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“Caro De Luca, ci hai privato dell’istruzione ma non dei balli in discoteca”: lettera di uno studente campano

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 16 Ott. 2020 alle 12:44 Aggiornato il 16 Ott. 2020 alle 17:04
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Scuole chiuse, lettera di uno studente napoletano a De Luca

La Campania ieri ha superato i mille contagiati (1.127), non era mai accaduto dall’inizio della pandemia da Nuovo Coronavirus in Italia. In serata il presidente Vincenzo De Luca ha deciso di applicare una nuova stretta e ha firmato un’ordinanza che prevede la chiusura delle scuole primarie e secondarie dal 16 al 30 ottobre. Sospese anche le attività delle università, con l’unica eccezione per quelle relative agli studenti del primo anno. La didattica si terrà quindi online per due settimane.

La misura decisa dal governatore De Luca ha sollevato molti dubbi e aspre critiche, sia dagli insegnanti che dai ragazzi. Tra i tanti, anche Dino Galiano, uno studente del Liceo Classico J.Sannazaro di Napoli che in un post su Facebook ha “inviato” una lettera al presidente campano. Un j’accuse in cui il ragazzo incolpa la mancanza di controlli e tamponi durante l’estate e difende l’importanza della didattica costruita sul rapporto diretto e non dietro uno schermo. Di seguito l’intera missiva:

“Caro Presidente De Luca,
abbiamo appena tutti appreso la notizia circa la chiusura delle scuole, da domani e per le prossime due settimane. I contagi salgono. 1127 contagiati, oggi 15 ottobre, di cui una minima parte sintomatici. La paura, per molti, è salita. Sembra rivivere le sensazioni di quel febbraio che ormai ci sembrava lontano. Di quelle giornate in cui la tensione saliva e tutti, grandi e piccoli, eravamo incollati allo schermo di telefoni e televisori per sapere cosa sarebbe stato della scuola, delle attività lavorative, delle passeggiate.

E poi è arrivata la chiusura, il lockdown. Una notizia dopo l’altra. La didattica a distanza. I decreti. Le parole del premier Giuseppe Conte in tv. La mancanza dei propri cari. I momenti di gioia immotivata seguiti da sbalzi d’umore incontrollabili.
I morti, tanti, troppi. Vittime di un carnefice invisibile. Il dolore dei loro cari, per non avergli dato un addio.
Sembra rivivere queste sensazioni. Quel febbraio, quel marzo, quell’aprile, quel maggio che, si, ci sembravano un ricordo offuscato dalla felicità di riprendere nelle mani la nostra vita. E l’abbiamo ripresa, eccome. Abbiamo ripreso a viaggiare, chi più vicino, chi più lontano. Via le mascherine! Via la polizia, che dobbiamo goderci l’estate dopo essere stati chiusi per troppo tempo e nessuno può vietarcelo! Piuttosto andiamo a ballare, perché dobbiamo evitare luoghi in cui ci siano assembramenti, ma le discoteche sono aperte! Possiamo fare ciò che vogliamo, perché tutto è aperto e nessuno controlla!

Ci siamo goduti fino all’ultimo giorno l’estate e in tanti, a ciò che era accaduto, non ci pensavano neppure più. Ma non era colpa nostra. Perché di quello che era successo, durante l’estate se n’è parlato ben poco. Niente tamponi. Vietati assembramenti ma discoteche, per citarne una, aperte. Controlli? Zero. Ma nulla è cambiato negli ultimi giorni, tra ragazzi senza mascherina, vicini più del dovuto, senza nessuno, per strada, che li fermasse. E oggi, 15 ottobre, lei ha deciso di chiudere le scuole. Ha deciso di deviare quel percorso formativo, umano, sociale, che con professori e compagni di classe avevamo appena intrapreso di nuovo, dopo tanto. Ha deciso di privarci della cartella da riempire per non arrivare sprovvisti a scuola, della sveglia al mattino presto, delle corse per i ritardi, del contatto (anche solo visivo) con i nostri amici, con un professore. Anche con quello che magari non ci è neppure tanto simpatico; perché anche questo è il bello del percorso.

Ha deciso di privarci del nostro banco, della nostra sedia, delle nostre pareti rovinate color rosa chiaro con la cartina delle conquiste romane e il Crocifisso. Ha deciso di privarci della scuola. E non si dica che faremo “scuola” a distanza. Perché quella, scuola, non è. Per farla servono percezioni, una concordia di cuori vicini, emozioni condivise, sinergie, intese, relazioni di menti. E tutto questo non é possibile attraverso uno schermo. Ha deciso di privare i ragazzi dell’istruzione, quella vera, autentica.
E quest’estate non ha deciso di privarci di balli in discoteca, di aperitivi nei bar, incontri affollati, di tutte le occasioni di contagio che si è finto di non vedere, anche se più pericolosi di venti ragazzi in una classe, lì per imparare, insieme, vicini ma distanti.
Perché conveniva così. Perché la politica è questo. È “la scienza dell’opportunismo e l’arte del compromesso”, come diceva Franz Listz, compositore dell’800. È tutto molto triste. È triste immaginare un mondo così, perché nessuno lo vorrebbe proiettato su priorità, tra le quali non rientri la scuola. Eppure.

Grazie per l’attenzione,
gentile presidente De Luca.
-Dino Galiano, studente del Liceo Classico J.Sannazaro”

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