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Fontana risponda: perché ha riportato in Italia 5,3 milioni di euro nascosti alle Bahamas usando lo scudo fiscale?

Di Luca Telese
Pubblicato il 26 Lug. 2020 alle 11:31
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Ma che ha fatto di male, povero Fontana? Si può indagare un uomo perché ha favorito una opera di “beneficienza”? È davvero straordinario il tentativo di Matteo Salvini di costruire una contro-narrazione così buonista e fantastica sul caso di Attilio Fontana.

Bisogna subito dire che, malgrado questi sforzi generosi, quella dei Camici Lombardi, comunque la rigiri, è una storia che fa acqua da tutte le parti. Il cognato del presidente si iscrive al registro dei fornitori della Regione, in piena emergenza Covid accoglie un ordine per gli ormai famosi 75mila camici, la società emette regolare fattura. Non c’è gara, proprio perché la procedura è accelerata per via dell’emergenza, il conflitto di interessi tra il presidente e la società fornitrice posseduta da un parente diretto e (al 10%) dalla stessa moglie di Fontana è clamoroso. La voce corre lungo i corridoi, Report si mette ad indagare sulla commessa. Fontana, con un intervento pubblico, dichiara di non saperne nulla. Più tardi si scoprirà – invece – che nelle stesse ore (contraddicendo questa professione di inconsapevolezza) ha provato a correre ai ripari.

Prima mossa: la società racconta una nuova versione dei fatti, buona per i bambini delle elementari. I titolari erano in vacanza e una segretaria sbadata – sempre le segretarie! – ha emesso fattura alla Regione senza sapere che si trattava di un’opera di beneficienza. Così la fattura viene stornata, prima dei 60 canonici giorni in cui sarebbe dovuta essere pagata. Peccato che, mentre si dichiarava inconsapevole di questo “equivoco”, Fontana stava già correndo ai ripari, sia pure in modo assai maldestro, provando a compensare il danni economici subito dal cognato, per via della mancata fornitura, con un bonifico fuorilegge da 250mila euro. Fuorilegge perché privo di una causale che ovviamente quel bonifico non poteva avere: a quale titolo un soggetto privato può erogare dei soldi a copertura di una mancata commessa istituzionale? Ed infatti il versamento viene bloccato in nome delle norme antiriciclaggio dallo stesso istituto di credito elvetico dove è basato il conto del governatore.

Dopo questa segnalazione, i magistrati scopriranno che in quel conto – di cui Fontana è amministratore riposano i capitali (oltre 4 milioni) provenienti da un altro conto da cui la madre ha “scudato” 5 milioni di euro, fatti transitare dalle Bahamas alla Svizzera con una voluntary disclosure. È evidente che non c’è bisogno di un reato o di una inchiesta per capire che questo movimento bancario diventa la punta di un iceberg enorme: un rappresentante delle istituzioni che per statuto è anche esattore di imposte, amministra di un gruzzolo milionario che è tornato in Italia dopo essere stato illecitamente (negli anni belli delle Bahamas) portato fuori dal paese.

Non c’è bisogno di un reato per capire che siamo entrati nel campo minato della Questione morale. Senza contare che questi 5 milioni erano allocati in due società basate in un paradiso fiscale, e intestati ad una signora – la mamma di Fontana – che, prima di morire e trasmettere i suoi averi al figlio, nella vita faceva la dentista.

Tuttavia il punto è un altro: nella sua sgangherata serie di dichiarazioni Fontana sembra non rendersi conto che questa linea di difesa, oltre che essere sostenuta da un versamento illecito (e a rivelare un precedente illecito) è – di fatto – un boomerang, ovvero un controsenso logico. A che cosa sarebbe servita  infatti, la “compensazione” del bonifico alla società appaltatrice se quella fornitura era – come sostengono il governatore e la società – una erogazione benefica? Di cosa doveva essere “compensata” una società che aveva – stando a quello che hanno dichiarato Fontana e suo cognato – fare un regalo solidale alla regione?

Quel bonifico, a rigor di logica, si giustificherebbe solo nel caso in cui l’ipotesi dei magistrati fosse vera: e cioè che la fattura per la fornitura dei camici fosse a tutti gli effetti vera, e che sia stata stornata solo dopo la notizia dell’inchiesta di Report. Altrimenti, a fronte di una fornitura che nelle dichiarazioni retroattive dei protagonisti doveva essere in partenza benefica, perché Fontana avrebbe dovuto “compensare” la società di famiglia?

L’ombra di una gestione spensierata della cosa pubblica, i tentativi maldestri di smontare l’accusa non sono un incidente. Sono figli della stessa superficialità che è stato lo stile della Regione nei giorni del Covid: non sono un incidente ma sono una conseguenza. Poveri lombardi. E poveri noi.

Leggi anche: 1. Caso camici Lombardia, Fontana e quel bonifico dal suo conto svizzero alla società di moglie e cognato / 2. Il caso dei camici di Fontana insegna: serve più trasparenza nelle partecipate (di Elisa Serafini)

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