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Voci interne al Pd: “La scissione di Renzi è già un flop”

Di Fabio Salamida
Pubblicato il 17 Set. 2019 alle 20:54 Aggiornato il 17 Set. 2019 alle 21:28
Immagine di copertina
Il senatore Matteo Renzi. Credit: Andreas SOLARO / AFP

Il Pd e Renzi, voci interne al partito: “La scissione è gia un flop”

Dal Nazareno rassicurano: “Alcuni sondaggi riservati dicono che l’addio di Matteo Renzi non solo non toglierà voti al Pd, ma addirittura farà tornare una parte di quegli elettori che si erano allontanati”. La scissione annunciata oggi dal senatore semplice di Rignano sull’Arno era attesa da tempo e l’unica cosa che ha destato un certo stupore è stata la tempistica: “A poche ore dal giuramento dei sottosegretari arriva l’intervista a Repubblica di un ex segretario e capo corrente che dice di voler fondare un nuovo partito”, spiega un deputato sorridendo a mezza bocca. “Avrebbe potuto farlo prima e andare a trattare con Conte autonomamente, ma a quel punto dubito che avrebbe ottenuto quelle postazioni nel Governo. Il solito Renzi…”.

Già, il solito Renzi, quello di “Enrico stai sereno” e “se perdo il referendum lascio la politica”, per intenderci. Nessun fulmine a ciel sereno insomma, l’impennata delle donazioni ai comitati Azione Civile non era passata certo inosservata nel partito e l’ex premier era in forte astinenza da visibilità: “Matteo è geniale ma ha questo grandissimo limite psicologico”, racconta sottovoce una renziana della prima ora che non lo seguirà e resterà nel Pd. “Non riesce mai a mettersi al servizio di tutti, o è lui il capo oppure perde la lucidità”.

Sono molti gli ormai ex renziani ad essere particolarmente critici con le ultime scelte del loro ex leader, dai modi e dai tempi della scissione ai nomi mandati nel Governo: ha fatto ad esempio discutere quello di Alessia Morani che avrebbe fatto fuori il più quotato Emanuele Fiano. Entrambi non dovrebbero entrare in Italia Viva (questo il nome del nuovo partito, chissà se qualcuno ricorda che era lo slogan che capeggiava sul pullman con cui Veltroni girò il Paese nel 2008), così come non saranno della partita il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, il sottosegretario ai rapporti con il Parlamento Simona Malpezzi, l’ex ministro Luca Lotti (che poi spiegherà il perché…) e il sindaco di Firenze, Dario Nardella, da sempre uomo vicinissimo all’ex premier.  Resteranno nel Pd anche gli europarlamentari Simona Bonafè, Pina Picierno e Nicola Danti, così come i “giovani turchi” dell’ex presidente del partito, Matteo Orfini.

Matteo Renzi ha minimizzato dichiarando candidamente: “I parlamentari li ho lasciati tutti a Zingaretti”, evidenziando ancora una volta un rapporto assai difficile con il suo ego e una certa propensione a considerare semplici pedine i suoi seguaci. Chi invece lascerà il Pd è l’ex radicale Roberto Giachetti, che difficilmente avrebbe ottenuto un’ennesima deroga per ricandidarsi e che ieri si era dimesso dalla direzione nazionale perché a suo dire era venuta meno la sua funzione di “frontman anti M5S”. Entrerà nel nuovo partito di chi per primo, durante la crisi del governo gialloverde, aveva aperto a un governo col M5S: un vero bomber.

Insomma, a poche ore dall’annuncio l’operazione di Renzi viene derubricata ad ennesima avventura a una cifra nel campo del centrosinistra: “Se guardiamo i numeri, i 25 deputati e i 15 senatori che potrebbero seguire Renzi sono una minoranza non solo dei gruppi, ma anche degli stessi renziani”, spiegano ancora fonti del Nazareno. “Se poi andiamo a vedere sono usciti quelli che non hanno consensi, quelli che hanno bisogno di essere dietro un capo per garantirsi un posto. Questa specie di scissione a freddo al momento sembra un flop”.

Anche la base, al netto dei soliti ormai noti profili più o meno fake della comunicazione renziana che da ore spammano contenuti su Facebook e Twitter, non sembra aver accolto con favore l’uscita dell’ex segretario. Saranno davvero pochi gli iscritti e i dirigenti locali che aderiranno al nuovo partito, così come gli eletti nei comuni e nelle regioni.

Italia Viva è un soggetto che nasce nel palazzo e non avrà il problema imminente di doversi confrontare con le urne. Non è un caso che Matteo Renzi, invece di andare a spiegare i motivi dell’addio in quelle sedi di partito in cui non si è mai più presentato da quando ne ha perso il comando, abbia immediatamente chiamato il premier Giuseppe Conte per rassicurarlo del suo appoggio al Governo. E questa volta non è stato un “Giuseppe stai sereno”, perché fuori dal palazzo c’è l’irrilevanza, la definitiva rottamazione dell’ex rottamatore. E questo lo sa bene persino l’ego di Matteo.

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