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Quell’indimenticabile pomeriggio salendo sul passo dello Stelvio

Di Simone Gambino
Pubblicato il 22 Mag. 2020 alle 12:25
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Immagine di copertina

Quell’indimenticabile pomeriggio salendo sul passo dello Stelvio

Essere figli di una leggenda, si sa, è un fardello pesante, oberato dal timore di non essere all’altezza dell’illustre genitore. Eppure, c’è chi, nel solco paterno, quel mito è riuscito a rinverdirlo, sublimandone il ricordo. È questo il caso di Claudio Ferretti, scomparso ieri a Roma all’età di 77 anni. Di origini piemontesi, il nonno Mario fu presidente della Novese scudettata al termine del contestato campionato di calcio 1922, Claudio nacque a Roma nel travagliatissimo 1943, l’anno della resa italiana agli alleati. Suo padre, noto anche lui come Mario anche se in realtà si chiamava Silvio, viveva al tempo una vita pericolosa. Il sostegno alla Repubblica Sociale Italiana, infatti, lo aveva spinto dalla capitale al Nord causandogli, poi, anche forti discriminazioni sul piano lavorativo al termine del conflitto. Poi, nel maggio 1949 arrivò insperato un colpo di fortuna a rovesciare in positivo il destino.

C’era lui sullo Stelvio a raccontare un’altra pagina memorabile scritta dal Campionissimo nel 1953

A Giro d’Italia in corso, il licenziamento in tronco di un cronista aprì uno spazio per il buon “Mario” che colse l’occasione al balzo trasformandola in oro in men che non si dica. In un Paese sportivamente prostrato dalla tragedia del Grande Torino, fu la sua voce, il 10 giugno, a restituire orgoglio e speranza alla popolazione narrando “l’impresa delle imprese”, la leggendaria cavalcata solitaria di 190km di Fausto Coppi nel tappone franco – piemontese che da Cuneo portava a Pinerolo. Fu allora che pronunciò la fatidica frase “Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi”. Da quel giorno i destini di Ferretti e Coppi furono intrecciati. C’era lui sullo Stelvio a raccontare un’altra pagina memorabile scritta dal Campionissimo nel 1953 quando, in extremis, rovesciò l’esito di un Giro che sembrava appannaggio dello svizzero Hugo Koblet,. Gli intrecci del fato portarono nel 1955 “Mario” oltre oceano in compagnia della sua nuova fiamma, l’attrice Doris Duranti, proprio nel momento in cui Coppi imboccava il viale del tramonto. Visse gli ultimi suoi vent’anni tra Santo Domingo e Guatemala dove si spense, vittima della malasanità locale, nel 1977.

La carriera di Claudio Ferretti: chi era la voce di “Tutto il calcio minuto per minuto”

Claudio, intanto, cresceva a Roma caratterizzato da una insaziabilità culturale che lo portava a leggere ed ascoltare musica con grande assiduità. A soli 20 anni, nel 1963, cominciò a collaborare in Rai, vincendo poi il concorso per radiocronisti nel 1968. Fu subito indirizzato a fortificare la regina delle trasmissioni radiofoniche, quel “Tutto il calcio minuto per minuto” che ogni domenica pomeriggio teneva milioni di italiani incollati ai transistor. Di quegli anni, però, non va dimenticata la sua descrizione dell’agonia di Nino Benvenuti l’8 novembre 1970 in occasione della sconfitta per KO contro l’indio venuto dalle pampas, Carlos Monzon. Per la radio sportiva dell’epoca, la partita più importante, però, era il Giro d’Italia che ogni anno infiammava il fine primavera di ogni borgo dello stivale. E fu nel ciclismo, il terreno di cui suo padre era stato il novello Omero, che il giovane Claudio scrisse una pagina indelebile della storia dell’ente di stato.

Quell’anno la corsa non era trasmessa in diretta dalla televisione che, stante il dominio di Eddy Merckx, aveva deciso di limitarsi ad una sintesi serale in differita. La radio, quindi, la faceva da padrona con Enrico Ameri, la prima voce dello sport, sul palco che si avvaleva del giovane Claudio Ferretti in moto. La corsa, orfana in quella edizione del brabantino, fin dall’inizio sembrava indicare in Giovanni Battaglin il grande favorito. Dopo aver conquistato e perso rapidamente la maglia rosa ad iniziogara, il campione di Marostica registrò un sorprendente successo nella tradizionale cronometro sul lungomare versiliese riconquistando il simbolo del primato. Pochi notarono quel giorno l’ottima prova del suo gregario Fausto Bertoglio che, libero da impegni di squadra, salì quatto quatto al secondo posto in classifica generale. Ventiquattro ore dopo, nella breve ma intensa cronoscalata de Il Ciocco, il bresciano compii l’impresa della vita vincendo la tappa e sfilando la maglia rosa al suo capitano per soli sei secondi. Il contraccolpo psicologico fu devastante per Battaglin che, il giorno dopo, sul traguardo di Arenzano accusò dieci minuti di ritardo. All’inizio dell’ultima settimana il Giro era diventato una partita a due: Bertoglio in maglia rosa con esattamente due minuti di vantaggio sul temibile scalatore spagnolo Francisco Galdos.

Nato nel 1949, l’anno magico di Coppi in cui, primo nella storia, vinse Giro e Tour, il bresciano era stato battezzato Fausto in onore del Campionissimo. Man mano che il Giro si avvicinava al suo epilogo, corsi e ricorsi storici vennero citati a ripetizione su radio e giornali anche in considerazione del fatto che la corsa rosa, grazie ad una geniale idea di Vincenzo Torriani, si sarebbe conclusa sullo Stelvio. L’Italia fu colta da un delirio da metempsicosi che proiettò lo schivo Bertoglio al centro del proscenio. Tutti, però, avevano omesso la più importante delle coincidenze.

Nella penultima tappa, da Pordenone ad Alleghe, Bertoglio andò in crisi sul Passo Fedaia. Solo con l’aiuto di Felice Gimondi riuscì a salvare la maglia rosa. Il vantaggio su Galdos, però, era ridotto a soli 41”. Otto milioni d’italiani erano incollati alla radio il pomeriggio seguente, sabato 8 giugno 1975, per spingere idealmente il bresciano verso la cima il cui verdetto era storicamente inappellabile. Quel giorno, però, Enrico Ameri dovette cedere a Claudio Ferretti il campo principale. Per un’ora la moto del figlio d’arte divenne il fulcro di una nazione. Come suo padre “Mario”, anzi più di lui, tornante dopo tornante, un Ferretti, a 26 primavere di distanza, raccontava le gesta di un Fausto trionfante sullo Stelvio. Dopo sei anni, il più lungo degli intervalli nella storia della corsa, un italiano tornava a vincere il Giro. Come Claudio Ferretti ha sempre sostenuto, fu questa la sua ora più bella al microfono. Lo fu a tal punto che Mamma Rai dall’anno successivo riprese a trasmettere il Giro in diretta in televisione togliendo alla radio lo spazio che si era guadagnata nei tre anni d’astinenza visiva.

Claudio Ferretti, quando lo sport iniziò ad andare stretto

Dopo questa apoteosi era inevitabile che, con il tempo, lo sport sarebbe andato stretto a Claudio Ferretti. Il suo passaggio in televisione nel 1988 gli permise in tal senso di ampliare ulteriormente i suoi già vasti orizzonti culturali. Logico approdo a questo percorso fu la sua nomina a capo dei servizi culturali del TG3 dove gli era permesso spaziare oltre la gabbia imposta dall’agone. Questo si rifletté fortemente quando a fine millennio tornò all’amore di famiglia, il ciclismo, conducendo in modo rigoroso e pacato il sovente degenerante “Processo alla Tappa”.

Introverso e silenzioso, Claudio Ferretti era un profondo conoscitore del Caravaggio, sul quale tenne una mai dimenticata lezione all’allievo radiocronista, poi divenuto amico, Emanuele Dotto. In tale ottica artistica, Dotto ama ricordarlo così: “Meno gioioso di Rubens, complesso come Rembrandt, professionale come Raffaello ma anche mangiatore come Rabelais.” Se n’è andato un grande testimone della cultura. Sarà impossibile rimpiazzarlo.

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