Bambino ucciso a Cardito, il patrigno: “Mi si è spento il cervello”. La madre di Giuseppe: “Ha picchiato mio figlio fino a rompere il bastone”

Di Giulia Angeletti
Pubblicato il 22 Lug. 2020 alle 08:25 Aggiornato il 22 Lug. 2020 alle 08:32
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Immagine di copertina

“Non volevo ucciderlo, mi è venuto un raptus di follia”. Si è difeso così nell’aula 114 del Nuovo Palazzo di Giustizia di Napoli Tony Essobdi Badre, il 25enne accusato dell’omicidio del figliastro Giuseppe, un bambino di 6 anni, ucciso a colpi di bastone il 27 gennaio 2019 a Cardito. “Mi sono messo nel letto per rilassarmi un po’, verso le 8 e qualcosa, ho sentito che (i bambini, ndr) saltavano sul letto; mi è venuto un raptus di follia, mi si è spento il cervello, e li ho picchiati, ma non ho mai voluto ammazzarli”, ha spiegato l’uomo, mentre la madre di Giuseppe, Valentina Casa, anche lei sotto processo, ha riferito che Tony  “Non si fermava più, buttava mazzate e mentre picchiava i bambini le mazze si sono spezzate”.

La donna, ormai ex compagna del 25enne, è stata interrogata dal pm Fabio Sozio. Badre ha ricostruito la dinamica dei fatti, sostenendo di aver perso la testa quando, recandosi nella cameretta dei bambini, ha visto che avevano rotto la struttura del letto. L’uomo è reo confesso e accusato di omicidio volontario del bambino di 6 anni, morto in seguito alle percosse ricevute, e di maltrattamenti nei confronti sempre di Giuseppe e delle sue due sorelline. Tanti i “Non ricordo” dell’uomo al pm, che gli domandava spiegazioni per le percosse subite da Giuseppe il giorno prima dell’omicidio, mentre si trovavano in strada.

“In quel momento sembrava un diavolo, picchiava i bambini anche quando sono caduti”, ha aggiunto l’ex compagna di Badre, che ha raccontato anche di aver lei stessa subito dei maltrattamenti dal 25enne: “Mi ha tirato i capelli e mi ha dato un morso”, ha dichiarato Casa, che ha fatto cenno anche ad un altro episodio, avvenuto il giorno prima della morte di suo figlio: “Sabato sera aveva tirato i capelli alla sorella di Giuseppe e gli erano rimaste le ciocche in mano”.

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