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L’ex brigatista Raimondo Etro a Non è l’arena: “Meglio avere mani sporche di sangue ma provarci”. E Giletti lo caccia dallo studio

Di Giulia Angeletti
Pubblicato il 17 Feb. 2020 alle 13:43
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Immagine di copertina

L’ex brigatista Raimondo Etro a Non è l’arena: “Meglio avere mani sporche di sangue ma provarci”. E Giletti lo caccia dallo studio

“Meglio avere mani sporche di sangue ma provarci”. Questa la contestata frase pronunciata dall’ex brigatista Raimondo Etro nel corso della puntata di domenica 16 febbraio di Non è l’arena, il programma di La7 condotto da Massimo Giletti.

Etro, oggi 63enne, è noto per essere stato uno dei protagonisti di quella tragica pagina di storia italiana denominata Anni di piombo. Coinvolto nell’organizzazione del sequestro di Aldo Moro e nell’omicidio del giudice Riccardo Palma, Etro è stato condannato a 20 anni e sei mesi di carcere dalla Corte d’Assise di Roma nel 1998. Il suo nome è tornato alla ribalta negli ultimi mesi a seguito della diffusione della notizia che Etro avrebbe richiesto e ottenuto il reddito di cittadinanza.

Ospite di Giletti nel suo programma domenicale, Etro ha scatenato l’indignazione generale per quelle parole e, in particolare, degli ospiti in studio, il giornalista Luca Telese e la senatrice Daniela Santanchè. “Questa frase è inaccettabile, o chiede scusa oppure ce ne andiamo”, ha detto l’esponente di Fratelli d’Italia in collegamento video appena Giletti le ha ridato la parola. A tuonare contro l’ex brigatista anche Telese, che ha avuto un’acceso scambio con Etro: “Questa cosa che ha detto la ritira subito, non possiamo fare battute su questo”.

“Scusa il cazzo”, ha risposto Etro all’invito di ritirare quanto detto e, a quel punto, Giletti ha deciso di cacciarlo dallo studio: “Mi dispiace ma questa frase è inaccettabile, quella è la porta”.

Le parole del 63enne sono quelle di un romanzo di Graham Greene e si riferiscono alla vicenda di Ponzio Pilato che, della morte di Cristo, se ne “lavò le mani”. Con l’espressione mani sporche di sangue, dunque, voleva indicare il suo “impegno” nella lotta armata, comunque “migliore” del restare “con le mani in mano”.

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