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Ghali accusa Tale e Quale Show di razzismo, ma sta sbagliando (A. Carluccio)

Di Anna Carluccio
Pubblicato il 22 Nov. 2020 alle 10:40 Aggiornato il 22 Nov. 2020 alle 16:14
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Immagine di copertina

Ghali accusa Tale e Quale Show di razzismo, ma sta sbagliando

L’ultima puntata di Tale e Quale Show è proprio andata di traverso a Ghali. L’affermato rapper italiano classe 1993, nato a Milano da genitori tunisini, è stato infatti il personaggio che il concorrente Sergio Muniz ha cercato di riproporre sul palco del noto programma di Raiuno. E lo ha fatto, come accade dal 2012 a oggi per tutti i personaggi scelti, imitandone fattezze, fisionomia, movenze e timbro vocale. E, si sa, a volte l’impresa viene meglio, altre volte si stende un velo pietoso.

Velo che Ghali ha voluto ridurre a brandelli per farne stracci da far volare dal suo profilo Instagram. Il motivo lo ha spiegato lui stesso: “Non c’è bisogno di fare il blackface per imitare me o altri artisti. Potrete dire che esagero, che mi devo fare una risata o che non si vuole offendere nessuno, lo capisco. Ma per offendere qualcuno basta semplicemente essere ignoranti, non bisogna per forza essere cattivi o guidati dall’odio. Si può anche essere belle brave persone e non sapere che la storia del blackface va ben oltre un semplice make up, trucco o travestimento”.

Quella a cui fa riferimento il cantante è una pratica razzista molto diffusa negli Stati Uniti soprattutto nella prima metà dell’Ottocento quando negli spettacoli di intrattenimento attori bianchi, truccati di scuro in modo marcato, interpretavano gli schiavi africani rappresentandoli in modo caricaturale come esseri buffi, pigri e poco intelligenti, dando sfogo a un raccapricciante repertorio di luoghi comuni in cui “la maschera” era parte integrante dello sfottò. Una pratica orrenda nata in un preciso contesto storico e geografico quindi e, soprattutto, con uno specifico intento ridicolizzante e denigratorio.

Ora so bene che da allora, soprattutto oltreoceano, la pratica del blackface, anche con puro scopo imitativo, sia da molti stigmatizzata come retaggio di una cultura razzista e retrograda. Ma pur rispettando le conoscenze storiche di Ghali in materia, e soprattutto la sua più che giustificata suscettibilità su questo argomento, non me la sento proprio di dargli ragione e gridare allo scandalo. Ragazzi qui si parla di un programma di imitazioni, peraltro sempre molto garbato e rispettoso, dove il peggior torto che si può fare a qualcuno è a mio avviso proprio riuscire a essere perfettamente aderenti all’originale. Perché, diciamolo, se mi emuli alla perfezione sembrerò meno unico e straordinario. Se mi fai da schifo non solo tu sembrerai una pippa ma io un po’ inimitabile. Ed è proprio quello che è accaduto l’altra sera con l’esibizione di Muniz che ha reso evidente come, trucco o non trucco, la cifra e il timbro di Ghali fossero difficilmente riproducibili.


Ma lo so, il punto è un altro, a lui sono girate le scatole per quel make-up forse un po’ troppo marcatamente scuro che ha creato l’effetto di quando in una bella giornata di primavera ci trucchiamo in bagno, tapparella abbassata e luce fioca dello specchio e ci sentiamo fighissime e poi usciamo alla luce del sole e sembriamo dal collo in su Tina Turner e sotto Tilda Swinton. Diciamo che l’impressione è stata che le truccatrici avessero sbagliato pantone e ci siano andate con la mano un pochino pesante. Ma da qui a gridare al blackface in un programma in cui si cerca di essere il più somiglianti possibile all’originale mi sembra esagerato.

Va bene il politically correct ma qui se si va avanti di questo passo non si potrà più imbottire di gommapiuma il concorrente chiamato a imitare Pavarotti per non correre il rischio di essere accusati di body shaming. “Ci sono tante caratteristiche che si possono riprodurre ed imitare in un personaggio. È la seconda volta che mi emulate in questo modo, dipingendo la faccia oltre a fare commenti usando luoghi comuni e paragoni su aspetto fisico e bellezza. Non mi sono offeso, davvero. Ma nemmeno ho riso. Bastava l’autotune e un bel look. Perché il blackface è condannato ovunque specie in un anno come questo, in cui gli avvenimenti e le proteste sono stati alla portata di tutti”.

Ma come bastava l’autotune e un bel look? Ma lo hai mai visto il programma? Lo sai che trucco, parrucco e costumi costituiscono una parte integrante dello show? Suvvia, un po’ di buon senso. Allora per imitare Aretha Franklin qualche sera fa Barbara Cola sarebbe dovuta andare in scena con il suo incarnato roseo, indossando come unico segno di riconoscimento un abito scintillante, orecchini vistosi e una parrucca dal taglio corto sbarazzino. Ed ecco a voi Orietta Berti che canta Think! Se poi in merito ai commenti dei giudici ti riferisci a quel “Tu sei un po’ più carino di Ghali” detto dalla Goggi al bel Muniz o alla battuta assolutamente innocua di Panariello su testo della canzone… diciamo che il razzismo c’entra poco, ma trattasi di rosicamento.

Parlare di blackface in Italia, Paese che purtroppo non è stato e non è tuttora estraneo al più bieco razzismo ma che ha una storia molto diversa da quella degli Stati Uniti, è davvero una forzatura. Naturalmente se ci troviamo in assenza di quell’intento derisorio che ha reso la pratica tanto detestabile. E chiamare in causa i terribili fatti di cronaca da cui è scaturita la protesta del “Black lives matter” mi sembra, quello sì, un po’ ignorante e irrispettoso. Perché cultura è anche saper mettere in relazione le proprie conoscenze con il contesto in cui ci si muove, lasciando da parte assolutismi e atteggiamenti intransigenti che spesso danneggiano proprio la causa per la quale si sta combattendo.

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