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Manconi a TPI: “Nel dramma del bus dato alle fiamme a Milano c’è la duplicità dell’immigrazione”

Razzismo, migranti, fascismo e politica: intervista all'ex senatore Luigi Manconi, ora a capo dell'Ufficio antidiscriminazioni

Di Anna Ditta
Pubblicato il 22 Mar. 2019 alle 18:17 Aggiornato il 12 Set. 2019 alle 03:01
Immagine di copertina
Luigi Manconi, direttore UNAR. Credit: ANDREAS SOLARO / AFP

Il 24 marzo si chiude la Settimana d’azione contro il razzismo, iniziativa annuale dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali (UNAR). Ma si chiude anche una settimana di cronaca molto densa per il nostro paese: dal disastro sfiorato a Milano, dove un uomo di origini senegalesi ha provato a dar fuoco a un autobus con 51 bambini a bordo, all’aggressione nei confronti di due donne col velo a Torino, passando per il sequestro disposto dalla Guardia di Finanza nei confronti della nave mare Jonio, che aveva salvato 49 migranti.

Luigi Manconi, ex presidente della commissione Diritti umani del Senato, attuale direttore dell’UNAR e presidente dell’associazione A buon diritto, ha commentato con TPI la situazione.

Come è andata la Settimana d’azione contro il razzismo che si sta chiudendo in questi giorni?

Come ogni anno si sono svolte tantissime iniziative in tutta Italia, convegni, corsi di formazione, laboratori, attività nelle scuole. Quella di Roma è stata l’iniziativa che abbiamo assunto come Ufficio nazionale e che quest’anno ha voluto avere il senso di un importantissimo libro pubblicato 50 anni fa, che recava in copertina la frase: “Il presente come storia”. Abbiamo voluto per un verso valorizzare il senso della memoria, facendo di ciò che è accaduto una lezione istruttiva, e per altro verso tentare di dare dell’immigrazione non solo un’immagine di sofferenza, né tantomeno di marginalità ed esclusione.

All’interno del popolo dei migranti c’è indubbiamente sofferenza, marginalità ed esclusione ma c’è anche molto molto altro.

Proprio per la consapevolezza che l’immigrazione non è solo sofferenza, abbiamo voluto presentare ciò che la seconda generazione, quella dei giovani nati in Italia o arrivati in Italia da pochi anni, produce nel campo della cultura.

Abbiamo avuto uno splendido lavoro di un attore albanese giunto in Italia all’età di 6 mesi, che ha allestito un monologo veramente importante dal titolo Albania casa mia (l’attore è Aleksandros Memetaj, ndr). Abbiamo avuto scrittori e musicisti stranieri. Le seconde generazioni in Italia pensano nella lingua dei genitori talvolta, ma pensano soprattutto in italiano. Vivono la propria identità non come un fardello pesante ma come un bagaglio utile messo al servizio delle relazioni tra italiani recenti e italiani di antica data.

Infatti il titolo della vostra campagna quest’anno è “Diversi perché unici”, e fa pensare alla ricchezza della diversità.

Certo. Il senso di questa parola d’ordine è il fatto che noi non cerchiamo l’omologazione e l’annullamento delle diversità. Al contrario vogliamo una integrazione che tuteli le differenze e le faccia agire positivamente nell’incontro tra residenti e stranieri. Cioè la capacità di far sì che la diversità sia davvero un valore e, nel riconoscimento della diversità altrui, favorire la convivenza, a partire dalla grande attività di conoscenza. Questo è importante.

Questa è stata anche la settimana del sequestro della nave Mare Jonio, del voto in Senato sul caso Diciotti, del bus dato alle fiamme a Milano dall’autista di origine senegalese e delle due ragazze col velo aggredite a Torino. Dove stiamo andando?

La situazione è quella che qualifica tutti i paesi dove c’è una forte presenza di stranieri. È una situazione dalle mille facce, dove esistono molti problemi ma allo stesso tempo si rivelano molte risorse.

Intendo dire che la convivenza è sicuramente faticosa, a volte dolorosa, ma è l’unica via. Non ne esistono altre, perché non si può chiudere il mare con le motovedette, non si possono alzare muri capaci di impedire i movimenti di masse di persone che cercano un’opportunità di vita e di futuro. Se si ricorresse a mezzi violenti, espulsioni di massa e respingimenti collettivi, non solo si violerebbero le regole di diritto internazionale ma si rischierebbe la guerra civile. Questa quindi è l’unica via, affrontare la fatica della convivenza sapendo che da essa si possono avere grandissimi vantaggi, oltre certamente a rischi.

Tutti gli episodi citati rivelano questa duplicità: c’è un senegalese diventato cittadino italiano da 15 anni che tenta un’azione criminale mostruosa, ma ci sono anche ragazzini, figli di genitori stranieri, che contribuiscono a sventare quell’azione. È tutto complicato, le soluzioni semplici sono quelle dei demagoghi e degli imbroglioni che oggi vestono i panni del sovranismo e del populismo.

In una sua recente intervista lei ha dichiarato che, nel quadro di questa convivenza, la politica dovrebbe “impedire che le tensioni diventino lacerazioni”. Oggi però la politica sembra voler alimentare i conflitti.

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Bisogna stare attenti: c’è una parte della politica che lo fa, ed è indubbio. Un’altra parte non lo fa. Chi non fa questo non sempre è abbastanza efficace, intelligente e razionale. Quindi perde. Però non è obbligatorio perdere, non è destino che così accada sempre. Penso che si possa vincere, trovare modalità di convivenza razionale che non si affidino alle predicazioni, alle retoriche, alle utopie, ma a questo lavoro quotidiano di rapporto di conoscenza e convivenza.

Ci sono 5 milioni e duecentomila stranieri regolari che vivono in una condizione di relativa integrazione, dove i conflitti laceranti sono ridotti al minimo. Ci sono le tensioni, certo, ma sono le stesse tensioni che esistono tra cittadini romani e cittadini romani. Tra romani e meridionali che vivono a Roma, in Lombardia o in Veneto. Sono tensioni fisiologiche, che possono essere governate, disinnescate, mediate.

Dentro il Rojava, guerra di Siria

Nel suo ultimo libro (Non sono razzista, ma di L. Manconi e F. Resta – Feltrinelli, 2017) lei dice che bisogna distinguere tra razzismo e xenofobia.

Certo, non sono la stessa cosa. Su qualsiasi tema, usare le parole sbagliate o usare le parole giuste in modo sbagliato è un errore capitale, che può avere conseguenze tragiche. Se una persona che vive in condizioni economiche e sociali difficili e, a seguito di questa condizione, nutre un sentimento di diffidenza nei confronti di uno straniero, viene presentata come razzista, noi contribuiamo al fatto che questa persona rischi di diventare razzista sul serio.

Se a questa persona offriamo delle alternative alla guerra dell’uno contro l’altro, alla guerra dei poveri, alla guerra dei penultimi contro gli ultimi – impresa difficile ma non impossibile, che può affrontare la politica – certamente la xenofobia (paura del diverso, dello straniero, dell’ignoto) non diventa razzismo. Perché la xenofobia appartiene all’animo umano, è in lei così come è in me. Fa parte della storia della civilizzazione, è presente in tutti i popoli e le epoche, è un tratto dell’identità umana. Non può essere censurata o semplicemente repressa, va affrontata attraverso la mediazione.

Introdurre elementi di verità dove invece predomina la menzogna è importante. Non possiamo accettare che si dica che gli stranieri ricevono tutti i giorni 35 euro dallo Stato, perché stiamo assecondando una menzogna. Non stiamo spiegando che quei 35 euro consentono agli stranieri di avere qualche servizio e a molti italiani di avere un lavoro retribuito. Ed è solo un piccolissimo esempio.

Lei scrive anche del rischio di cadere nel “peccato dell’indifferenza”. È una condizione diffusa oggi secondo lei?

Sì, per la verità questa è un’autentica ossessione di Liliana Segre, senatrice a vita scampata al lager di Auschwitz. Alcuni ebrei sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti hanno spiegato che non bisogna confrontare lo sterminio degli ebrei con le stragi nel Mediterraneo. È un errore pensare che siano fenomeni identici. Ma allo stesso tempo, Liliana Segre e Pietro Terracina, tra i molti, hanno aggiunto che c’è qualcosa che rende le due storie simili, ed è il fatto che nei confronti della strage nei lager, come le stragi nel Mediterraneo c’è la medesima indifferenza dell’Europa, che non ha visto i lager e oggi non vede le stragi in mare.

Oggi alcuni paventano un ritorno del fascismo, lei cosa ne pensa?

Non penso in alcun modo che il fascismo possa tornare. Anzi, lo escludo. Detto questo, anche qui, c’è qualcosa che deve inquietarci? Sì, certo.

Ci deve inquietare che a livello normativo e istituzionale vi siano tendenze autoritarie. La legge sulla legittima difesa, ad esempio, è certamente una legge autoritaria, come la legge sulla sicurezza, e a promuovere questa legge sono soggetti politici – uomini di governo e parlamentari – che hanno una visione autoritaria, anti-garantista e illiberale delle relazioni sociali e politiche, e che soprattutto non tengono in tengono in nessun conto lo Stato di diritto. Hanno un’idea sostanzialista della giustizia. Questo è particolarmente grave e inquietante.

Altra questione che preoccupa, e che dobbiamo analizzare senza il bisogno di dichiararlo fascismo, è il fatto che si diffonde un atteggiamento di massa, un senso comune, una mentalità che arriva a disprezzare la vita umana, e a non avere alcuna volontà di tutelare i diritti fondamentali della persona. Questi due atteggiamenti si diffondono. In questo, dal punto di vista del metodo, c’è una qualche affinità col fascismo. All’epoca, al di là dell’adesione o partecipazione attiva alla politica del fascismo, si era diffuso un clima che sosteneva le tesi e le azioni del fascismo, che disprezzava lo straniero, tanto più se africano, che creava nemici a ogni piè sospinto e vedeva la vita sociale sotto una dimensione gerarchico-autoritaria. Non è necessariamente il fascismo l’esito di tutto ciò, anzi lo escludo, ma si rischia che ne venga fuori una sorta di democrazia autoritaria.

L’Italia ha degli anticorpi più forti, oggi, per reagire all’autoritarismo? 

Francamente penso di sì, ma oggi il sentimento di rifiuto è ancora sotterraneo, molto celato nelle pieghe della società. Fatica ad emergere e soprattutto a trovare canali attraverso i quali esprimersi. Ancora una volta compito della politica è offrire canali di espressione, occasioni di partecipazione, possibilità di mobilitazione. Ce ne sono state, ce ne saranno, bisogna capirne il senso, rafforzarle e moltiplicarle.

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