni stesso, caduto nel febbraio del 2009 dopo aver perso le politiche del 2008 e le regionali del 2009, Bersani nell’aprile del ’13 dopo la “non vittoria” alle politiche e l’agguato dei 110 alle presidenziali, Renzi nel febbraio del ’17 dopo la catastrofe referendaria del 4 dicembre, infine Zingaretti).

E da milioni di voti perduti per strada (ne aveva 12.095.306 nel 2008 quando perse per un milione e mezzo di voti col Pdl, si ridurrà a 8.646.034 nel 2013, 45.372 in meno di Grillo, poi a 6.161.896 nel 2018, dopo la “cura Renzi”…). Risuonano ancora, terribili, le parole di congedo del suo ultimo segretario, Nicola Zingaretti: “Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie”… Perché ad Enrico Letta dovrebbe andare meglio? Perché dovrebbe invertirsi quella tendenza verso il basso?

In fondo il partito di cui arriva alla guida come Cincinnato richiamato dall’esilio è lo stesso che faceva vergogna al suo immediato predecessore. Le persone che costituiscono l’ossatura del suo vertice sono le stesse, e si presume non differenti i loro (“vergognosi”) rapporti reciproci. I gruppi parlamentari idem. Stesse doppie facce, stessi rancori profondi sedimentati, stessa autoreferenzialità personale e di corrente, stessa indifferenza a un sociale in estrema sofferenza come aveva denunciato il fratello di Montalbano.

È lecito affidarsi alle presunte doti taumaturgiche di un “Capo”, come superstiziosi lazzari medievali, e immaginare che Enrico con un colpo di magia risani tutte queste piaghe? Certo, a pelle, fa un certo piacere gustarsi lo spettacolo della rivincita sull’#Enricostaisereno e sulle mascalzonate subìte dal bullizzatore Renzi (sa un pochino di giustizia restaurata). E indubbiamente stile e cultura di Letta stanno su un piano diverso da quello di colui a cui, con un cupio dissolvi indicibile, il Pd si era affidato all’inizio del 2014. Ma tutto ciò, come la rondine del proverbio, non basta a far primavera.

Quella del nipote dell’omonimo zio sembra restare – nonostante il repertorio di accortezze e accorgimenti di eredità democristiana – una mission impossible. Anche perché tra quegli accorgimenti manca l’unico che potrebbe servire a rianimare quel corpo: quell’empatia o comune sentire con quel popolo di chi sta in basso, che era stato l’insediamento originario di ogni sinistra degna di questo nome. Quell’avvertire con passione lo “scandalo della diseguaglianza” (e dell’ingiustizia) che Norberto Bobbio aveva indicato come precondizione antropologica prima che politica.

Zingaretti aveva inaugurato la propria segreteria recandosi in pellegrinaggio a Torino, in memoria del Lingotto veltroniano da una parte, ma soprattutto a rendere omaggio alle madamine e all’aggregato di potere SI TAV, sollevando l’entusiasmo del partito degli affari. Molti di noi obiettarono, allora, che con quel gesto ignorava che a pochi chilometri c’era un’intera valle – un “popolo” – che per un trentennio si era battuta contro l’affarismo che minacciava territorio e bilanci pubblici.

Ora Enrico Letta inaugura la propria segreteria visitando la Sezione del Testaccio, che è meglio delle madamine di Torino, ma resta pur sempre un microcosmo “interno”, un pezzo di “ceto politico”, mentre sarebbe stato meglio, molto meglio, che la visita pastorale fosse stata fatta, che so?, a Tor de’ Cenci, o a Tor Bella Monaca, dove sono aperte le ferite sociali di chi, abbandonato, rischia di trovarsi accanto solo i giannizzeri di Salvini o di Meloni. O magari a Taranto, dove i bambini si ammalano fin nel grembo delle madri, per colpa dell’Ilva e di chi la tiene aperta. Quelle, diciamolo, sarebbero state svolte “taumaturgiche”.

Invece il cacciavite di Enrico ha lavorato di bulino. Ha assemblato una Segreteria che riflette fedelmente, manuale Cencelli sul tavolo, la mappa delle correnti e frazioni del partito, semplicemente mettendo al posto dei capobastone i loro avatar, notabili in sedicesimo. E lo stesso sembra orientato a fare con i capigruppo di Camera e Senato, mettendo al posto di Del Rio e Marcucci i loro alter-ego femminili. Una perfetta replica di quanto al livello di governo è stato fatto con Mario Draghi, mettendo una grande pezza sulla decomposizione e sul degrado del nostro sistema politico e istituzionale. Ora i gazzettieri di sempre potranno scrivere che l’ordine regna anche al Nazareno. Ma fino a quando?

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