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Zingaretti è un uomo fortunato: senza Renzi ora il PD ha davvero un futuro

Il commento di Luca Telese sulla scissione di Renzi dal PD

È un uomo fortunato Nicola Zingaretti, perché il problema più grande che aveva dentro il PD si è risolto da solo. Matteo Renzi se ne va, con una lunga intervista a Repubblica, due pagine, un bello scoop di Annalisa Cuzzocrea, ma leggendo questo lungo testo non si riesce a capire il vero motivo per cui se ne vada.

Le scissioni nel Novecento sono accadute per motivi grandi e drammatici. Prendere o no il Palazzo d’inverno, nella Russia pre-bolscevica. Fare o no come nel paese dei soviet, restare comunisti o diventare social-democratici nel 1989, per lo strappo fra rifondazione e Pds.

Baciare un meno il rospo, per la divisione fra i comunisti unitari e rifondazione. Sostenere o meno Romano Prodi, nel caso del PDCI e dell’addio di armando Cossutta nel 1999. E dunque, se è vero che Matteo Renzi ha sostenuto, o addirittura preconizzato la scelta di questo governo, perché lascia il PD? Mistero incomprensibile.

Certo, c’è il gioco del potere: non comanda lui. Non è lui a decidere nella stanza dei bottoni, e questo come sappiamo gli costa molto. Ma basta come motivazione? Per un ceto politico forse, per un popolo di militanti sicuramente no.

E infatti, solo la settimana scorsa discutevo allo stand della friggitoria con Palmiro, un sessantenne che rappresenta il prototipo perfetto del militante affascinato dall’ex premier. Un ex comunista delle regioni rosse che ha sostituito la nostalgia del partito forte con la simpatia per l’uomo forte (Matteo).

Ebbene, in una bellissima sfida dialettica davanti ai suoi compagni in cui gli chiedevo cosa avrebbe fatto in caso di scissione, Palmiro arrivava a negare la realtà: “Non rispondo a questa domanda! Perché Matteo non esce. Sta prendendo in giro voi giornalisti”.

Era l’impossibilità di accettare lo strappo, un sentimento che Matteo Orfini riassume con un motto: “Extra ecclesiale nulla salus”. Non c’è speranza fuori dalla Chiesa: era l’invettiva che i papi riservavano agli apostati.

Il Matteo Renzi di oggi esce senza popolo, dunque, e anche senza molti renziani. Non c’è il suo compagno più antico, Graziano Delrio. Non c’è il più giovane dei suoi compagni antichi, Matteo Richetti.

Non c’è il più andreottiano dei renziani, Lorenzo Guerini. Non c’è il più intimo dei suoi spicciafaccende, Luca Lotti. Matteo Renzi è solo, senza una motivazione forte di identità, e – con perfidia elegantissima – ieri Dario Franceschini ha inviato agli aspiranti scissionisti un messaggino con una sola immagine.

Era la riproduzione del simbolo dell’Api, il simbolo di una scissione dimenticata, quella con cui se ne andò Francesco Rutelli. Era una scissione molto simile a questa: nata per calcolo geometrico, con l’idea di resuscitare il centro, come un remake della Margherita.  Alimentata con la diaspora di pochi parlamentari, è finita dimenticata, forse, persino dallo stesso Rutelli.

È un uomo fortunato, Nicola Zingaretti, perché per ostinazione ha fatto di tutto pur di trattenere uno che le Pd non ci voleva stare. E che dentro protestava facendogli male. Adesso sta meglio, come quelle persone che soffrono terribilmente per un calcolo, e alla fine – una mattina – riescono ad evacuarlo senza doversi sottoporre ad un intervento chirurgico. Adesso – è questa è l’unica cosa vera tra quelle che dice Renzi – può costruire il Pd come vuole.

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