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Fontana: “Non mi dimetto e la Regione non ha sborsato un euro. Il conto alle Bahamas? Trasparente”

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 28 Lug. 2020 alle 08:33 Aggiornato il 28 Lug. 2020 alle 09:21
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Immagine di copertina

Caso camici, Fontana: “Non mi dimetto”

La Regione non ha mai speso un euro, non ha pagato e non pagherà, il conto dei genitori alle Bahamas è trasparente e se ci sono state delle irregolarità nella fornitura di camici sono dipese “dalla situazione d’emergenza” legate alla pandemia. Così Attilio Fontana si difende dalle accuse di frode esplose dopo il “caso camici” in un’intervista a Repubblica, in cui ribadisce l’intenzione di non volersi dimettere dalla carica di governatore della Lombardia dopo lo scoop di Report anticipato dal Fatto Quotidiano e l’apertura dell’indagine da parte della procura di Milano. “Di benzina nel serbatoio ne ho tantissima, anzi devo accelerare per consumarla un po”, afferma.

Della procedura attivava da Aria (la centrale di acquisti della Regione Lombardia) che ha portato all’acquisto di camici dalla Dama spa, società di proprietà del cognato, Andrea Dini – poi trasformata in donazione – non era a conoscenza, assicura, e non è intervenuto per favorirla. “Questo ho inteso esprimere quando ho affermato (al programma Report, ndr) di essere completamente estraneo e ignaro della fornitura onerosa in questione. Naturalmente, una volta venutone a conoscenza, ho sollevato la sua inopportunità”.

Per questo motivo Fontana avrebbe spontaneamente scelto di risarcire di tasca propria il cognato Dini. “Ho spontaneamente considerato di alleviare in qualche modo il peso economico della operazione di mio cognato, partecipando io stesso personalmente alla copertura di una parte di quell’intervento economico”. Una decisione “dovuta al rammarico di constatare che il mio legame di affinità aveva solo svantaggiato una azienda legata alla mia famiglia”. E sulla voluntary disclosure con cui ha fatto transitare 5 milioni di euro dal conto intestato alla madre alle Bahamas, in Svizzera, dichiara che “quel conto non solo è perfettamente legale e frutto del lavoro dei miei genitori, ma è dichiarato, pubblico e trasparente”. “È riportato nella mia dichiarazione patrimoniale pubblicata sin dal primo giorno del mio mandato sui siti regionali come la legge prevede”, assicura il governatore al quotidiano.

Sulla società del cognato che deve alla Regione ancora 25mila dei 75mila camici – oggetto della vendita trasformata in donazione insieme a 7mila set sanitari, per un valore di 513mila euro – e che ha provato a rivenderli a una clinica a prezzo maggiorato, afferma di non poter dare un giudizio politico perché “l’elemento più importante e che nessuno sottolinea è che la Regione Lombardia non ha tirato fuori un euro. E se questo è accaduto è perché io ho fatto rilevare la inopportunità di quella situazione”. “La Regione non ha pagato e non pagherà”, ribadisce Fontana, e giustifica le irregolarità del caso con la situazione d’emergenza legata all’epidemia.

“Chi non comprende il livello di gravità ed emergenza nella ricerca spasmodica di presidi per medici e infermieri, o è stupido o è in malafede. Inoltre ricordo che tutti gli acquisti svolti in quella fase erano in regime di emergenza e seguivano procedure eccezionali tali da non richiedere la sottoscrizione del patto di integrità. Glielo dico ancora una volta. Deve essere chiaro a tutti che in quei giorni contavano i minuti e quindi ogni elemento che portava ritardi nella procedura metteva a rischio vite umane”, conclude il presidente della Lombardia.

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