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Matteo Richetti a TPI: “La scissione? Renzi poteva pensarci prima. Ora io vado con Calenda”

Intervista al senatore ex Pd: "Ora una sfida nuova per dar vita a un partito democratico, solidale, liberale, europeista"

Di Enrico Mingori
Pubblicato il 17 Set. 2019 alle 20:22 Aggiornato il 18 Set. 2019 alle 13:42
Immagine di copertina
Il senatore Matteo Richetti. Credit: ANSA/GIUSEPPE LAMI

Matteo Richetti: “Renzi poteva pensarci prima. Ora io vado con Calenda”

C’era una volta in cui Matteo Richetti e Matteo Renzi erano grandi amici: entrambi provenienti dalla Margherita, all’interno del Pd portavano avanti insieme il grande piano della “rottamazione”. Il primo, originario di Sassuolo, era consigliere regionale dell’Emilia-Romagna, il secondo, nato a Rignano sull’Arno, era il sindaco di Firenze. Quando Renzi diventò segretario del partito, il collega emiliano era tra i suoi fedelissimi. Quando Renzi salì a Palazzo Chigi, Richetti era diventato suo deputato. Poi, tra il 2016 e il 2017, il rapporto tra i due si ruppe. Renzi e Richetti presero strade diverse, sebbene sempre all’interno del Pd.

In questi giorni di nuovo governo giallorosso per entrambi si chiude un capitolo: sia Richetti sia Renzi lasciano il Pd. Ma il loro futuro non è insieme. Il Matteo di Rignano sull’Arno farà un suo partito, il Matteo di Sassuolo ne formerà un altro, insieme a un altro big dem transfugo: Carlo Calenda. TPI ne ha parlato con Matteo Richetti, oggi senatore di opposizione.

Richetti, Renzi lascia il Pd: se l’aspettava in questo momento?

Considerato che è stato tra i protagonisti della gestione dell’ultimo mese e mezzo della politica italiana, certamente ci sono ragioni precedenti. Non sarà certamente la scelta di far partire il Conte bis il motivo di questa sua decisione. E se i motivi erano precedenti allora forse questa cosa andava fatta quando questi motivi sono maturati.

Pochi giorni fa anche lei ha lasciato il Pd: perché?

La mia scelta è stata molto sofferta e conseguente a più elementi che io non ho condiviso: la scelta di un’alleanza con una forza politica incompatibile con il Pd, un profilo di governo inaccettabile a partire dal premier, un programma fumoso che non consente di capire dove si porta l’Italia. Il tutto in una prima fase venduto come un’esigenza di evitare la vittoria di Salvini e che oggi invece diventa modello di riferimento anche per le elezioni regionali e amministrative.

Quando inizia il suo dissenso? Colpa solo del governo giallorosso o cova da più tempo?

Il dissenso inizia quando Zingaretti, alla fine dell’Assemblea nazionale, dice: “Sono stanco di vivere costantemente insinuazioni sull’idea che voglia l’accordo con i Cinque Stelle. Io quel partito l’ho sconfitto, mai e poi mai mi alleerò con loro”. Qui sembra che quello che ha tradito un’idea sono io, ma chi ha tradito è chi ha pronunciato delle parole, in relazione a quelle parole ha ricevuto un mandato, e poi ha fatto il contrario. C’è una ipocrisia grande come una casa.

Dietro alla idea che avrebbe vinto Salvini, noi abbiamo legittimato qualunque scelta senza nessun barlume di discussione, nessun coinvolgimento del partito nelle sue strutture periferiche, dei suoi circoli. Da parte di chi ha vinto le primarie c’era un respingimento alla possibilità che i Cinque Stelle potessero diventare un alleato.

Detto questo, io vorrei che nel centrosinistra si chiudesse prima possibile la stagione delle polemiche interne. Insieme a Carlo Calenda siamo al lavoro su sanità, scuola e lavoro: così proveremo a caratterizzare l’agenda politica delle prossime settimane.

Quindi ha deciso: va con Calenda…

Con Carlo abbiamo la medesima valutazione su questa fase politica: il Pd ha commesso un errore clamoroso nell’avvio di questo governo, snaturando la sua vocazione riformista e di responsabilità istituzionale. Tutto si può spiegare, ma non l’abbraccio con chi fino a qualche mese fa teorizzava il processo popolare per i politici, i giornalisti e gli imprenditori. Altro che la casa comune.

In più insieme a Carlo c’è l’idea di dare vita a una offerta politica che oggi in Italia non c’è. Oggi gli elettori sono costretti a scegliere tra il populismo di destra di Salvini e il populismo di sinistra interpretato da Conte, oggi sintesi di Pd e Cinque Stelle. Io credo che in Italia ci sia invece chi chiede un’offerta seria, esigente, europeista per davvero.

Con Calenda c’è una sfida nuova per dar vita a un partito che oggi in Italia non c’è. È impensabile che oggi in Italia manchi un’offerta democratica, solidale, liberale, europeista. Io non la vedo, perché l’avvio del Governo Conte tradisce in maniera inaccettabile quello che era il senso del Pd. Che non c’entra nulla con la visione di giustizia di Bonafede, con la visione di democrazia diretta di Fraccaro, con la visione del lavoro di Catalfo.

Da quali punti programmatici partite con Calenda?

I primi aspetti su cui usciremo con proposte concrete sono una riforma importante per rilanciare Sanità e Scuola. Quelli che sono universalmente diritti acquisti stanno scivolando. L’accesso alla cura rischia di vedere ampie sacche di esclusi. E il tema della scuola non può essere banalizzato con la tassa sulle merendine: c’è un problema di competitività del paese che passa per la competitività della nostra scuola. Poi c’è il tema dell’accesso alle professioni, che avviene attraverso esami di stato che sono al limite della truffa.

Dobbiamo uscire dai titoli che contengono tutto, come “la svolta green”, “la tutela del pianeta”, “la sostenibilità”. Tutti concetti sacrosanti ma che da troppo tempo non si traducono in una sola cosa: un piano straordinario di investimenti interamente dedicato alla trasformazione del rifiuto riciclato, all’investimento al corretto smaltimento. C’è un avversario chiaro oggi, per me e Carlo Calenda: la destra pericolosa, ai limiti della democrazia, di Salvini. Chiunque vorrà discutere senza autoreferenzialità potrà essere interlocutore di queste proposte, ma noi cercheremo di stare sempre sui contenuti.

All’interno di quale partito vi muoverete?

Noi vogliamo fare un partito nuovo.

Si chiamerà Siamo Europei?

È una discussione che è in corso proprio in questi giorni. Credo che potrà esserci una denominazione nuova, ma è una decisione che prenderemo insieme alle persone che accompagneranno fin da subito questo percorso. Per il momento stiamo fissando appuntamenti regionali per illustrare il progetto.

Il campo è affollato: nel centrosinistra c’è già il Pd, che oscilla intorno al 20 per cento, e ora anche il nuovo partito di Renzi, che alcuni sondaggi stimano al 5 per cento. La vostra strada parte molto ripida. Come vi regolate?

Ci stiamo regolando con un solo atteggiamento: massima umiltà, che oggi in politica mi pare merce rara. Consapevoli di tutte le difficoltà, ma anche del fatto che c’è il 45 per cento degli italiani che oggi non vota e che una percentuale ancora più ampia non si sente rappresentata dai soggetti politici in campo. C’è un potenziale enorme tra chi dalla politica si è allontanato. Competenza e credibilità sono le due cose da restituire, non facendo sconti a nessuno, a partire da noi stessi.

Il quadro in cui vi muoverete è proporzionale. Siete aperti a fare alleanze, magari anche con i vecchi amici del Pd?

Sì, il Pd è, rimane e sarà un interlocutore naturale. Ma è il Pd che deve fare una scelta di fondo: se quando fai i governi all’Economia ci metti Cottarelli, discutiamo insieme; se ci metti la Castelli, discuti con chi crede nelle scie chimiche.

Al di là delle divergenze sul nuovo governo, cosa differenzia a livello programmatico il progetto suo e di Calenda da quello di Renzi?

Il primo elemento che ci distingue è che io e Calenda abbiamo detto no a questa alleanza e a questo governo e che Renzi ha detto sì. Sul piano del programma noi faremo le nostre proposte sul piano del lavoro e degli investimenti. Laddove ci sarà compatibilità e coerenza, vedremo.

Oggi questo governo si appresta a confermare Quota 100 e reddito di cittadinanza: sono decine di miliardi di euro. Sono scelte che noi abbiamo contestato, ma per il Pd e Renzi non sono più un problema evidentemente. Vero, c’è uno spazio riformista liberal democratico che potrebbe essere sovrapponibile. Ma oggi si sostiene un governo che non fa cose che guardano alle nuove generazione e a una prospettiva sostenibile dei conti pubblici.

Quando ha sentito Renzi l’ultima volta?

Renzi è un collega: frequentando l’aula del Senato, ci scambiamo battute. Abbiamo scelto percorsi autonomi, ma con grande rispetto. Si è romanzato fin troppo sul rapporto tra noi due: ognuno ha fatto un percorso in coerenza con quello che pensava. Quando ne abbiamo avuto la possibilità, abbiamo cambiato troppo poco questo partito: in certe aree del Mezzogiorno è ancora un partito in mano a qualche capobastone.

Con Renzi però c’è sempre stato un confronto squisitamente politico. Chi ha cercato retroscena personali è rimasto deluso. Abbiamo un rapporto dialettico: io lo stimo, lui fa altrettanto con me e in politica ognuno fa le sue scelte.

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