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Lombardia, mandare via Gallera non basta: deve cambiare l’intero modello

Fontana e il centrodestra che governa la Regione da 25 anni non possono pensare che basti cambiare un assessore: nonostante gli errori e le gaffe, le radici della situazione attuale sono ben più profonde

Di Lorenzo Zacchetti
Pubblicato il 4 Gen. 2021 alle 12:45 Aggiornato il 4 Gen. 2021 alle 13:39
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Immagine di copertina
Giulio Gallera con Attilio Fontana. Credit: Ansa

Il possibile avvicendamento di Giulio Gallera alla guida dell’assessorato al Welfare di Regione Lombardia non stupisce. Semmai, stupisce il fatto che sia rimasto in sella fino ad oggi, sebbene la sua sorte sembrasse segnata ormai da tempo.

L’ormai celebre dichiarazione di Gallera sui medici in ferie durante la campagna vaccinale sarà la goccia che farà traboccare il vaso? Può darsi, ma a mio modo di vedere c’erano già da tempo motivazioni adeguate per rimuoverlo e non mi riferisco certo alle polemiche che in qualche modo ci hanno riguardato e nemmeno alle tante gaffe dell’esponente forzista, bensì all’imbarazzante serie di inefficienze che ha caratterizzato tutta la gestione della vicenda pandemica.

Tuttavia, con la stessa chiarezza, va detta una cosa: è troppo comodo fare di Gallera il capro espiatorio di una situazione le cui radici sono ben più profonde. Magari fosse vero. Nemmeno le forze di opposizione in Regione Lombardia, che pure hanno cercato di sfiduciare l’assessore, hanno mai sostenuto che la sua uscita di scena sarebbe stata la cura di tutti i mali.

Purtroppo la realtà è ben più complessa, come nel corso di un intero anno noi di TPI abbiamo raccontato, anche grazie all’apporto di esperti del settore che in più occasioni hanno fornito preziosissimi consigli alla Giunta regionale. Da Paola Pedrini ad Angelo Barbato, passando per Edgardo Valerio, Sergio Marsicano e Alberto Aronica, in tanti hanno provato a indicare delle azioni pratiche che sarebbero servite per invertire la rotta, a tutto vantaggio dei cittadini lombardi che pagano le tasse e pretendono di vedere tutelata la propria salute e anche quella dell’economia che dà da mangiare alle rispettive famiglie.

Finora non c’è stata alcuna reale apertura sui numerosi elementi critici: la carenza della medicina territoriale, l’iperospedalizzazione, i medici di famiglia, la gestione delle RSA, le modalità di comunicazione dei dati sui contagi, quelle di esecuzione dei tamponi, per non parlare del “peccato originale” rappresentato dalla Legge 23, che addirittura preesiste a questa legislatura, essendo stata approvata quando a guidare la Regione c’era Maroni. Anzi, si è replicato accusando i critici di essere prevenuti, se non addirittura anti-lombardi.

Come ho cercato di spiegare in “La resa – Per amore della Lombardia: capire il disastro per guarirne le ferite”, scritto insieme all’europarlamentare Pierfrancesco Majorino, le ragioni della situazione attuale stanno in un quarto di secolo di gestione della sanità, che ha prodotto un paradosso ormai chiaro a tutti: la Lombardia rappresenta contemporaneamente un’eccellenza assoluta su alcune specialità, ma è debolissima su altre prestazioni di fondamentale importanza per la salute pubblica.

E questo non si può certo ascrivere al solo Gallera, pensando che Fontana e il resto della sua maggioranza ne siano estranei. Non ha nemmeno molto senso distinguere tra l’uno e l’altro, come ad esempio fa l’ex presidente Formigoni gettando le colpe sul suo successore Maroni: al netto di singoli errori, è il sistema nel suo complesso che va completamente riformato, cogliendo l’occasione della bocciatura della famigerata Legge 23 per impostare un cambiamento ben più profondo.

Chiunque voglia scambiare questa esigenza con lo scalpo di Gallera o è in malafede o è ingenuo come chi ancora crede a Babbo Natale. E francamente non so quale delle due ipotesi mi preoccupi di più.

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