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L’infettivologo Cauda: “Anche le città italiane rischiano l’effetto Pechino: ecco perché”

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Cauda: “Il Coronavirus potrebbe tornare in Italia come a Pechino”

In Cina è tornato l’incubo Covid dopo che a Pechino è scoppiato un nuovo focolaio, che finora ha provocato oltre 100 contagiati. Le scuole sono state di nuovo chiuse e il 70 per cento dei voli ha smesso di funzionare per la seconda volta in sette mesi, da quando il Coronavirus si è diffuso nella provincia dello Hubei. Secondo il direttore di Malattie infettive del Policlinico Universitario Gemelli di Roma, Roberto Cauda, una simile ricaduta potrebbe verificarsi anche in alcune città italiane. In un’intervista rilasciata al Messaggero, ha parlato del rischio che il contagio si estenda nuovamente anche in Italia. “Finché ci sono focolai, anche esterni al Paese, dobbiamo mantenere alta l’attenzione: nel caso della Cina, infatti, da settimane ormai non si registravano i contagi”, ha affermato.

Significa rispettare le norme di sicurezza, considerando anche la presenza di molti soggetti asintomatici, che non sono identificabili e possono trasmettere il virus. “Per ora i numeri che osserviamo ci indicano un affievolimento e una decelerazione dei contagi. Ma il rischio, ripeto, è dietro l’angolo: per questo i numeri vengono dati tutti i giorni e si fanno valutazioni a livello centrale. Il rischio teoricamente esiste, nessuno se lo augura ma nessuno può dire che sia finita”, ha osservato.

È importante per questo, secondo Cauda, essere pronti a chiudere appena si presenta un nuovo focolaio, anche perché non esiste alcuna “immunità di gregge”. Motivo per cui i nuovi cluster potrebbero esplodere  a Wuhan come a Codogno, dove ci sono già stati moltissimi casi, ma non abbastanza perché la popolazione possa definirsi immune. “Il focolaio può esplodere ovunque. Finché il virus è in circolazione, come oggi, possiamo solo contare sulle misure di sicurezza e far sì che non vengano mai meno: mascherine, pulizia delle mani e distanziamento”, ha concluso Roberto Cauda.

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