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Guerra in Siria, Diario dal Rojava: Kobane sa che la guerra non è ancora finita. La città della resistenza curda potrebbe essere il nuovo obiettivo

Il racconto del conflitto dall'inviata sul campo di TPI, Benedetta Argentieri

Di Benedetta Argentieri
Pubblicato il 8 Nov. 2019 alle 21:30 Aggiornato il 18 Nov. 2019 alle 13:38
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Immagine di copertina
Kobane, 8 novembre 2019. Credit: Benedetta Argentieri/TPI

Guerra Turchia curdi: diario dalla Siria – 8 novembre

Di Benedetta Argentieri, inviata per TPI da Kobane

Tutto sembra essere rimasto uguale anche se intorno tutto è cambiato. All’apparenza Kobane continua a vivere tranquilla. I ristoranti sono aperti, le scuole pure. In centro un grande cartellone con le foto di Mohammed, il bambino di Serekanye colpito dalle bombe al fosforo di Ankara, campeggia nell’isola pedonale del suq, dove si vendono vestiti e ci sono i barbieri. Ai lati della strada ci sono gli alberi e il via vai è costante. I bambini giocano per strada ma tutti sanno che potrebbe durare poco. Le voci si rincorrono da settimane. Dopo Serekanye (Rais al Ain) e Gire Spi (Tal Abyad) l’obiettivo di Ankara è Kobane, la città della resistenza allo Stato Islamico che è anche il simbolo della rivoluzione del Rojava, cominciata ufficialmente il 12 luglio 2012. La prima città curda a scacciare il regime e a stabilire l’amministrazione autonoma.

Ma dopo sette lunghi anni il regime è tornato. I soldati di Assad ora controllano con le Forze Democratiche Siriane la dogana. Un grande cancello di metallo bianco in cui dall’altro lato è ben visibile la bandiera turca.

“A volte i soldati del regime vengono a comprare qui le provviste” dice Mohammed che ha il suo alimentari proprio davanti alla porta. “Non mi fido di loro, sono sicuro che quando ci sarà da combattere scapperanno come dei codardi”.

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La statua “Lord of Women’s Victory” dedicata alle combattenti curde a Kobane. Credit: Benedetta Argentieri, inviata di TPI dal Rojava.

Kobane è una città abituata alla guerra. Ha vissuto una battaglia durissima nel 2014 con l’Isis. E ora si prepara alla prossima. Nelle ultime settimane sono arrivate centinaia di persone dalla vicina Gire Spi, profughi scappati dalle milizie turche che hanno distrutto tutte le foto dei martiri appese per le vie. Hanno abbattuto le insegne delle istituzioni in tre lingue (arabo, curdo e siriaco) per appenderne nuove in arabo e turco.

“Non lascerò mai casa mia”, aggiunge invece Ahmed, 63 anni, che vive proprio di fianco al muro di frontiera costruito dai turchi tra il 2017 e il 2018. Un muro lungo 822 chilometri, il terzo più lungo al mondo. Quella di Ahmed è una casa grigia di due piani. Lui è seduto, guarda le sue nipoti giocare e aggiunge: “Kobane è la città della resistenza e se arriveranno i turchi, resisteremo”.

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Kobane, 8 novembre 2019. Credit: Benedetta Argentieri/TPI

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