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Coronavirus, il regime cinese minacciò i medici: “State zitti”. Così l’epidemia non è stata fermata

Dieci giorni di ritardo per l'allarme sono stati fatali per l'epidemia

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 1 Feb. 2020 alle 10:56 Aggiornato il 1 Feb. 2020 alle 13:03
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Immagine di copertina
Controlli medici sul Coronavirus Credit: Ansa

Coronavirus, i medici sapevano ma sono stati minacciati dal governo

Sul Coronavirus i medici cinesi sapevano. Avevano lanciato l’allarme a fine dicembre, come provano dei messaggi dei ricercatori scientifici di Wuhan all’Oms. Ma, e ora lo ammettono anche i politici locali, sono stati messi a tacere dal regime. Dieci giorni di ritardo fatali per la diffusione epidemica del virus letale.

Il contagio poteva essere contenuto ma, essendo già in atto, le autorità cinesi hanno sottovalutato, ignorato o nascosto le informazioni. Come riporta il corrispondente in Cina de La Stampa, mentre gli scienziati già identificavano la natura del virus, i funzionari locali continuavano a tenere riunioni sul pensiero di Xi Jinping o banchetti per il Capodanno, arrestando chi si azzardava a diffondere “false voci” sull’epidemia.

Prima di questa rivelazione l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) aveva elogiato la Cina per la fermezza e la trasparenza con cui sta gestendo la crisi. Questo silenzio è invece una fedele adesione alla linea della stabilità, assoluta priorità del Partito comunista, che ha messo in secondo piano le evidenze scientifiche.

La quarantena di Wuhan potrebbe essere arrivata in ritardo. Proprio come l’epidemia di Sars del 2003 che fu a lungo insabbiata. 

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Coronavirus? Priorità stabilità

È vero che il 10 gennaio, un mese dopo la prima polmonite, i laboratori di Pechino hanno già isolato il Coronavirus, stessa famiglia della Sars, condiviso il profilo genetico con l’Oms e distribuito i test.

A Wuhan però i primi morti hanno scatenato la paura, le mascherine sono esaurite e le autorità entrano in modalità “mantenimento della stabilità”.

Ai medici viene detto di non parlare, la versione ufficiale per evitare il caos, spauracchio del Partito, è che il virus non si trasmette da uomo a uomo. Per rendere più chiaro il concetto vengono arrestate otto persone colpevoli di aver diffuso in Rete “voci false” sull’epidemia.

La Commissione sanitaria di Wuhan smette di dare aggiornamenti sul contagio. C’è un motivo tecnico: nel meccanismo centralizzato introdotto dopo la Sars ogni test va confermato a Pechino, ci vogliono cinque giorni. Un “buco di informazioni”, ammetterà poi l’Autorità sanitaria. Ma c’è anche una ragione politica.

Il Capodanno cinese con febbre e starnuti

Dal 12 al 17 gennaio il momento chiave: in quei giorni 5 milioni di persone lasciano Wuhan per festeggiare il Capodanno nei villaggi d’origine. Il virus viaggia con loro.

I banchetti per i festeggiamenti del Capodanno vengono preparati tra starnuti e casi di polmonite che continuano ad aumentare a macchia d’olio. Ormai l’epidemia non si può più nascondere.

Coronavirus avvertito dai medici, Xi Jinping rompe il silenzio

La svolta arriva solo lunedì 20 gennaio, dieci giorni dopo l’identificazione del virus. Il presidente Xi Jinping parla per la prima volta dell’epidemia. La crisi è sdoganata, priorità assoluta.

Tre giorni dopo arriva la decisione senza precedenti: 50 milioni di persone tra Wuhan e lo Hubei vengono isolate.

Le ammissioni di sindaco e governatore

Perfino i media di regime stanno puntando il dito contro il sindaco Zhou e il governatore provinciale Wang. Il sindaco ammette che “gli avvertimenti non sono stati sufficienti” e alla tv nazionale spiega anche che non poteva fare di più. Per legge solo il governo centrale può dichiarare un’emergenza sanitaria.

Ora la propaganda non fa che celebrare la reazione del Partito e del sistema cinese: la maxi quarantena, un ospedale costruito in dieci giorni. Ma il ritardo causato dall’iniziale insabbiamento è forse la causa primaria che oggi ha portato alla morte di oltre 200 persone.

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