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Quello di Carola è il gesto politico più potente degli ultimi anni. Per questo la insultano

Di Lorenzo Tosa
Pubblicato il 29 Giu. 2019 alle 13:15 Aggiornato il 27 Set. 2019 alle 15:31
Immagine di copertina
Carola Rackete, capitana della Sea Watch 3

Carola Rackete Sea Watch | La prima cosa che ti colpisce di questa giovane donna coraggiosa è il silenzio. Non parla mai. Quasi mai. A meno che non sia strettamente necessario. Da una settimana ormai è il personaggio più popolare in Italia, ma nessuno sa di preciso che voce abbia [chi è Carola Rackete].

Quando un giornalista le ha chiesto cosa rispondesse a Salvini, che l’aveva definita una “ricca viziata che viene a rompere le palle in Italia”, Carola Rackete, capitana 31enne della Sea-Watch 3, ha gelato il ministro dell’Interno in un inglese perfetto. “Non ho tempo per Salvini, devo pensare a portare in salvo i 40 migranti che ho a bordo.” 1-0. E palla al centro.

Carola Rackete Sea Watch | Poi c’è la Carola comandante; la Carola che ha studiato in tre università diverse e parla cinque lingue; la Carola enfant prodige che a 27 anni guidava una nave rompighiaccio al Polo nord mentre i suoi coetanei italiani mediamente si laureavano fuori corso. E, infine, l’onta più intollerabile di tutte: donna.

In un paese oscurantista, regredito culturalmente e moralmente e ancora sostanzialmente patriarcale, una simile miscela era destinata a deflagrare più o meno con la stessa potenza dei 680 chili di esplosivo usati ieri per abbattere il ponte Morandi. Giovane, colta, coraggiosa e tedesca.

Se ci pensate, Carola è ed è sempre stata il nemico perfetto di Salvini e dei 17 milioni di italiani che sostengono questo governo. Ben prima che la capitana della Sea Watch decidesse di sfondare il blocco navale italiano, molto prima che puntasse dritta verso la banchina del porto di Lampedusa, Carola era già diventata l’icona liberal di chi non si rassegna a dividere il mondo tra chi ha diritto e chi no, tra i “regolari” e i sans-papier, di chi considera un confine solo una linea immaginaria tracciata su una mappa.

L’iconografia spettinata della capitana Carola, con la canottiera sgualcita e un ricordo di rasta dietro la nuca, era destinata a spaccare in due l’opinione pubblica. E la ragione è semplice. In un tempo della politica orfano di posizioni chiare e voci forti, nel gesto di questa moderna Antigone c’è una sorta di afflato epico, una caparbietà trasgressiva e iconoclasta che ti costringe all’istante a decidere da che parte stare.

A prendere una posizione abbastanza netta da poterti e poterci illudere, almeno per un istante ancora, che fare politica oggi abbia ancora un senso e che non si faccia necessariamente in un’aula parlamentare.

Chi sta con Carola non lo fa (solo) perché in gioco c’è la vita e la salute di 42 migranti, ma perché in gioco c’è qualcosa di molto più profondo: la concezione che oggi questa società – intesa come società occidentale nel suo complesso – ha dei migranti e dell’immigrazione in generale.

Carola Rackete Sea Watch | In tutta questa storia i migranti hanno finito paradossalmente per scivolare sullo sfondo, quasi fossero dei comprimari. Ci siamo concentrati – tutti, nessuno escluso – così tanto sulla sfida a distanza tra il “capitano” Salvini e la Capitana Carola da esserci quasi dimenticati la ragione per cui questo infinito braccio di ferro era iniziato.

L’unica che, dal primo istante, non ha mai smesso di ricordarcelo, in ogni modo e ad ogni uscita pubblica, è stata proprio lei: Carola. Mai una frase che potesse essere strumentalizzata, mai una dichiarazione che non mettesse al centro l’unica questione realmente importante: lo sbarco urgente e non più rimandabile di 42 migranti disidratati, provati fisicamente e psicologicamente, allo stremo delle forze.

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Non ha quasi mai parlato, Carola. Ha subito in silenzio insulti e violenze verbali e virtuali di ogni genere, senza mai rispondere. In compenso, ha fatto più lei in questi cinque giorni che l’intera classe politica di destra e sinistra sul tema immigrazione negli ultimi dieci anni. E siamo 2-0!

Per questo l’immagine di questa giovane donna arrestata e portata in via in piena notte come un pericoloso criminale, tra gli insulti e le urla belluine della gente radunata al porto di Lampedusa, è destinata a diventare un’icona di quest’epoca almeno quanto l’uscita di Craxi dall’hotel Raphael in una pioggia di monetine lo fu della stagione di Mani Pulite.

Ci sono istantanee che restano immortalate per anni nell’immaginario collettivo. Questa è una di quelle. Da qualunque parte la si voglia vedere, c’è un prima e c’è un dopo Carola.

È possibile, come qualcuno sostiene, che il caso Sea Watch non farà altro che radicalizzare ulteriormente le posizioni tra i pro e i contro le politiche dei porti chiusi, finendo per fare un regalo a Salvini.

È probabile che non basterà il coraggio di Carola per smuovere dal torpore gli Stati europei (non l’Europa ma i singoli stati membri) che sul tema immigrazione non hanno perso occasione per mostrare, una volta di più, il proprio lato peggiore.

Quel che è certo è che, mentre le risorse salviniane vomitavano il peggior repertorio di insulti razzisti e sessisti nei confronti di Carola, questa giovane donna stanotte ha appena salvato la vita a 42 persone che, rispettando pedissequamente la legge, avrebbe condannato ad affogare da qualche parte nel Mediterraneo o ad essere torturate o violentate in qualche lager libico.​ Ed è questo, in fondo, che fanno i capitani. Quelli veri. 3-0. Game over.

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