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Caso camici in Lombardia, le incongruenze di Fontana: il conto in Svizzera non era “dormiente”

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 29 Lug. 2020 alle 11:07 Aggiornato il 29 Lug. 2020 alle 12:03
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Le contraddizioni del caso camici nelle dichiarazioni di Fontana

Emergono nuove incongruenze sul “caso camici” in Lombardia dopo le dichiarazioni di Fontana rilasciate a Repubblica, evidenziate dallo stesso quotidiano. Il governatore della Regione è accusato per frode in pubbliche forniture dopo l’acquisto di 75mila camici da parte di Aria (la centrale di acquisti della Regione Lombardia) all’azienda del cognato, Andrea Dini, trasformato in donazione in seguito alle rivelazioni di Report sul legame di parentela tra Fontana e Dini, e dopo il tentativo del governatore di “risarcire” il cognato per il mancato guadagno con un trasferimento di denaro “scudato”.

I 250mila euro del bonifico che Fontana ha cercato di eseguire a favore di Dini il 19 maggio – bloccato in base alla normativa antiriciclaggio perché privo di una causale coerente con il versamento da parte di un soggetto “sensibile” – proveniva da un conto aperto presso la banca Ubs Ag, in Svizzera, dove riposano i capitali (oltre 4 milioni) provenienti da un altro conto da cui la madre di Fontana ha “scudato” 5 milioni di euro, fatti transitare dalle Bahamas alla Svizzera con una voluntary disclosure nel 2015.

Nell’intervista rilasciata a Repubblica, Fontana ha dichiarato che quei soldi erano stati portati all’estero “legalmente” dai suoi genitori, i quali “non avevano mai evaso le tasse”. Ma, come osserva lo stesso quotidiano, se così fosse stato non vi era bisogno di scudarli con i trust alle Bahamas (di cui Fontana risultava beneficiario) e di redigere una voluntary disclosure nel 2015 per regolarizzare la posizione. Inoltre, è difficile spiegare come mai i genitori del governatore, un medico e una dentista, negli anni 80 – il periodo a partire dal quale, secondo Fontana, quel conto non è stato più utilizzato – possedessero una somma di denaro così ingente sul conto svizzero. Il sospetto è che parte di quel denaro appartenesse allo stesso Fontana, aspetto che andrebbe a confliggere con quanto indicato nella clausola della voluntary disclosure: “eredità”.

Sempre dalla voluntary disclosure, emerge che su quel conto ci siano stati movimenti anche tra il 2009 e il 2013, in un periodo in cui la madre del governatore, Maria Giovanna Brunella, aveva tra gli 86 e i 90 anni e in cui sono stati movimentati migliaia di euro: 129mila nel 2010 dal conto delle Bahamas a quello svizzero, circa 500mila l’anno seguente e altri 200mila nel 2013, secondo quanto riportato da Domani nella sua newsletter. A dimostrazione del fatto che il conto fosse tutt’altro che fermo.

Le affermazioni di Fontana stridono con la realtà dei fatti anche per quanto riguarda il fulcro della vicenda: i camici e l’accordo con Dama. Il governatore ha affermato di non aver saputo dell’affidamento oneroso della fornitura prima del 12 maggio, eppure l’ex numero uno di Aria, Filippo Bongiovanni, ha rivelato ai pm di aver informato Fontana subito. Dunque, se inizialmente era pacifico che quella fornitura fosse di carattere oneroso, perché trasformarla in donazione? E infine, la consegna lasciata a metà: quei 25mila camici – sequestrati ieri dalla Guardia di Finanza durante una perquisizione nel magazzino dell’azienda – che la Dama non ha consegnato, ma cercato di rivendere a un prezzo maggiorato ad una clinica.

Bongiovanni ha dichiarato che dopo la consegna dei primi 50mila camici “non c’era più bisogno” del materiale restante. Eppure in quel periodo, e cioè intorno alla fine di maggio, vi era ancora grande necessità di dispositivi di protezione in Lombardia, in piena emergenza Covid: perché rinunciare ai camici per  il personale degli Ospedali nella Regione più colpita dall’epidemia? Viene da pensare che anche questa mossa fosse legata alla necessità di risarcire Dini del mancato guadagno.

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