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Roma, come è nato il focolaio del San Raffaele? Ecco la storia del deceduto 1

Di Selvaggia Lucarelli
Pubblicato il 15 Giu. 2020 alle 13:38
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Roma, come è nato il focolaio del San Raffaele? Ecco la storia del deceduto 1

109 positivi e 5 decessi. Questa la situazione nel focolaio del San Raffaele Pisana di Roma tra pazienti, operatori sanitari e familiari di pazienti. Focolaio che dimostra quanto l’emergenza Covid sia tutt’altro che risolta e quanto cliniche e ospedali siano ancora i luoghi da presidiare con rigore militare più che dai militari all’ingresso e quando il danno è già avvenuto.

La clinica è di proprietà del gruppo Angelucci ed è della stessa proprietà anche la “casa di cura San Raffaele Rocca di Papa” in cui soprattutto nel mese di aprile sono morti molti anziani per Covid. Cosa sia accaduto al San Raffaele Pisana, tra maggio e giugno, è ancora piuttosto oscuro. La direzione, attraverso il rappresentante legale Carlo Trivelli, comunica poco e con toni alterati fa sapere che non si può attribuire con certezza la responsabilità del contagio a macchia d’olio a un dipendente.

L’assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato, ha in effetti affermato che il caso zero risalirebbe a inizio maggio, senza specificare le date, e che si tratterebbe di un fisioterapista che lavora nella struttura. C’è anche l’ipotesi che alcuni pazienti, poi dimessi a maggio, avrebbero infettato membri della propria famiglia, allargando l’infezione fuori dall’ospedale e rendendo più complesso il contact tracing.

Fatto sta che di testimonianze di familiari e pazienti coinvolti non ce ne sono quasi, ad eccezione di una molto importante che ho raccolto e che ricostruisce un tassello importante nella vicenda, anche perché con molta probabilità si tratta del caso del primo deceduto per Covid al San Raffaele e quindi di colui che ha svelato l’esistenza del cluster.

Un signore che chiameremo Mario, malato di Parkinson e diabete, inizia ad avere la febbre i primi di maggio. Il medico di famiglia aspetta di capire cosa succede, poi prescrive un antibiotico per sospetta infezione alle vie urinarie. Passano tre giorni e la febbre non scende, vengono prescritte analisi del sangue e riscontrata infezione batterica. Si cambia antibiotico e si passa a qualcosa di più forte. Trascorsi altri tre giorni, il medico di famiglia va a casa a visitarlo perché la febbre non cala, e quindi decide di far ricoverare il signor Mario perché non risponde alle cure. Viene trasportato presso l’ospedale Gemelli.

La comunicazione si fa complicata, i familiari lamentano scarsi contatti: “Ci faremo sentire noi”, dicono dall’ospedale. “Mentre aspettiamo una telefonata che non arriva, iniziamo a contattare i nostri conoscenti, finalmente tramite amico di amici abbiamo i risultati delle analisi…prima di tutto negativo al Covid e poi si conferma un’infezione batterica in corso”, racconta la nipote C.

Il 15 maggio il signor Mario, negativo al Covid, viene trasferito dal Gemelli al San Raffaele della Pisana. Anche qui la situazione non cambia, nessuno può entrare, si fa fatica a parlare con i medici, riferisce la nipote. Finché finalmente una dottoressa si fa viva e quotidianamente informa dello stato di salute del paziente. Il 24 maggio la dottoressa chiama la famiglia dicendo che il signor Mario sta bene, che le analisi migliorano e che la situazione si sta stabilizzando. Aggiunge che, se la situazione rimane tale, il paziente potrebbe uscire tra il 26 e il 27 maggio, anche se presenta qualche linea di febbre che però non desta preoccupazione perché le analisi sono buone.

“Mio zio manda messaggi e fa chiamate, vuole uscire!”, racconta la nipote. Il 25 maggio la sorella del signor Mario, madre di C., viene contattata dal medico di turno che la informa di un peggioramento, da un giorno all’altro: di nuovo febbre alta ma questa volta difficoltà respiratoria e catarro nei polmoni. Aggiungono alla cura antibiotica il cortisone e spiegano che nei pazienti con Parkinson questo tipo di problematiche posso accadere.

“Mio zio rimane stabile, nella gravità della situazione, con ossigeno. Veniamo contattati dalla gentilissima dottoressa che ci chiede, vista la situazione grave, se siamo disposti ad accettare l’assistenza ospedaliera domiciliare. Così almeno da avere i suoi cari vicino nell’ultimo periodo”, racconta C. Tutto questo avviene ormai i primi di giugno. Il 5, all’una di notte, il signor Mario muore. Sua sorella e il marito insieme ad altri due parenti vanno in ospedale per vederlo. La sorella avvia le pratiche con l’impresa di pompe funebri presente nella struttura. E da questo momento accadono i fatti preoccupanti.

Racconta la nipote C.: “Un’altra mia zia quel giorno alle 15.00 vuole andare a dare l’ultimo saluto, arriva al San Raffaele ma la situazione è ben diversa da quella della notte, non può passare nessuno, è tutto blindato perché pare ci siano stati casi Covid. Mia madre alle 18.00 viene contattata dal tizio delle onoranze funebri che le dicono ‘Signora volevo avvisarla che suo fratello è risultato positivo al Covid, quindi è necessario prendere le dovute precauzioni’”. Quindi la famiglia del signor Mario sente per la prima volta la parola Covid collegata agli avvenimenti.

“Mia madre inizia a tempestare di telefonate il San Raffaele, impossibile parlare con qualcuno”. Il giorno dopo la centralinista di turno tranquillizza la sorella del signor Mario: “Signora, ma secondo lei il tizio delle pompe funebri che può saperne?”. La sorella del signor Mario richiama il tizio delle pompe funebri e chiede se la sua era una deduzione vista la situazione del pomeriggio (indagine epidemiologica in corso). “Il signore delle pompe funebri risponde che ha ricevuto proprio i nomi e cognomi dei moti per Covid, e dice che forse avrebbe fatto meglio a non dire nulla perché avrà sicuramente un cazziatone”, racconta la nipote C.

E qui la storia si conclude perché la famiglia del signor Mario ha poi scelto la strada del silenzio, quindi non sappiamo come si sia evoluta la vicenda, anche se in realtà il Commissario straordinario della Asl Roma 3, Giuseppe Quintavalle, il 6 giugno, ha affermato: “Si conferma il decesso di un paziente affetto da pluri patologie (parkinson e diabete) positivo al tampone naso-faringeo”. Dunque si tratta con ogni probabilità del signor Mario, il quale dunque: o era già malato di Covid dai primi di maggio – quando aveva quella febbre che non passava (e in tal caso il tampone effettuato al Gemelli era un falso negativo) e potrebbe aver infettato personale e pazienti sia al Gemelli che al San Raffaele – oppure ha contratto l’infezione all’interno del San Raffaele. Dove però, non si capisce come mai, vista la febbre insistente, nessuno gli abbia fatto il tampone per settimane. Volevano addirittura mandarlo a casa per farlo morire lì, ha raccontato la nipote.

E a questo va aggiunto che, quando è morto, è stato consentito a dei familiari di andarlo a vedere in ospedale. Inoltre, perché le pompe funebri hanno conosciuto l’esito del tampone prima dei familiari? Insomma, la storia del deceduto 1 del San Raffaele Pisana è molto confusa e suggerisce una gestione preoccupante della situazione, soprattutto perché non si trattava di un asintomatico ma di persona con sintomi riconducibili (anche) al Covid. E, per quanto il San Raffaele voglia smarcarsi da ogni responsabilità, deve fornire – almeno – più di una spiegazione.

Giuseppe Mazzara, portavoce dell’assessore alla sanità Alessio D’Amato, commenta così la vicenda: “Il Gemelli e le altre strutture affermano di aver verificato che i pazienti inviati fossero tutti con paziente negativo. Sul resto indagano Nas e Asl. Certo è che noi abbiamo avuto una brutta sorpresa giorni fa: abbiamo fatto eseguire i tamponi a tutti al San Raffaele. Di queste persone, al secondo tampone, ne abbiamo trovato 16 che erano negative al primo e positive al secondo dopo 5/6 giorni. Abbiamo richiamato anche tutti i dimessi dal primo maggio, un dimesso positivo a Guidonia ha infettato 9 persone del nucleo familiare e stiamo facendo tamponi a mezza Guidonia. Siamo a quasi 5000 tamponi, come abbia circolato il virus lo capiremo con l’indagine”.

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