“Una nave da crociera trasformata in ospedale contro il Coronavirus: vi spiego perché è una buona idea”

Di Luca Telese
Pubblicato il 13 Mar. 2020 alle 14:50 Aggiornato il 13 Mar. 2020 alle 15:17
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Immagine di copertina
Illustrazione di E. Fucecchi

“Una nave da crociera trasformata in ospedale contro il Coronavirus: vi spiego perché è una buona idea”

“Una nave da crociera per combattere l’emergenza Coronavirus: sarebbe una soluzione ottimale, e vi spiego perché”. Pierluigi Lopalco, l’epidemiologo che sta coordinando gli interventi dell’emergenza in Puglia spiega perché la proposta che a prima vista potrebbe sembrare bizzarra in realtà è piena di buonsenso.

Il primo obiettivo da raggiungere, ovviamente è l’incremento delle terapie intensive, e Lopalco annuncia: “Sulla carta, in Puglia, abbiamo già predisposto trecento posti attivabili in grande velocità. È già un primo risultato”. Ma subito dopo spiega: “Man mano che si risolvono le emergenze si crea un problema enorme, che è quello di gestire i tantissimi positivi guariti, che non possono tornare a casa per non rischiare di infettare gli altri”.

Ed ecco l’idea: “Una nave da crociera è molto facilmente gestibile dal punto di vista della logistica. E – soprattutto – è già organizzata con i servizi di mensa e ristorazione”. Non solo: “Ha la possibilità di isolare agevolmente i convalescenti. Non è adatta per le terapie intensive, ma libera posti negli ospedali, che possono essere convertiti per l’emergenza”.

Altro punto di vantaggio: “È mobile. Se c’è bisogno di spostarla Puglia alla Calabria la puoi far arrivare in un’ora di viaggio. E ci aiuterebbe nel primo problema di domani, quello, cioé, di avere un numero enorme di convalescenti da tenere isolati e – perché no, dopo quello che hanno passato – possibilmente in una condizione di agio”.

Conclude Lopalco: “Il grosso vantaggio, ad esempio rispetto agli alberghi a cui si sta pensando al nord, è che una nave si trova strutturalmente in una condizione di isolamento naturale. È il luogo ideale per accogliere persone che si trovano fuori pericolo, e che – conclude Lopalco – hanno bisogno di una bassissima intensità di assistenza”.

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