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Congo, l’esperto a TPI: “Chi ha attaccato il convoglio forse non sapeva della presenza dell’ambasciatore”

"Nel Kivu operano decine di gruppi, la situazione è molto complessa. Serve equilibrio e stabilità non solo in Congo, ma in tutta la Regione". Intervista al ricercatore IAI Bernardo Venturi

Di Anna Ditta
Pubblicato il 23 Feb. 2021 alle 14:40 Aggiornato il 23 Feb. 2021 alle 16:23
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Immagine di copertina
Caschi blu Onu sul luogo dell'attacco in cui sono stati uccisi l'ambasciatore italiano Luca Attanasio, un carabiniere e l'autista, in Repubblica democratica del Congo. Credit: Epa

“Il Kivu è una zona estremamente complessa della Repubblica Democratica del Congo. Sul territorio sono presenti svariate decine di gruppi ribelli, che mutano nel corso degli anni e che sono difficili da monitorare anche per gli analisti”. Bernardo Venturi, ricercatore associato presso l’Istituto Affari Internazionali (IAI), spiega a TPI il contesto in cui è avvenuto ieri l’attacco contro un convoglio Onu in cui sono stati uccisi l’ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e il loro autista Mustapha Milambo. Venturi, che si occupa di Africa, gestione delle crisi civili, relazioni esterne dell’Ue, peacebuilding e cooperazione allo sviluppo, invita a leggere quanto accaduto guardando non solo al Congo, ma anche agli altri Paesi della Regione. “L’equilibrio nella Regione”, sottolinea, “può essere la chiave di lettura per comprendere l’instabilità della zona e per cercare un modus operandi per superare queste violenze in futuro”. La sua opinione è che forse chi ha compiuto l’attacco non era a conoscenza della presenza dell’ambasciatore Attanasio a bordo del convoglio Onu.

Qual è il contesto in cui è avvenuto l’attacco?
La regione del Kivu, nord e sud, è estremamente complessa. Si trova nel nordest della Repubblica Democratica del Congo, al confine con Ruanda, Burundi e Uganda. Proprio la presenza di questi confini agevola i gruppi irregolari, che possono muoversi tra una frontiera e l’altra, e alimenta rivalità e accuse tra gli Stati, come quella storica tra Ruanda e Uganda. Nell’assenza di un’azione univoca da parte di uno Stato o di una forza internazionale, i gruppi riescono a muoversi, a cambiare pelle, e a recuperare energie oltreconfine, magari coperti da un altro Stato.

Il governo congolese ha accusato i ribelli hutu ruandesi dell’attacco in cui è morto l’ambasciatore Attanasio, ma loro smentiscono. Cosa pensa sia accaduto?
Difficile dirlo, ad oggi. Quel che possiamo fare è leggere i dati sulla Regione e sulla strada dove è avvenuto l’incidente, a nord di Goma. Negli ultimi anni ci sono stati svariati incidenti di piccola entità e rapimenti. Questi hanno riguardato soprattutto persone locali, che vengono rapite per chiedere un riscatto di poche migliaia di dollari.
I rapimenti ai danni di Ong non succedevano da anni, come ha raccontato Alda Cappelletti di Intersos su Repubblica.
Sì, sia per il personale internazionale sia per quello locale. Le Ong riescono a creare un legame con la popolazione, attraverso una serie di meccanismi con cui riescono a controllare questo tipo di fenomeni. Quindi magari la percezione del World Food Programme (il Programma alimentare mondiale dell’Onu, ndr) era che non ci fosse questa minaccia.

Quali sono le ipotesi sull’attacco?
Potrebbe essersi trattato di una banda criminale comune, non necessariamente legata ai nomi dei gruppi che stiamo sentendo, che puntava a una rapina. Ma questa ipotesi sembra essere smentita dai testimoni, che dicono che i cittadini italiani sono stati trascinati verso la foresta. Questo potrebbe far pensare anche a un tentativo di rapimento lampo.
Ci sono dei precedenti?
Pochi ai danni di internazionali. A maggio 2018 due turisti inglesi sono stati rapiti nella zona, in un sequestro durato un paio di giorni, insieme al loro autista, con un ranger rimasto ucciso. Nonostante la pericolosità della zona, il fatto che l’ambasciatore viaggiasse in pieno giorno in una strada trafficata e che negli ultimi mesi non ci fossero stati episodi a danni di internazionali può aver fatto pensare che la situazione fosse sicura.
Per questo non c’era una scorta dei caschi blu?
I caschi blu generalmente non hanno l’incarico di scortare il personale diplomatico, anche se questo accade in situazioni di particolare rischio o per convogli di un certo tipo. Ad esempio, un paio di settimane fa una delegazione del Consiglio di Sicurezza Onu ha girato nella stessa zona, e in quel caso c’era una scorta della missione Monusco. Ma questo non accade normalmente per il singolo diplomatico che si muove nel Paese. Penso che la scorta non fosse prevista soprattutto per questa.
L’ambasciatore Attanasio aveva un approccio alla diplomazia “dal basso”, quindi visitava molte attività sociali accompagnate dal carabiniere in servizio presso l’ambasciata. Inoltre aveva un profilo molto basso: era vestito in modo molto semplice, con jeans e maglietta. Quindi è possibile che chi ha attaccato il convoglio non sapesse neanche della sua presenza.
Perché?
Per saperlo avrebbero dovuto essere informati già alla partenza da Goma, con informatori in grado di seguire i movimenti dell’ambasciatore. Questo è possibile. Ma può anche darsi che non sia andata così, vista la presenza di molti gruppi disorganizzati e privi di una presenza capillare sul territorio. Potrebbe essersi trattato di un tentativo di rapimento ai danni di internazionali, ma senza che gli organizzatori fossero al corrente della presenza di un diplomatico di livello così alto nel convoglio. A mio avviso questa è l’ipotesi più probabile.

Cosa sappiamo sulle Forze Democratiche per la liberazione del Ruanda, accusate dal governo dopo l’attacco?
È un gruppo nato negli anni Novanta, che si è staccato dall’esercito regolare e che ha continuato ad operare nel territorio cambiando pelle. Sono ben organizzati e hanno la capacità di muoversi tra un confine e l’altro. Sono stati attivi durante la prima e la seconda guerra del Congo. È possibile che compiano rapimenti per finanziarsi, tanto che sono stati tra i principali accusati anche del rapimento dei turisti inglesi.
C’è anche l’ipotesi che si sia trattato di forze regolari ruandesi.
Le modalità dell’attacco sembrano più quelle di forze irregolari, ma potrebbe essersi trattato di forze ruandesi fuoriuscite dall’esercito. Questo è un fenomeno molto diffuso.
Nel Paese ci sono anche contese sulle materie prime. Questo ha qualche collegamento con quanto è accaduto?
Non lo ritengo una causa diretta, ma sicuramente gli interessi sullo sfruttamento delle risorse amplificano le situazioni conflittuali e l’insicurezza della Regione, tramite le richieste di sfruttamento delle risorse da parte di vari gruppi, le disparità economiche presenti nel Paese e le migliaia di persone che lavorano con salari bassissimi e in condizioni molto insicure.
A monte però c’è un problema di governance del Paese e di mancato accordo con i Paesi vicini. Non dimentichiamo che al termine guerre così lunghe ci vogliono davvero decenni prima di riuscire a demilitarizzare e stabilizzare un Paese, soprattutto se vasto come la Repubblica Democratica del Congo.
Pensa che le autorità congolesi riusciranno a chiarire cosa è successo?
Normalmente in situazioni di questo tipo rimarrebbero molte zone oscure. Il fatto che sia stato ucciso un ambasciatore oltre alle altre due persone, fa pensare che ci saranno sicuramente approfondimenti. L’Italia farà pressione, manderà la propria intelligence e farà la propria inchiesta. Anche le Nazioni Unite faranno un’inchiesta, dal momento che è stato colpito un convoglio del WFP e che nel Paese hanno le capacità per farlo. La missione Monusco e altre agenzie Onu si occupano anche di monitoraggi sulle violazioni dei diritti umani, quindi riusciranno a farlo con le risorse già all’interno del Paese. Credo anche ci sarà collaborazione da parte del governo congolese. Il presidente è stato eletto nel 2019 ed è stata la prima transizione pacifica all’interno del Paese. Penso abbia tutto l’interesse a non mettersi in cattiva luce dinanzi alla comunità internazionale.

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