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I medici neolaureati pronti ad aiutare nell’emergenza Coronavirus: “Non potevamo far finta di niente”

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 23 Mar. 2020 alle 08:56 Aggiornato il 23 Mar. 2020 alle 10:48
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La Presidenza del Consiglio dei Ministri, di concerto con la Protezione Civile e su proposta del ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia, ha deciso di creare una task force di medici provenienti da ogni parte d’Italia da poter inviare nei territori con le maggiori criticità sanitarie. La task force conterà fino a un massimo di 300 medici, con partecipazione su base volontaria. Il personale, selezionato per rispondere alle esigenze maggiormente richieste, opererà a supporto delle strutture sanitarie regionali.

La risposta italiana all’appello del governo è stata straordinaria: ottomila candidature da tutta Italia e di tutte le età sono arrivate in supporto agli ospedali in affanno per l’emergenza Coronavirus.

Pronti a mettersi in gioco anche i “neoabilitati”, ossia quelli che aspettavano di sostenere l’esame di abilitazione alla professione il 28 febbraio, poi rinviato a causa dell’emergenza virus. Il decreto “Cura Italia” del 17 marzo prevede che — senza sostenere lo scritto dell’esame di abilitazione — possano iscriversi all’ordine professionale subito dopo la laurea. Nell’arco del 2020 si calcola che saranno circa 10mila i neolaureati che entreranno direttamente nella professione. Un numero importante se si tiene conto dell’alta necessità di questo periodo. I neoabilitati potranno essere impiegati, con contratti a termine, nei servizi più utili alle singole Regioni: prevalentemente nelle guardie mediche, nei call center per i pazienti, nei servizi territoriali, o affiancando i medici di famiglia. Il tutto non prima di aver stipulato un’assicurazione e aperto la partita Iva.

Il Corriere della Sera ha raccolto alcune testimonianze di questi giovani pronti a scendere in campo. Martina Fasiello, 24 anni, racconta del suo quinto giorno di lavoro all’ospedale Predabissi di Melegnano, dove l’attività è stata riorganizzata: reparti convertiti in fretta e furia, percorsi dedicati, più posti letto in rianimazione. Lei è una degli 80 infermieri che l’Università Statale di Milano ha fatto laureare con un mese d’anticipo per rispondere alle necessità del momento. “19 posti letto su 24 occupati. Tutti positivi, tutti gravi”. “Un po’ di paura, non sottovaluto la situazione”. Dalla mamma tante raccomandazioni: “Forse avrebbe preferito che aspettassi a iniziare. Ma c’è bisogno di aiuto. Non potevo far finta di niente”.

Poi c’è Vincenzo Russo, 32 anni appena compiuti. È uno di quegli specializzandi che per decreto del 9 marzo potrà essere assunto con i bandi d’emergenza dall’ospedale di Verona — dove sta completando la formazione — restando iscritto alla scuola di specializzazione universitaria. È al quinto anno di anestesia-rianimazione: “Il lavoro di questi giorni non è più pesante di prima, anche se sono due mesi che non vedo la mia famiglia. Quello che è cambiato è l’impatto emotivo. Ti trovi a prendere decisioni prima impensabili, a non dare il massimo dell’assistenza ai pazienti, per mancanza di risorse. Poi c’è lo stress fisico dei dispositivi di protezione: si sta 10 ore bardati, senza poter bere né andare in bagno”.

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