Elly Schlein a TPI: “Ambiente e lotta alle diseguaglianze sono le basi di una nuova visione politica”

L'ex parlamentare europea, attuale vicepresidente della Regione Emilia-Romagna, parla del progetto politico che sta portando avanti e attacca: "Non puoi avere uno stesso partito con dentro chi fa a gara di rimpatri con Salvini e chi ha salvato i migranti dal mare". E sulla legge contro l'omofobia: "Non si è mai fatta inclusione negando i diritti alle persone"

Di Fabio Salamida
Pubblicato il 6 Lug. 2020 alle 19:57
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Elly Schlein a TPI: “Ambiente e lotta diseguaglianze: nuova visione politica”

Unica vera novità della politica italiana – per molti e non solo a sinistra – Elly Schlein è la “donna forte” (che forte mai si lascerebbe chiamare) che potrebbe avere la stoffa (e i numeri, viste le oltre 22mila preferenze raccolte solo in Emilia-Romagna con la lista ‘Emilia-Romagna Coraggiosa’, a sostegno di Stefano Bonaccini) di unire i tanti pezzi sparsi di una galassia che ormai da decenni fatica a trovare ragioni comuni e comune rappresentanza. Classe 1985, italo-americana, dopo essere stata tra gli animatori della protesta spontanea #OccupyPD, nata nel 2013 contro le larghe intese, esce dai Dem nel 2015 insieme a Pippo Civati, in contrasto con le politiche divisive della gestione Renzi. Parlamentare europea dal 2014 al 2019, a Strasburgo si è occupata di immigrazione, di lotta all’evasione ed elusione fiscale delle multinazionali, di lotta alla corruzione e alle mafie a livello europeo.

Nel 2019 decide di non ricandidarsi alle europee: “Una scelta sofferta – racconta a TPI – ma non siamo riusciti a tenere insieme il campo della sinistra e degli ecologisti attorno a una visione nuova e non me la sono sentita di ritrovarmi in un contenitore dove era rappresentato tutto e il contrario di tutto”. A quel punto, Schlein riprende a far politica sul suo territorio. Eletta consigliere regionale, è oggi vicepresidente della Regione Emilia-Romagna.

Nel suo ultimo rapporto l’Istat ci mostra un Paese impoverito, segnato da profonde diseguaglianze aggravate dal lockdown, un Paese dove diminuisce la probabilità di ascesa sociale, dove sono sempre di più i figli che hanno una condizione economica inferiore a quella dei genitori, dove le aziende si preparano a licenziare e a farne le spese saranno soprattutto le donne e i giovani. Come uscire da questa crisi?
“Da subito abbiamo osservato l’aggravarsi di un quadro già preoccupante di diseguaglianze sociali, economiche, territoriali e di genere; i comuni ci hanno segnalato di aver ricevuto richieste di assistenza da parte di persone che non avevano mai visto bussare alla porta dei loro municipi. Le risposte devono essere rivolte ai nuovi bisogni che si stanno manifestando e a quelle situazioni già difficili che si stanno aggravando. Per farlo dobbiamo ripensare, ricostruire e rinnovare i nostri strumenti di intervento cercando di conoscere meglio i bisogni che ci sono nelle nostre comunità, perché l’Italia, purtroppo, non è un Paese per giovani e non è un Paese per donne”.

Come vi siete mossi in Emilia-Romagna?
“Abbiamo iniziato rinnovando gli strumenti che abbiamo a disposizione e mettendo 49 milioni di euro nel fondo sociale da destinare ai comuni aumentando di molto la flessibilità su come spenderli, ad esempio per pagare le bollette a chi non riesce a farlo, per sostenere chi non aveva i dispositivi tecnologici per seguire la didattica a distanza, per dare un contributo economico e dei prestiti d’onore. Abbiamo stanziato un fondo per gli affitti di 15 milioni che può essere utilizzato in due modi: per contributi diretti all’inquilino in difficoltà a causa del calo del reddito dovuto al Covid (cassintegrati e lavoratori autonomi) e per coprire, fino al 70%, i mancati introiti di quei proprietari di appartamenti che accettino di rinegoziare l’affitto con i loro inquilini. In questo modo abbiamo risposto a due difficoltà, aiutando anche con un contributo fino a 3mila euro quei proprietari che facevano affitti brevi (B&B, case in affitto ecc…) e che decidono di dare la loro casa a una famiglia con un canone concordato di 5 anni.

L’occupazione femminile è uno dei temi più dibattuti in questi tempi.
“Rischiamo passi indietro inaccettabili sul tema della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, passi indietro che potrebbero spingere molte a lasciare il posto o a smettere di cercarlo. Per questo serve fornire servizi pubblici, welfare alla persona e welfare aziendale; bisogna lavorare sui congedi di entrambi i genitori. C’è poi il problema annoso del divario salariale: com’è possibile che a livello europeo le donne guadagnino ancora il 16% in meno rispetto agli uomini? Bisogna costruire dei meccanismi che spingano le aziende a rispettare la parità salariale: in alcuni Paesi ad esempio si impedisce l’accesso agli appalti pubblici a quelle realtà che non la applicano”.

E per quanto riguarda i giovani?
“Bisogna rafforzare la formazione, l’università e la ricerca: abbiamo passato anni a parlare di immigrazione come se fosse l’unica emergenza del Paese e non abbiamo mai parlato abbastanza di emigrazione, cioè di quanto il nostro livello di salari costringa spesso i nostri giovani a cercare opportunità di vita più dignitose fuori dai confini nazionali. Per invertire questa tendenza dovremo sfruttare anche dei cambiamenti che sono in atto in Europa, come la sospensione del Patto di Stabilità: utilizziamo questa nuova apertura per investire nel futuro, sfruttando soprattutto le risorse che arriveranno sulla transizione ecologica e sulla transizione digitale: lì vedo una possibilità di riscatto per il nostro Paese, perché l’economia green non è solo un modo di salvare il pianeta ma anche un’opportunità per creare occupazione di qualità. Un altro campo su cui lavorare è la digitalizzazione: utilizziamo le nuove tecnologie per sviluppare un’occupazione diversa, perché fino ad oggi non abbiamo governato i processi di innovazione tecnologica e questo ha prodotto altre diseguaglianze, perché quei processi hanno aumentato la concentrazione di ricchezza e di conoscenza in poche mani. L’esempio più lampante è quello dei riders, dove senza le giuste tutele per quei lavoratori l’avanzamento tecnologico ha prodotto nuove forme di sfruttamento”.

Sei stata cinque anni in prima linea in Europa. Il paradosso è che nei paesi dove sono più forti i sentimenti euroscettici è più facile trovare tracce dell’Europa, ad esempio nelle targhe che raccontano grandi opere pubbliche finanziate con fondi dell’Unione.
“I Paesi che in questi anni sono stati tra i maggiori beneficiari dei fondi europei – ad esempio la Polonia – sono stati anche quelli che hanno portato avanti le più violente campagne contro Bruxelles; hanno fatto muro su questioni come l’accoglienza dei migranti. Non si può chiedere solidarietà e poi rifiutarla ad altri; chi si rifiuta di partecipare ai ricollocamenti deve avere conseguenze anche in termini di fondi strutturali che riceve”.

Pensi che adesso l’Europa abbia davvero cambiato marcia?
“Si deve cogliere l’occasione di questa ricostruzione necessaria per ricostruire una nuova Unione Europea. Non era per nulla scontato vedere sbriciolarsi alcuni dogmi, come l’attivazione della General Esacape Close che nel giro di poche settimane ha sospeso il Patto di Stabilità permettendo agli Stati di reagire in modo repentino ed efficace per contrastare l’emergenza sanitaria, ma anche la prospettiva concreta di rafforzare il bilancio europeo. Pretendiamo sempre dall’Unione Europea di risolvere le grandi sfide che non si possono più risolvere solo dentro i confini nazionali, ma l’attuale bilancio che ha a disposizione l’Unione è pari all’1% del suo Pil: come si fa con queste poche risorse ad avere gli strumenti per affrontare i cambiamenti climatici, i processi migratori, il contrasto all’evasione e all’elusione fiscale delle grandi multinazionali o la creazione di un nuovo Green Deal che accompagni la transizione ecologica? Finalmente si comincia a discutere di rafforzare il bilancio, si parla di 1.100 miliardi di euro, finalmente si parla di un Green Deal per rilanciare le economie degli Stati e fa impressione perché fino a poco tempo fa eravamo pochissimi a farlo; c’è poi il programma Sure, 100 miliardi sugli ammortizzatori sociali e sull’assicurazione contro la disoccupazione, infine il Recovery Package di cui il nostro Paese sarà il principale beneficiario”.

C’è la volontà dei governi di superare gli egoismi nazionali?
“Il Coronavirus è una crisi simmetrica a differenza di quella del 2008-2009, quando alcuni stati Stati furono colpiti più di altri. Il Recovery Package orienta grandi investimenti sul futuro: le priorità sono transizione ecologica, la transizione digitale e la dimensione sociale e globale dell’unione. Questa è la posizione giusta”.

Come spiegare tutto questo a chi pensa che l’Europa sia un ‘mostro’ che vuole renderci sempre più poveri o ‘sudditi’, come raccontano i cosiddetti sovranisti?
“È necessario ritrovare una connessione forte delle comunità con l’Unione: c’è stata per anni una retorica che ha raccontato un’Europa senza volto che decide sopra le nostre teste: una retorica che serve a mantenere tutto così com’è, un modo per evitare di individuare le responsabilità politiche precise che ci sono dietro le scelte. In realtà tutte le decisioni prese a Bruxelles sono squisitamente politiche, anche quelle che ha fatto comodo raccontarci come tecniche. E sono il frutto avvelenato degli equilibri tra i governi europei, dove i “falchi” hanno sempre saputo organizzarsi meglio e quelli che avevano un’idea diversa non sono riusciti a far emergere quell’idea. È troppo facile, da parte di quei governi che in nome del loro egoismo hanno tenuto a freno questi avanzamenti, nascondersi dietro l’idea di un’Europa matrigna, rigorosa e senza volto. Raccontare chi ostacola certi processi e quali opportunità hanno prodotto i fondi europei sui nostri territori, può servire anche ad avvicinare i cittadini a queste istituzioni che sembrano così lontane”.

La cosiddetta ‘onda verde’ che in Francia ha tra travolto Macron costringendolo a cambiare il Governo sembra lontana anni luce da noi. Perché in Italia gli ecologisti – sia quelli di partiti come i Verdi, che quelli presenti in tutte le forze politiche, soprattutto a sinistra – non sono mai riusciti a incidere così tanto nelle politiche nazionali?
“C’è stata una stagione importante dell’ecologismo anche in Italia. Il 3 luglio è stato l’anniversario della morte di Alexander Langer, che cito sempre: ‘La conversione ecologica – diceva – avvererà quando apparirà socialmente desiderabile’. Dopo di lui è mancata l’idea di un grande radicamento sul territorio che tenesse insieme questi due aspetti: la questione sociale e la questione ambientale, che sono inscindibilmente connesse. Credo sia il momento di costruire una proposta e una visione del futuro tenendo insieme tutte quelle esperienze civiche, quelle realtà e quelle singole persone che si stanno impegnando su entrambi questi fronti. Penso ad esempio che sia un grande errore chiedere alle tante piazze che si stanno mobilitando in questi mesi se sono più vicine a Greta Thunberg o a Carola Rackete, perché probabilmente scopriremmo che tanta parte di quella splendida piazza dello sciopero per il clima, peraltro fatta di ragazze e ragazzi giovanissimi, l’abbiamo ritrovata nei raduni del Black Lives Matter, l’abbiamo ritrovata nei presidi di solidarietà ai migranti brutalmente lasciati in mezzo al mare, nelle voci degli ultimi che ieri Aboubakar Soumahoro ha radunato a Roma. Le piazze italiane del Friday For The Future sono state addirittura più partecipate di quelle tedesche. Quello che manca è una visione condivisa attorno a cui aggregare le forze sparse che ci sono e in questo momento non hanno una casa. L’attuale offerta politica è palesemente inadeguata”.

Proprio in queste piazze, il nome ricorrente che viene fatto è proprio quello di Elly Schlein, che però ha scelto di tornare a confrontarsi con il territorio senza rispondere alle sirene di chi l’avrebbe voluta su altri palcoscenici, palcoscenici che avrebbero fatto gola a molti. In questo tempo di leader-meteore un caso più unico che raro: quali sono stati, secondo Elly Schlein, gli errori fatti a sinistra? E cosa bisognerebbe fare, ora, per rilanciare il campo progressista?
“Nella stagione di OccupyPd abbiamo cercato di contrastare quelle larghe intese i cui effetti negativi ci portiamo dietro ancora oggi. Perché hanno confuso ulteriormente l’elettorato su quella distinzione che io penso ancora esista tra la sinistra e la destra. Abbiamo provato a spiegare che non ha senso un grande contenitore all’interno del quale trovi una somma di opposti: non puoi avere uno stesso partito con dentro chi fa a gara di rimpatri con Salvini e chi ha salvato i migranti dal mare. D’altro canto, non è nemmeno una soluzione quella di avere tanti partiti diversi che dicono le stesse cose, altro grande limite a sinistra. Serve una visione condivisa che porti anche a un cambiamento radicale del campo ecologista e progressista per come lo conosciamo oggi. Cambieranno molte cose, nel nostro campo, in quello del Pd e in quello del Movimento 5 Stelle e sarebbe utile che provassimo ad aggregarci intorno a lotta alle diseguaglianze, transizione ecologica e la parità di genere. Dopo la rinuncia alle europee non pensavo di ricandidarmi alle regionali, poi abbiamo innescato un processo di novità politica in quel contesto che mi ha convinto a mettermi in gioco in prima persona: Emilia-Romagna Coraggiosa nasce esattamente dal tentativo di innovare il metodo sulla base delle esperienze che avevo osservato negli anni passati, dai successi e dai fallimenti, ma soprattutto dall’esigenza di mettere insieme la questione sociale e la questione ambientale, con un nuovo metodo di selezione anche delle persone che devono dar corpo a queste battaglie. Chi sta fuori chiede alla politica parole comprensibili e di verità e a noi di essere coerenti con le cose che diciamo e i valori che esprimiamo”.

In questi giorni si discute della legge contro l’omofobia, la scorsa settimana altri due casi di pestaggi, uno a Pescara e uno alle Cinque Terre. Cosa serve, oltre a una legge, per portare l’Italia su livelli di civiltà accettabili per ciò che concerne il tema dei diritti civili?
“Se guardiamo i dati di ILGA-Europe, sugli episodi di discriminazioni e di violenze contro la comunità LGBTQ in Europa, è come se ci fosse ancora il muro di Berlino, ma con l’Italia dall’altra parte del muro, cioè con quei Paesi che sono più arretrati dal punto di vista del riconoscimento dei diritti e delle discriminazioni per l’orientamento sessuale. Quegli stessi dati mostrano che le discriminazioni e le violenze sono più diffuse dove mancano le leggi che riconoscono i diritti delle persone. Sul tema dell’omobitransfobia, mi sorprende chi è contro un’adozione di una legge che insegni nelle scuole la diversità, una legge che serva a prevenire i pregiudizi e le discriminazioni su orientamento sessuale e genere. Un problema culturale si combatte andando ad agire sulle differenze prima che diventino diseguaglianze. Non c’è da mettere il bavaglio a niente e a nessuno, ma servono strumenti legislativi che puniscano le discriminazioni. C’è chi vuole impedire che si faccia formazione nelle scuole contro il bullismo omofobico o transfobico e tace sul fatto che l’omofobia è già entrata nelle scuole e fa vittime, anche tra i più giovani.
Va superata l’idea sbagliata che riconoscere dei diritti a qualcuno voglia dire negarli ad altri, perché la società più inclusiva, quella che non lascia indietro nessuno, è anche quella più sicura, è un dato di fatto. E questo assunto vale anche quando parliamo di una legge sulla cittadinanza. Non si è mai fatta inclusione negando i diritti alle persone, quei diritti che la nostra Costituzione ci riconosce quando nasciamo, quei diritti che non ci deve ‘concedere’ nessuno”.

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