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L’ex analista dell’intelligence militare Carmit Valensi spiega a TPI la grande illusione di Israele: “Le vittorie tattiche non bastano. Bisogna trasformarle in assetti politici stabili”

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Credit: ZUMAPRESS.com / AGF

“Dal 7 ottobre ha conseguito importanti successi in tutta la regione. Ma si è mostrato riluttante a concessioni politiche. L’autosufficienza bellica non può sostituire la legittimità internazionale”. La ricercatrice dell’INSS spiega a TPI: “Ma dal voto mi aspetto continuità”

A tre anni dagli attentati del 7 ottobre, Israele ha sconfitto Hamas, decapitato i vertici di Hezbollah e colpito a morte la vecchia leadership dell’Iran, a costo di massacrare migliaia di persone e di essere accusato di genocidio presso i tribunali internazionali. Eppure, secondo l’ultimo sondaggio condotto dall’Institute for National Security Studies (Inss), solo un israeliano su quattro giudica una vittoria gli interventi a Gaza, in Libano e contro Teheran.
Questi dati, spiega a TPI la ricercatrice dell’istituto israeliano Carmit Valensi, «rispecchiano in modo piuttosto accurato un sentimento diffuso in Israele». Il problema centrale, sottolinea l’ex analista dell’intelligence militare israeliana, «non è l’assenza di successi tattici, ma la difficoltà di trasformarli in assetti politici sostenibili». Per questo motivo, a poche settimane dalle elezioni politiche del 27 ottobre e con una campagna elettorale incentrata sulla sicurezza, Valensi si aspetta «più continuità che rivoluzione» dalle urne, anche se dovesse cambiare il governo in Israele. Il costo dell’isolamento internazionale, intanto, si fa già sentire. Alcuni israeliani, ci confida, «si sentono indesiderati all’estero e a disagio a parlare ebraico in pubblico». «Un piccolo Paese che dipende dal commercio, dalla tecnologia, dalle alleanze e dall’accesso al mondo», ricorda, «non può semplicemente decidere che l’opinione pubblica all’estero sia irrilevante».

L’ultimo sondaggio dell’Inss rivela che pochi israeliani vedono una vittoria netta.
«Credo che il sondaggio colga con precisione un sentimento diffuso in Israele. Le Forze di Difesa Israeliane (Idf) hanno conseguito importanti successi militari in tutta la regione, dal grave indebolimento di Hezbollah e dall’eliminazione di gran parte della sua leadership, alle operazioni contro l’Iran e il più ampio “Asse della Resistenza”. Eppure molti israeliani non ritengono che questi successi abbiano prodotto un chiaro risultato strategico, e l’ultimo sondaggio dell’Inss riflette proprio questa discrepanza. A Gaza, Hamas non è scomparso e rimane in grado di ricostituirsi. Hezbollah è stato sostanzialmente indebolito e il rafforzamento delle istituzioni statali libanesi è importante, ma resta un attore armato e influente. Le capacità militari e nucleari dell’Iran sono state danneggiate, ma la sfida di fondo rimane».
Perché Israele non riesce a trasformare i successi bellici in vantaggi strategici?
«Il problema centrale, a mio avviso, non è l’assenza di successi tattici, bensì la difficoltà di tradurli in assetti politici sostenibili. In diversi ambiti, Israele si è mostrato riluttante a fare concessioni politiche o ad accettare rischi calcolati in cambio di accordi a lungo termine».
Siamo di fronte a una nuova dottrina di sicurezza basata sul ricorso agli attacchi preventivi e all’occupazione di zone cuscinetto?
«Il 7 ottobre ha chiaramente modificato anche il pensiero israeliano in materia di sicurezza. La deterrenza e l’allerta precoce non sono più considerate sufficienti. Si pone molta più enfasi sulla prevenzione, sulla difesa avanzata e sulle zone di sicurezza fisica, progettate per tenere lontane dalle comunità israeliane le minacce esistenti, o anche solo potenziali. In parte ciò riflette un autentico cambiamento dottrinale, in parte è indubbiamente frutto del trauma del 7 ottobre. Credo che la sfida sia garantire che le misure militari temporanee non diventino un sostituto della strategia».

Nonostante tre anni di guerre, nessuno dei nemici di Israele è scomparso. Quale preoccupa di più oggi?
«È difficile identificare una singola organizzazione in modo isolato, poiché Israele considera sempre più questi attori come componenti di una sfida regionale interconnessa. Hezbollah rimane particolarmente importante per la sua vicinanza geografica, la sua esperienza militare e le dimensioni dell’arsenale che ha conservato nonostante i danni subiti. Allo stesso tempo, il Libano di oggi è molto diverso dal Libano prebellico: Hezbollah è più debole, lo Stato libanese gode di maggiore spazio politico e il corridoio terrestre iraniano attraverso la Siria è stato gravemente compromesso».
Ma dallo Stretto di Bab el-Mandeb sotto il controllo degli Houthi in Yemen alle milizie filo-iraniane in Iraq, l’Asse della Resistenza iraniano sembra ancora vivo e vegeto.
«L’Iraq rappresenta un importante banco di prova. Il tentativo di Baghdad di porre le milizie filo-iraniane sotto il controllo statale è strategicamente significativo, ma i gruppi più intransigenti continuano a opporre resistenza e l’Iran ha forti incentivi a preservarne l’autonomia dallo Stato. Gli Houthi, invece, rappresentano un diverso tipo di minaccia. Non hanno bisogno di sconfiggere Israele militarmente per produrre effetti strategici. La loro capacità di minacciare il traffico marittimo intorno a Bab el-Mandeb conferisce loro un’influenza che va ben oltre lo Yemen, soprattutto ora che anche lo Stretto di Hormuz è sotto pressione. Non si tratta più di una questione marginale. Quindi, ciò a cui stiamo assistendo non è necessariamente la scomparsa della rete iraniana, ma il suo adattamento: meno presupposti sul controllo territoriale e maggiore enfasi su missili, milizie, capacità di disturbo in ambito marittimo e influenza politica».

La Siria del nuovo leader Ahmed al-Sharaa rappresenta, invece, una minaccia, una zona cuscinetto o un possibile partner per Israele?
«Dipende molto da chi si interpella in Israele. Gran parte dell’establishment politico e alcuni settori delle forze di sicurezza nutrono ancora forti sospetti nei confronti di Ahmed al-Sharaa. Il suo passato jihadista pesa molto e tanti non si fidano dell’immagine moderata che ha cercato di proiettare. Temono che il suo pragmatismo sia più tattico che ideologico. Esiste tuttavia un’altra corrente di pensiero in Israele – e personalmente mi sento più vicina a questa visione – che intravede un’opportunità. Che al-Sharaa si sia realmente moderato o che si stia comportando pragmaticamente per ragioni politiche, Israele ha interesse a valutare la possibilità di un accordo di sicurezza. Un governo centrale stabile a Damasco che impedisca le attività iraniane e di Hezbollah e mantenga la calma al confine potrebbe in definitiva essere preferibile a una Siria instabile in cui Israele è costretto a intervenire continuamente contro minacce concrete».
Ad agosto, le Idf hanno colpito un aeroporto a Idlib, a 60 km dal confine con la Turchia. È Ankara il prossimo nemico di Israele?
«La situazione con la Turchia è più complessa. In Israele si sta chiaramente diffondendo la percezione che la Turchia stia passando dall’essere un rivale difficile a un potenziale nemico. La retorica di Erdogan ha contribuito in modo significativo a questa percezione. Le preoccupazioni israeliane riguardano anche la crescente presenza militare e politica della Turchia in Siria e altrove, nonché le simpatie di Ankara per l’islam politico e i suoi legami con Hamas e il Qatar. A mio avviso, persiste un divario tra la retorica e la politica turca. Ankara non sembra intenzionata a raggiungere uno scontro militare diretto con Israele e comprende la necessità di preservare i meccanismi per la gestione delle relazioni».
Ma qual è la vera linea rossa per Israele?
«La preoccupazione di Israele non riguarda la presenza della Turchia in Siria in sé, ma la possibilità che la Siria possa evolversi in una piattaforma strategica per la proiezione della potenza militare turca, in modo da limitare Israele. Dal punto di vista israeliano, gli scenari più critici includono il dispiegamento di sistemi di difesa aerea e radar turchi avanzati che potrebbero limitare la libertà d’azione di Israele, che usa lo spazio aereo siriano, in particolare contro le minacce iraniane; la creazione di infrastrutture militari turche permanenti in aree strategicamente importanti; e l’emergere di un contesto in cui Hamas o altri attori ostili a Israele potrebbero operare sotto l’influenza turca o trarne vantaggio. La sfida per Israele è quindi quella di tradurre queste preoccupazioni in una serie limitata e chiaramente definita di linee rosse, preservando al contempo i meccanismi di de-escalation con Ankara ed evitando una dinamica in cui la competizione strategica in Siria si trasformi in un confronto militare che si autoavvera».

Passiamo all’Arabia Saudita: la normalizzazione dei rapporti e l’adesione agli Accordi di Abramo sono definitivamente archiviate o sono solo congelate?
«Bisogna distinguere tra normalizzazione e cooperazione funzionale in materia di sicurezza. Al momento, trovo molto difficile immaginare una sostanziale normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele senza progressi significativi sulla questione palestinese. Sembra che Riad veda più rischi politici che opportunità nella normalizzazione e un ritorno alla traiettoria precedente richiederebbe cambiamenti sia in ambito palestinese sia nel più ampio equilibrio regionale. Con un diverso governo in Israele, è concepibile che l’Arabia Saudita possa accettare un rinnovato impegno israeliano sulla questione palestinese senza pretendere che ogni elemento di un accordo sullo status finale venga definito immediatamente. Ma non credo che la questione palestinese possa essere semplicemente ignorata. Ciò però non esclude la cooperazione al di sotto del livello di normalizzazione dei rapporti. La minaccia degli Houthi ne è un buon esempio».
Quindi Israele può ancora essere un partner di sicurezza per Riad?
«Quanto più direttamente vengono minacciati gli interessi economici e di sicurezza dell’Arabia Saudita, e quanto meno Riad è fiduciosa che i partner esterni li proteggeranno, tanto più forte sarà l’incentivo a un coordinamento pratico con qualsiasi attore in possesso di utili capacità di intelligence, di difesa aerea o tecnologiche».
Come influirà il Patto della Mecca sui rapporti con Israele?
«Il nuovo accordo di difesa congiunta tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan dimostra che Riad sta diversificando attivamente le proprie partnership in materia di sicurezza, anziché affidarsi esclusivamente a Washington. Quindi la normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita non è necessariamente destinata a essere archiviata per sempre, ma oggi è molto più lontana dalla logica che la governava prima del 7 ottobre. Le partnership regionali di Israele dipendono sempre più non solo dalle minacce condivise, ma anche dalla convinzione dei suoi partner che la cooperazione con Israele sia politicamente sostenibile».

Netanyahu ha promesso “prevenzione ovunque” e nessuno dei suoi principali sfidanti appoggia la nascita di uno Stato palestinese. Dopo le elezioni del 27 ottobre un nuovo governo cambierebbe davvero qualcosa?
«Mi aspetterei più continuità che rivoluzione nell’immediato assetto della sicurezza. Il trauma del 7 ottobre ha colpito l’intero sistema politico israeliano, non solo Netanyahu o l’attuale coalizione. Ora c’è un ampio consenso per una difesa dei confini più forte, per attacchi preventivi e per una minore tolleranza nei confronti del rafforzamento militare da parte di attori ostili. Pertanto, non mi aspetterei che un nuovo governo abbandonasse improvvisamente le zone di sicurezza, riducesse drasticamente la pressione sull’Iran o su Hezbollah, o ritornasse immediatamente alle ipotesi che prevalevano prima del 7 ottobre».
Cosa possiamo aspettarci allora?
«Un cambio di esecutivo potrebbe avere un impatto maggiore sul rapporto tra potere militare e diplomazia. Un governo diverso potrebbe essere più propenso a trasformare le posizioni militari temporanee in strumenti di negoziazione, ad esempio ritirandosi da alcune aree della Siria in cambio di accordi di sicurezza verificabili, anziché considerare la presenza fisica come un obiettivo fine a se stesso. Potremmo anche assistere a una maggiore disponibilità a un dialogo serio con i governi arabi e a una riduzione della retorica conflittuale, il che potrebbe influenzare lo spazio politico a disposizione dei potenziali partner. Detto questo, dobbiamo anche considerare il ruolo degli Stati Uniti. La politica israeliana non si forma solo a Gerusalemme. Maggiori sono la pressione o gli incentivi provenienti da Washington, maggiore è la probabilità che un qualsiasi governo israeliano adegui le proprie politiche di conseguenza».

Un sondaggio del Pew Research Center condotto in 36 Paesi, Italia compresa, rivela che il 67% della popolazione ha un’opinione negativa di Israele. Quali problemi strategici comporta l’isolamento internazionale?
«L’isolamento strategico riguarda molto più delle sole forniture di armi. Influisce sulla cooperazione accademica e scientifica, sugli investimenti esteri, sul commercio, sulle coalizioni diplomatiche, sull’esposizione legale, sul turismo e sulla disponibilità di altri governi a difendere le posizioni israeliane nelle istituzioni internazionali».
Considerando che Israele si arma ormai in gran parte da solo, può convivere con questo isolamento finché ha gli Usa dalla propria parte?
«L’autosufficienza militare non può sostituire la legittimità internazionale. Un piccolo Paese che dipende dal commercio, dalla tecnologia, dalle alleanze e dall’accesso al mondo non può semplicemente decidere che l’opinione pubblica all’estero sia irrilevante. C’è poi anche una dimensione umana che non va sottovalutata».
Quale?
«Gli israeliani parlano sempre più spesso di sentirsi indesiderati all’estero. Alcuni si sentono a disagio a parlare ebraico in pubblico o sono più restii a viaggiare. Qualunque sia la propria opinione sulle cause del deterioramento dell’immagine di Israele, questo senso di isolamento sta diventando parte integrante dell’esperienza della società israeliana in questa guerra».

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