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Home » Esteri

Che fine hanno fatto gli Accordi di Abramo?

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15 settembre 2020, giorno della firma degli Accordi di Abramo: il presidente americano Trump con primo ministro israeliano Netanyahu e i ministri degli Esteri del Bahrain e degli Emirati Arabi Uniti. Foto AGF

La normalizzazione dei rapporti tra Israele e Paesi arabi non va come sperava Trump. Emirati e Marocco mantengono relazioni solide con lo Stato ebraico. Ma l’Arabia Saudita pone condizioni che per ora le impediscono di aderire. Dalla questione palestinese alla guerra in Yemen

Hanno forse segnato «l’alba di un nuovo Medio Oriente». Ma non nel modo in cui intendeva Donald Trump quando, a settembre 2020, aveva accolto sul balcone della Casa bianca Benjamin Netanyahu e i ministri degli Esteri di Emirati Arabi Uniti e Bahrein, diventati i primi Stati arabi a riconoscere Israele in più di vent’anni. Considerati da Trump il coronamento del suo primo mandato, gli Accordi di Abramo erano stati descritti dal presidente degli Stati Uniti come l’avvisaglia di un futuro in cui «persone di tutte le fedi e provenienze vivranno insieme in pace e prosperità». 

Mentre il primo ministro israeliano parlava di una «nuova alba di pace», all’interno della stessa Amministrazione Usa c’era qualche voce più scettica. In quello stesso periodo un’agenzia del governo statunitense avvertiva già che gli Accordi, con cui Emirati Arabi Uniti e Bahrein avevano normalizzato i propri rapporti con Israele, non avrebbero fatto altro che esacerbare le tensioni nella regione. 

Il rapporto sul rischio di terrorismo del Dipartimento della Sicurezza interna degli Stati Uniti, realizzato a ottobre 2020 ma reso pubblico due anni dopo, prevedeva che il malcontento si sarebbe «quasi certamente aggravato» a seguito della normalizzazione delle relazioni e avrebbe potuto contribuire ad azioni violente contro Stati Uniti e Israele. Timori che si sono confermati tutt’altro che pessimistici, considerando quanto accaduto nei tre anni dalla deflagrazione del 7 ottobre 2023, e che già erano condivisi da diversi osservatori e addetti ai lavori prima degli attacchi di Hamas e della decisione israeliana di distruggere la Striscia di Gaza. A preoccupare era l’impianto stesso degli Accordi, considerati un tentativo avventato di costruire un nuovo equilibrio regionale accantonando la questione palestinese. 

In un articolo pubblicato su Foreign Affairs, l’ex ministro degli Esteri della Giordania Marwan Muasher sosteneva che gli Accordi sarebbero stati «una ricetta per la violenza» e non per la pace, esortando gli Stati Uniti a smettere di offrire incentivi ai governi arabi per aderirvi «finché Israele continuerà a prendere territori palestinesi». 

La prima fase della guerra all’Iran non ha fatto altro che rafforzare i convincimenti di chi considera pericoloso ipotizzare una pace nella regione senza una soluzione alla questione palestinese. Secondo l’ex ambasciatore egiziano Abdelrahim Shalaby, il conflitto ha segnato il collasso degli Accordi, privandoli della loro giustificazione ossia, come ha scritto in un articolo per Responsible Statecraft, «la convinzione che solo un ombrello di sicurezza americano potesse offrire sicurezza e stabilità ai suoi alleati nella regione». 

Gli Accordi continuano però a essere una priorità dell’Amministrazione Trump, che non rinuncia a porli come condizione per concedere aiuti all’Arabia Saudita, o a dare il via libera al suo programma nucleare. Fino a considerarli ancora centrali nel futuro ordine mediorientale, in un ipotetico scenario successivo alla guerra all’Iran. 

Legami rafforzati
Dopo il 7 Ottobre, gli orrori nella Striscia di Gaza e gli attacchi sferrati da Israele in Libano, Siria, Iraq, Yemen e Qatar, oltre che Iran, hanno scatenato un’ondata di indignazione in tutto il mondo arabo, sollevando interrogativi sulla solidità a lungo termine degli Accordi di Abramo. La crisi in cui è piombata la regione non ha però impedito a Emirati Arabi Uniti e Marocco, i principali firmatari, di continuare a coltivare rapporti con Israele, usando i legami come una leva per mantenere un canale privilegiato con Washington. Tra gli altri Paesi firmatari, il Bahrein ha reagito al 7 Ottobre decidendo di congelare le intese economiche, il Sudan ha scelto finora di non ratificare gli Accordi, mentre il Kazakistan ha deciso di aderire a novembre 2025, nonostante avesse già riconosciuto Israele nel 1992. 

Per quanto riguarda gli Emirati, la questione palestinese è emersa a più riprese come elemento di attrito. L’anno scorso Abu Dhabi ha avvertito che l’annessione della Cisgiordania supererebbe una «linea rossa», minando lo spirito degli Accordi, dopo che il ministro delle Finanze israeliano, Bezalel Smotrich, aveva presentato una proposta per annettere circa l’80 per cento della Cisgiordania. 

Nelle ultime settimane gli attentati del 2023 sono tornati a pesare sui rapporti dei due Paesi, fino a coinvolgere gli Emirati nella campagna elettorale israeliana. Il caso è scoppiato a seguito delle rivelazioni del quotidiano Haaretz, in base alle quali il presidente emiratino, Mohammed bin Zayed, avrebbe avvisato Netanyahu del rischio di un attacco imminente poco prima del 7 ottobre, senza che il primo ministro israeliano avesse avvertito gli organi di sicurezza. Una notizia che Abu Dhabi non ha smentito, nonostante le richieste del primo ministro israeliano. 

Questi dissidi non hanno impedito ai due Paesi di instaurare negli ultimi sei anni forti legami economici, che includono un’intesa di libero scambio e una stretta cooperazione tra i settori della difesa. Almeno fino allo scoppio della guerra all’Iran, queste relazioni sono state gestite con riserbo dagli Emirati, soprattutto dopo il 7 Ottobre. Ma la guerra iniziata il 28 febbraio scorso li ha messi ancora più in risalto che in passato. 

In risposta alla reazione iraniana, che si è abbattuta anche sulle base statunitensi e sui Paesi del Golfo che le ospitavano, gli Emirati Arabi Uniti hanno rafforzato ancora di più i legami con Stati Uniti e Israele, diventando il primo Paese straniero a impiegare operativamente il sistema di difesa antimissilistico Iron Dome. In quel caso a confermare l’invio dei sistemi era stato l’ambasciatore statunitense Mike Huckabee, che aveva citato la «straordinaria relazione» tra i due Paesi basata sugli Accordi di Abramo. Sempre durante la prima fase del conflitto, Netanyahu aveva dichiarato di aver visitato gli Emirati, provocando una rapida smentita pubblica da parte del Paese del Golfo Quando, più di recente, il primo ministro israeliano si è recato ad Abu Dhabi dopo il caso legato agli attacchi del 7 Ottobre, le autorità emiratine hanno invece confermato la visita, in cui «le due parti hanno discusso delle relazioni bilaterali» e delle «modalità per rafforzarle e svilupparle». 

Come gli Emirati, anche il Marocco non ha rinunciato a rafforzare i legami diplomatici con Israele. Un giorno dopo il sesto anniversario degli Accordi di Abramo, che ricorreva lo scorso 15 settembre, i rispettivi ministri degli Esteri si sono incontrati a New York, alla presenza dell’ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite, annunciando che le rispettive missioni saranno elevate al rango di ambasciate e che saranno nominati ambasciatori in entrambi i Paesi. Un’intesa che ha ripercussioni anche sugli equilibri in Nord Africa: dopo l’incontro, Stati Uniti e Israele hanno infatti ribadito il riconoscimento della sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale. Rivendicazioni sostenute anche dagli Emirati Arabi Uniti, con cui la settimana prima dell’incontro di New York aveva interrotto le relazioni diplomatiche l’Algeria, Paese rivale del Marocco che sostiene la creazione di uno stato indipendente in Sahara occidentale e respinge la normalizzazione delle relazioni diplomatiche con Israele. 

Esitazioni
Anche se i rapporti tra i principali firmatari degli Accordi sono solidi, le prospettive di un ulteriore ampliamento, come sognato da Trump, non sembrano particolarmente favorevoli. La Casa bianca ha a lungo coltivato la speranza che le intese commerciali e gli investimenti avrebbero portato all’estensione degli Accordi ad altri Stati arabi, soprattutto all’Arabia Saudita. Ma Riad ha finora resistito, insistendo sul fatto che non può esserci normalizzazione dei rapporti con Israele senza la creazione di uno Stato palestinese. 

Secondo quanto riporta Axios, gli Accordi hanno un ruolo centrale nella «strategia post-bellica» a cui si dovrà improntare l’azione dell’Amministrazione Trump nei suoi ultimi due anni, dopo l’ipotetica fine della guerra con l’Iran. Il piano, «ancora nelle fasi iniziali di elaborazione» punterebbe su uno sforzo regionale per contenere l’Iran con gli Stati Uniti come garanti, promuovendo la normalizzazione delle relazioni tra Israele e i suoi vicini. Uno dei punti principali è proprio l’allargamento degli Accordi all’Arabia Saudita. Ma, come ammette l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, Riad ha finora «esitato» ad accogliere la disponibilità di Israele a normalizzare le relazioni. 

Da questo punto di vista, la questione palestinese è ancora un aspetto decisivo per la monarchia che custodisce due dei tre luoghi più santi per i musulmani (le città di Mecca e Medina, mentre il terzo, la Spianata delle moschee, si trova a Gerusalemme). 

Recentemente il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan, ha ribadito che la creazione di uno Stato palestinese indipendente e la fine dell’occupazione israeliana sono essenziali per la sicurezza e la stabilità regionale, dato che «la sicurezza deve essere costruita su interessi reciproci, non a spese di un’altra parte». Il capo della diplomazia saudita ha anche invocato una risposta internazionale contro l’espansione degli insediamenti israeliani, le violenze dei coloni e l’annessione nella Cisgiordania occupata. 

A complicare ulteriormente le prospettive di normalizzazione è stata la guerra all’Iran e l’attuale conflitto con gli Houthi in Yemen, che ha costretto Riad a interrogarsi sull’efficacia delle garanzie offerte da Washington. In particolare, l’avanzata delle forze filo-iraniane, che hanno preso il controllo di territori che si affacciano sullo Stretto di Bab el Mandeb, porta di accesso al Mar Rosso, ha fatto emergere nuove tensioni nel rapporto con gli Stati Uniti. 

Dopo aver respinto le richieste del principe ereditario Mohammed bin Salman di intervenire direttamente nel conflitto, Washington si è limitata a offrire di condividere informazioni di intelligence e di assistere all’individuazione degli obiettivi, riservandosi, secondo quanto riportato dai media statunitensi, di cambiare approccio se la controffensiva appoggiata da Riad dovesse incontrare problemi. 

Un nuovo ordine?
Presi insieme, potrebbero essere considerati segnali che il vecchio ordine mediorientale, che gli Accordi di Abramo (nella visione della Casa bianca) avrebbe dovuto perfezionare, stia cedendo il passo a un’altra realtà. Il patto della Mecca, siglato dall’Arabia Saudita con Pakistan e Turchia, potrebbe segnare una delle tappe di questa trasformazione. Oltre a prevedere un principio di difesa collettiva, l’intesa siglata il 7 agosto scorso presuppone un ordine regionale diverso rispetto a quello finora dominato dagli Stati Uniti.

Mentre gli Accordi di Abramo avevano creato il presupposto diplomatico di un progetto ambizioso come il Corridoio economico India-Medio oriente-Europa (Imec), che mira a collegare Asia meridionale, Golfo Persico ed Europa passando per Israele, Arabia Saudita e Turchia puntano invece a reindirizzare l’ipotetica rotta commerciale verso i porti della Turchia, tracciando un nuovo percorso che non passa più per Israele. Sviluppi di questo tipo spingono esperti come Steven A. Cook, direttore del programma per il Medio Oriente del Council on Foreign Relations, a ipotizzare che l’ordine regionale finora dominato dagli Stati Uniti potrebbe ora lasciare spazio a un nuovo Medio Oriente. Un assetto «diviso in blocchi», in cui un ordine alternativo, come quello concordato alla Mecca, si contrappone a quello dei Paesi rimasti ancorati agli Accordi di Abramo.

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