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“I medici rischiano di trasformarsi da eroi a imputati”: l’intervista doppia di TPI a un medico e a un penalista

Cristiano Cupelli, professore associato di Diritto Penale presso l'Università di Roma "Tor Vergata" e Stefano Margaritora, professore ordinario di Chirurgia Toracica, si confrontano sul tema della responsabilità medica durante l'emergenza Covid-19

Di Anna Ditta
Pubblicato il 16 Giu. 2020 alle 14:45
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Immagine di copertina

Sono stati eroi, lodati da tutti nel momento dell’emergenza Coronavirus, ma ora rischiano di finire sul banco degli imputati. È questa la sorte dei medici che sono stati in prima linea nel contrasto all’epidemia di Covid-19 in Italia? Quello della responsabilità penale in ambito sanitario in questo momento è un fronte caldo, soprattutto dopo le inchieste contro ignoti che si stanno aprendo nel Nord Italia, ad esempio a Bergamo e a Brescia, sulla gestione dell’epidemia. Del tema si occuperà il seminario online Covid-19 da emergenza sanitaria a emergenza giudiziaria, organizzato con il patrocinio dell’Università di Roma “Tor Vergata” e in programma il prossimo 25 giugno. TPI ha intervistato due dei relatori dell’evento: Cristiano Cupelli, professore associato di Diritto Penale presso l’Università di Roma “Tor Vergata” e Stefano Margaritora, professore ordinario di Chirurgia Toracica e Direttore della Divisione di Chirurgia Toracica Policlinico Gemelli di Roma.

Partiamo dall’inizio: prof. Cupelli, cosa si intende con responsabilità medica nel diritto penale, com’è regolata e qual era la situazione nell’era pre-Covid?

Cupelli: La responsabilità dei medici ha sempre rappresentato un terreno molto ampio e molto vago, soprattutto per la mancanza di norme specifiche nel diritto penalePer questo abbiamo assistito a un’iperpenalizzazione della classe medica, con la tendenza a colpevolizzare i medici nel caso in cui si verifichi un evento avverso, come una morte o una lesione. La responsabilità medica è disciplinata dall’articolo 590-sexies del codice penale, modificato dalla legge n. 24/2017 (c.d. legge Gelli-Bianco), che prevede la non punibilità dei medici soltanto nell’ipotesi in cui l’evento di lesioni o omicidio colposo si sia verificato per imperizia lieve nella fase esecutiva, e solo laddove il medico abbia rispettato delle linee guida e buone pratiche accreditate dall’Istituto Superiore di Sanità. Esclusivamente in queste pochissime ipotesi, quindi, il medico non risponde penalmente.

Margaritora: Le proposte di legge per depenalizzare la colpa medica vanno avanti da anni e l’Italia è uno dei pochi paesi al mondo in cui c’è ancora la possibilità di denunciare penalmente i medici. In quasi tutto il mondo la responsabilità medica è solo civile.

Quali sono le implicazioni di questa normativa?

Cupelli: Di fronte a una tale ampiezza dell’area di responsabilità, i medici oggi si sentono in grande difficoltà e reagiscono con un atteggiamento comunemente indicato come “medicina difensiva”, sottoponendo il paziente – soprattutto in fase diagnostica – ad accertamenti superflui che possono essere anche dispendiosi e invasivi, allo scopo di sentirsi garantiti dal punto di vista giuridico. Oppure si allontanano da pazienti più problematici, dove l’esito avverso è quasi inevitabile, perché temono strascichi giudiziari. Ma in questo modo non assolvono al meglio al loro dovere di cura. Questo succedeva prima dell’epidemia. Dopo il Covid la situazione è ulteriormente peggiorata.

Margaritora: In questo momento il fatto che un medico, che ha già compiuto grandi sacrifici fisici e morali durante l’emergenza, si trovi anche a dover affrontare una denuncia di omicidio colposo, lo trovo veramente poco giusto e poco generoso. Questo senza nulla togliere alla volontà di ricerca di giustizia dei familiari di persone decedute per Covid. Nei prossimi mesi, da parte della magistratura potremmo anche assistere a invii di avvisi di garanzia a pioggia. Bisogna creare un filtro per fare in modo che chi chiede giustizia la ottenga, ma senza accuse generiche di malasanità a una classe medica che in questa emergenza si è dovuta sacrificare in maniera importante.

Prof. Margaritora, da medico lei ha percepito un cambio di clima, dagli applausi a una sorta di ostilità?

Margaritora: Negli ultimi giorni sono già ricominciate le aggressioni ai medici. Non è un’ostilità nuova, ma un ritorno alle vecchie “usanze”, con gli studi legali che vanno alla ricerca di parenti che vogliono denunciare e di persone che si presentano maldisposte nei confronti della classe medica nei pronti-soccorsi. In un momento in cui il paese dovrebbe essere unito per andare avanti questo stona abbastanza. Soprattutto perché è una ricerca di rivalsa verso una classe medica che in molti ospedali è mal pagata e che grazie al blocco dei turnover, durante l’emergenza, ha dovuto fare doppi o tripli turni. Persone che non sono andate a casa per giorni e che combattevano contro un nemico sconosciuto, per cui non c’erano linee guida da seguire. E che moralmente erano molto impegnate, perché davano anche le notizie per telefono ai parenti, dal momento che questi non potevano entrare nei reparti. Per questo trovo ingeneroso scagliarsi contro i medici per supposti episodi di malgestione clinica dei pazienti dell’emergenza Covid.

Pensa che davvero l’emergenza sanitaria del Covid possa trasformarsi in un’emergenza giudiziaria per i medici?

Margaritora: L’idea dell’evento del 25 giugno è nata proprio perché stiamo vivendo questo passaggio. Si stanno rincorrendo varie iniziative giudiziarie da parte di parenti di pazienti deceduti che, da soli o uniti da qualche studio legale, stanno promuovendo delle azioni legali “contro ignoti”. Questo vuol dire che possono riguardare tutti: dal presidente del Consiglio all’ultimo degli infermieri che è stato di turno nel periodo in cui un certo soggetto è stato ricoverato. Lo scopo della nostra iniziativa è fare in modo che questo non diventi un’emergenza. Chi chiede giustizia ha tutto il nostro rispetto, perché giustamente vuole sapere se c’è stata qualche responsabilità nei ritardi. Ma questo non deve lasciare spazio a emozioni o iniziative estemporanee con un coinvolgimento delle autorità a tutti i livelli, sia istituzionali sia sanitarie, che creerebbe solo una gran confusione e trascinerebbe tanti medici nelle aule di giustizia.

Ma non c’è così il rischio di de-responsabilizzare chi, soprattutto dal punto di vista istituzionale, in quei momenti ha preso delle decisioni che hanno avuto ripercussioni evidenti? Pensiamo alla mancata zona rossa di Alzano Lombardo e Nembro.

Cupelli: Noi stiamo affrontando una questione diversa. Non parliamo del ruolo dei decisori politici o dei vertici gestionali delle aziende sanitarie, ma di chi sta in corsia. L’obiettivo del nostro confronto multidisciplinare è fornire l’angolo visuale degli operatori sanitari. Poi è chiaro che possono essere chiamate in causa anche eventuali scelte sbagliate compiute dei medici come vertici gestionali, direttori sanitari e dirigenti. Ma prospettiva che ci interessa, almeno in questa prima fase, è quella del medico.

Margaritora: Bisogna assolutamente distinguere tra le responsabilità sanitarie e gestionali. Lo scopo del nostro approfondimento riguarda i medici che potrebbero essere coinvolti dalle iniziative giudiziarie che stanno fiorendo. Vorremmo farlo in maniera seria e obiettiva. Non siamo contro queste iniziative, ci mancherebbe altro. Però bisogna tener conto di tutta una serie di fattori, primo tra tutti l’eccezionalità dell’evento. È come un terremoto o uno tsunami, lo puoi prevedere ma solo fino a un certo punto. E l’assoluta mancanza di linee guida per questo tipo di emergenza.

Cupelli: I fattori problematici sono molteplici. Da un lato ci sono stati elementi nuovi e imprevedibili di rischio sanitario. A fine febbraio nessuno conosceva il Covid né sapeva come affrontarlo. Non esistevano terapie adeguate, né linee guida certificate o consolidate. In secondo luogo c’era un contesto di risorse assolutamente insufficienti. Alcuni reparti d’ospedale – come le terapie intensive – non riuscivano ad assorbire tutti i possibili ricoveri, mancavano medici specializzati, gli operatori erano costretti a turni massacranti, gli specializzandi o i neolaureati venivano mandati in corsia. L’aspetto peggiore, infine, è che sono state demandate ai medici le cosidette “scelte tragiche” – tutti ricorderanno gli anestesisti di Bergamo che dicevano di essere costretti a scegliere chi intubare – e questo è chiaramente un problema molto delicato.

Margaritora: Al Policlinico Gemelli dagli anni del post-terrorismo abbiamo le linee guida per la maxi emergenza, nel caso in cui dovessero arrivare 400 persone in mezz’ora o in un’ora, con tanti tipi di traumi che sai come curare. Ma un’emergenza da Covid era imprevedibile, e purtroppo nessuno sapeva bene come affrontare questa malattia. Chi accusa i medici oggi dice: “Non è stato curato nel modo giusto”. Ma la maniera giusta qual è? Anche la terapia anti-Covid nel corso dei mesi è cambiata. Da una terapia antibiotica e antinfiammatoria, adesso ci si è avviati verso una terapia antitrombotica. In assenza di punti di riferimento e linee guida, che un medico abbia sbagliato è una questione tutta da provare, che però può lasciare spazio a mille fraintendimenti e interpretazioni diverse da parte della magistratura.

Secondo voi ci sono medici che rischiano più di altri? Ad esempio i medici ospedalieri rispetto ai medici di base o viceversa.

Margaritora: Dipende ovviamente dal tipo di accuse rivolte, che sono profondamente diverse. Dal punto di vista della medicina del territorio, le accuse che ho letto in questi giorni sono relative a ritardi di visita o alla scelta del ricovero o quella di mantenere il paziente a casa, quindi in generale alla gestione dell’evento. I medici ospedalieri invece possono essere coinvolti in critiche sulla cura fornita al paziente.

Cupelli: Concordo al 100 per cento. Bisognerebbe poi aprire a un altro versante, che noi in questo momento non intendiamo affrontare, sulle ragioni dei ritardi da parte degli stessi medici. Questi possono essere stati provocati da un’organizzazione che non li ha messi in condizione di poter tempestivamente intervenire nelle varie situazioni. Il giudice dovrebbe sempre considerare in quali condizioni di organizzazione interna il medico è chiamato a intervenire.

Quale potrebbe essere secondo voi la soluzione per la questione?

Cupelli: Propongo l’introduzione di una nuova norma che possa contemplare l’eccezionalità legata all’emergenza Covid e tamponare questi problemi. Dovrebbe prevedere l’estensione della non punibilità anche ad altre fattispecie, oltre a omicidio e lesioni colpose. L’articolo 590-sexies, infatti, limita la non punibilità solo a queste ipotesi. Qui invece noi dobbiamo riferirci anche ad altre fattispecie, in particolare all’epidemia. I medici sono stati accusati anche di questo, soprattutto nella prima fase in cui non avevano le mascherine, i guanti e gli strumenti utili a tutelare loro e i pazienti. Inoltre, la norma dovrebbe eliminare – almeno per quanto riguarda l’emergenza Covid – il riferimento alle linee guida e prevedere la non punibilità per tutte le ipotesi di “colpa non grave”, dando anche una definizione, in cui si tenga conto dei fattori contestuali. Faccio un esempio: l’oculista che, durante l’emergenza, va volontariamente in terapia intensiva offrendosi di aiutare i colleghi, in astratto tiene un comportamento imprudente, perché non ha le capacità specialistiche necessarie.

Margaritora: Chiaramente questa norma non deve essere vista come uno scudo sotto il quale il medico si può nascondere e fare qualsiasi cosa, perché tanto non viene perseguito. Chiediamo semplicemente che ci sia una tutela, soprattutto in ambito penale – in ambito civile rispondono di fatto le aziende – con una depenalizzazione per i reati minori connessi all’emergenza Covid.

Cupelli: Non si tratterebbe di una norma di favore – come dice qualcuno – ma una norma ragionevole ed equilibrata che consenta, quando questi procedimenti inizieranno e l’emergenza sarà finita, di non dimenticarci dei medici-eroi e ringraziati da tutti e non trasformarli in imputati e capri espiatori.

Margaritora: Non sono tifoso di calcio, ma suggerisco un paragone. Chi giudica o chi critica adesso è come se vedesse un’azione calcistica alla moviola. Ma nel momento in cui l’azione è successa gli ospedali non stavano andando al rallentatore. Andavano alla velocità reale. Quando un’ambulanza scarica venti pazienti con la polmonite nel giro di un paio d’ore tu devi gestirli, cercare di farli sopravvivere. Non hai tempo per pensare approfonditamente alla cosa migliore da fare per ognuno, devi provare a salvarli tutti. Poi magari rivedendola a distanza puoi fare ragionamenti a posteriori. Come per un arbitro, un conto è giudicare un’azione nel momento in cui avviene un conto è rivedersela con calma, potendo vedere fotogramma per fotogramma.

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4. TPI ha vinto il Premio Ischia internazionale di giornalismo 2020 “sezione web” per la copertura dell’emergenza Covid-19 e per le nostre inchieste sulla gestione sanitaria in Lombardia /5. L’inchiesta di TPI sulla mancata zona rossa ad Alzano Lombardo e Nembro ora diventa un e-Book

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