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Caracciolo a TPI: “Attacco Iran alle basi Usa una messinscena perfetta. Così Teheran ha raggiunto un duplice obiettivo”

Il direttore della rivista di geopolitica Limes: "Iraq e Usa sapevano del lancio di missili, infatti non ci sono state vittime. Ma l'Iran ha dato soddisfazione all'opinione pubblica e lanciato un segnale di forza". E sulla guerra in Libia: "Italia sempre più marginale, mentre Russia e Turchia si spartiscono il Paese"

Di Carmelo Leo
Pubblicato il 9 Gen. 2020 alle 14:31 Aggiornato il 9 Gen. 2020 alle 15:48
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Immagine di copertina

Caracciolo a TPI: “Attacco Iran a basi Usa una messinscena perfetta”

È stato un inizio anno a dir poco travagliato sul piano internazionale: dall’escalation di violenze in Iraq, iniziata con l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani (qui il suo profilo) e proseguita con l’attacco missilistico da parte dell’Iran contro due basi Usa, all’acuirsi della guerra in Libia, con la richiesta di cessate il fuoco per la mezzanotte di domenica 12 gennaio su cui si attende ancora la risposta del generale Khalifa Haftar.

Fatti che hanno acceso nuovamente i riflettori sull’instabilità del Medio Oriente, dove gli interessi locali si intrecciano con quelli dei grandi attori internazionali, e di un Mediterraneo in cui l’Italia sembra perdere sempre di più la sua centralità. Mentre l’Iran torna a spingere sull’arma nucleare e Trump assicura che finché sarà presidente “Teheran non riuscirà mai ad averla“, in Libia avanza un’intesa inedita tra Russia e Turchia.

Lucio Caracciolo, direttore della rivista di geopolitica Limes, ha parlato di questi temi a TPI.

Lei è tra gli analisti che reputano che l’attacco dell’Iran alle basi Usa in Iraq sia una messinscena. Perché dovrebbe essere così?

Gli iraniani sono intelligenti e calcolano le conseguenze delle loro mosse. Sanno che devono evitare uno scontro frontale con gli Stati Uniti, dal quale avrebbero tutto da perdere, ma dall’altra parte sono consapevoli di dover rispondere alla pressione della piazza che chiede un gesto clamoroso. Così hanno allestito quello che ritengo uno spettacolo di suoni e luci, concordato con gli americani. Hanno avvertito il governo iracheno del lancio di missili, che infatti – al netto della propaganda di Teheran – ha fatto zero vittime. Ma hanno comunque lanciato un segnale di forza molto chiaro.

Però alla fine a uscirne vincitore è Trump: nessuna vittima e quello che consideravano un terrorista (il generale Suleimani) eliminato.

Gli Stati Uniti ne uscirebbero vincitori se fosse finita qui. A mio avviso, però, nei prossimi mesi ci saranno ancora botte e risposte. Non credo che ci sarà, nel medio periodo, un’interruzione di questa fase di tensione. E l’Iran, che continua a non potersi permettere uno scontro sul campo contro le truppe americane che sono di un altro livello, continuerà a spingere sul nucleare.

Crede quindi che la ripresa dei negoziati sull’accordo sul nucleare iraniano siano definitivamente compromessi?

No, non lo sono per niente. Il negoziato, per l’Iran, è un ottimo strumento per alzare l’asticella delle limitazioni imposte sull’arricchimento dell’uranio. Non bisogna dimenticare che Teheran, già nei mesi scorsi, ha deciso di andare oltre quei limiti, in risposta anche all’uscita degli Usa dall’accordo. Quindi il tema del nucleare iraniano continuerà a essere centrale nel dibattito internazionale.

Veniamo invece alla situazione in Libia. Si va verso un cessate il fuoco da domenica prossima, ma l’Italia ha sempre più un ruolo marginale.

Purtroppo è così. Non sappiamo nel dettaglio cosa si siano detti ieri Conte e Haftar nel loro incontro, ma è evidente che finché il nostro Paese non farà chiarezza sui propri obiettivi e sul modo in cui vuole agire nel Mediterraneo, saranno altri attori a essere protagonisti. Se davvero si arriverà a un cessate il fuoco, domenica, sarà comunque una situazione transitoria: ormai abbiamo imparato che è molto difficile porre fine alle ostilità quando ci sono così tanti interessi in gioco e nessun accordo.

Sono state Russia e Turchia, che in Libia appoggiano rispettivamente Haftar e Serraj, a chiedere il cessate il fuoco. Sta nascendo un inedito asse tra questi due Paesi?

Storicamente la parola “asse” non è mai stata foriera di alleanze proficue. Però è chiaro che negli ultimi mesi Russia e Turchia hanno dimostrato di avere interessi convergenti in Libia e nel Mediterraneo. Hanno inaugurato il nuovo gasdotto TurkStream e hanno dimostrato di poter coesistere sebbene abbiano idee politiche diverse. La divisione della Libia in zone di influenza è uno scenario molto probabile.

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