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Sanremo 2026, le pagelle degli abiti della prima serata del Festival

Immagine di copertina

Sanremo 2026, le pagelle degli abiti della prima serata del Festival

La prima serata del Festival di Sanremo non è mai solo musica. È rito collettivo, è estetica, è teatro. È una passerella travestita da gara canora, dove ogni dettaglio – dal taglio di una giacca alla scelta di una spilla – racconta un’identità, un posizionamento, una dichiarazione d’intenti. Quest’anno il palco dell’Ariston si è trasformato in un laboratorio di stile a cielo aperto: minimalismi studiati, eccessi consapevoli, nostalgie anni Sessanta, richiami western e qualche esperimento che ha lasciato il pubblico sospeso tra perplessità e applauso. Ecco le pagelle a una selezione di look della prima serata: promossi, rimandati e autentiche sorprese.

I padroni di casa: eleganza senza strappi
Carlo Conti apre la serata con la sicurezza di chi conosce ogni centimetro di quel palco. Smoking doppiopetto blu notte (firmato Stefano Ricci), revers in raso, linea pulita. Nessun effetto speciale, nessuna provocazione. Solo misura, rigore, tradizione. In un contesto dove molti cercano di stupire, lui sceglie la continuità. E funziona. Voto: 8. Perché la coerenza, quando è così ben calibrata, è già una forma di stile.

Laura Pausini gioca su un altro piano. Tre cambi d’abito (tutti Giorgio Armani), tre interpretazioni diverse della femminilità. Velluto nero, silhouette strutturate, gioielli importanti ma mai invasivi. La presenza scenica fa il resto: ogni outfit è costruito per dialogare con il palco, con le luci, con la musica. Non è solo vestita bene: è consapevole del suo ruolo. Voto: 8. Solida, magnetica, impeccabile.

Carlo Conti, Can Yaman, Laura Pausini (credit: AGF)

Ditonellapiaga in DSquared2: ironia e nostalgia fuori sincrono
Gonna a palloncino rosa, corpetto nero, décolleté con fiocco e t-shirt con scritta “Che fastidio!”. L’idea è chiara: giocare con l’estetica pop, con una Barbie rivisitata in chiave ironica. Il problema è l’equilibrio. Il risultato finale appare un po’ datato, come un riferimento che arriva in ritardo rispetto al trend che lo ha generato. C’è personalità, ma la costruzione complessiva non convince del tutto. Voto: 5.5. L’intenzione c’è, l’esecuzione meno.

Dargen D’Amico: il caso parquet
Tra tutti, è il look che ha generato più discussione. Occhiali scuri effetto mascherina, completo (di Mordecai) ispirato a un kimono doppiopetto e una scelta cromatica che richiama – dichiaratamente – il parquet di casa sua. Concettuale? Sì. Coerente con il suo universo creativo? Assolutamente. Ma sul palco dell’Ariston l’effetto è straniante. L’idea sovrasta la forma e lo spettatore resta a interrogarsi più sul messaggio che sull’insieme. Voto: 4. Coraggioso, ma poco leggibile.

Can Yaman: il fascino non basta
Ospite internazionale, presenza scenica imponente, camicia sbottonata e abito nero a valorizzare il fisico. Il punto è che il look sembra puntare tutto sull’impatto fisico, sacrificando ricerca e costruzione stilistica. Due cambi d’abito, ma nessuno davvero memorabile. Voto: 5.5. Carisma evidente, ma moda in secondo piano.

Arisa: l’apparizione
Poi arriva lei. Abito bianco firmato Des_Phemmes by Salvo Rizza, oltre mille gocce di cristallo chiffon (per un totale di 108 ore di lavorazione per produrlo!) a catturare ogni riflesso di luce. Linea fluida, movimento elegante, capelli sciolti in un richiamo sofisticato all’Old Hollywood. È un look che non grida, ma incanta. Ogni dettaglio è calibrato. Ogni passo sembra pensato per amplificare l’effetto scenico. È la dimostrazione che l’eleganza può ancora sorprendere senza bisogno di eccessi. Voto: 9. Divina, senza esitazioni.

Credit: AGF

Luchè: minimalismo controllato
Camicia, cravatta, velluto. Nessun virtuosismo, ma una precisa idea di sé. Luchè porta sul palco un’eleganza urbana, asciutta, che non cerca l’applauso facile. Forse manca un guizzo, un elemento capace di rendere il tutto più memorabile. Voto: 6-. Corretto, ma poco audace.

Tommaso Paradiso: tra comfort e red carpet
Completo beige e nero (di Emporio Armani), abbinato a una T-shirt bianca che smorza l’impatto dell’insieme. Il risultato è un ibrido tra casual e formale che non trova una vera identità. L’idea di alleggerire il look è interessante, ma il palco dell’Ariston chiede un livello di precisione in più. Voto: 5.5. Intento moderno, resa poco incisiva.

Elettra Lamborghini: barocco contemporaneo
Abito nero con corpetto ricamato, dettagli dorati, silhouette importante. È un’estetica potente, riconoscibile, coerente con la sua immagine pubblica. Forse manca l’elemento sorpresa, ma la presenza è scenica. Voto: 5. Sicura, ma non rivoluzionaria.

Patty Pravo e Samurai Jay: due mondi, stessa solidità
Patty Pravo gioca sul classico: abito nero, linee pulite, aura iconica. Non ha bisogno di strafare. È il suo nome, prima ancora dell’abito, a costruire il look. Samurai Jay opta per un total black impreziosito da una spilla gioiello. Essenziale ma studiato. L’attenzione al dettaglio salva la semplicità. Voto: 7 per entrambi. Coerenza e controllo.

J-Ax: western in versione urbana
Cappello, stivali, bolo tie, bastone. Un immaginario country rivisitato in chiave urbana. L’operazione è interessante, ma rischiosa. Il confine tra citazione stilistica e costume di scena è sottile, e qui viene superato più volte. Voto: 4.5. Audace, ma poco armonico.

J-Ax (Credit: AGF)

Fulminacci: oversize e simboli
Completo grigio oversize (di AMI Paris), cravatta viola come elemento distintivo. C’è un’idea narrativa dietro il look, ma la proporzione non sempre gioca a favore. L’effetto finale è curioso, ma non completamente risolto. Voto: 6. Coraggioso, ma imperfetto.

Levante: cristalli e rigore
Microcristalli, silhouette aderente, eleganza luminosa. Il richiamo all’alta moda internazionale è evidente e ben calibrato. Non c’è un dettaglio fuori posto. È uno di quei look che potrebbero tranquillamente sfilare su un red carpet fuori dai confini nazionali. Voto: 8.5. Raffinata e scenica.

Gli altri: tra conferme e tentativi
Ermal Meta sceglie un boho-chic curato nei dettagli, con una costruzione coerente e personale. Voto: 8.5.
Serena Brancale opta per un’eleganza quasi regale, strutturata ma mai eccessiva. Voto: 7.5.
Malika Ayane punta sulla semplicità sofisticata, linee pulite e presenza misurata. Voto: 7.5.
Sal Da Vinci rimane su un classico corretto ma poco incisivo. Voto: 6-.

Enrico Nigiotti prova a osare, ma il risultato appare incompleto. Voto: 5.
Chiello sorprende con una giacca in pizzo e stivaletti che costruiscono un’immagine forte e riconoscibile. Voto: 8.
Bambole di Pezza portano un punk che però non riesce a compattarsi in un’identità definita. Voto: 5.
Maria Antonietta e Colombre evocano il pop anni Sessanta di Nada, fresco e coerente. Voto: 7.

Leo Gassmann sceglie un dandy moderno, elegante, misurato. Voto: 8.5.
Francesco Renga gioca con il velluto marrone di Canali, scelta raffinata ma poco sorprendente. Voto: 7.
LDA e Aka7even propongono una sintonia stilistica che però non lascia un segno profondo. Voto: 6.

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