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Coronavirus, cos’è la “sindrome della capanna” e quali sono i sintomi da non sottovalutare

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Secondo le stime della Società italiana di psichiatria (Sip), oltre un milione di italiani soffre della “sindrome della capanna o del prigioniero”, sindrome che in questa fase di lockdown potrebbe aver toccato diverse categorie di persone.

Ma di cosa si tratta? La sindrome consiste nella paura di uscire di casa che “in individui predisposti – come sottolineano gli esperti – aumenta il rischio di sviluppare psicopatologie e disturbi dell’adattamento”. Si ha paura di uscire e lasciare quella che non è più solo la nostra casa, ma per settimane, mesi, è stato anche l’unico luogo dove sentirci davvero al sicuro. Molti hanno fatto fatica a rimanere tra le mura domestiche, ma altri (meno animali sociali) si sono abituati senza troppe difficoltà e c’è anche chi ora fa fatica a tornare indietro.

Questa sindrome colpisce, ad esempio, chi è stato costretto a una lunga degenza. Ma, nella situazione attuale, può interessare diverse categorie di persone, anche quelle che non hanno mai manifestato particolari disturbi psicologici. E non solo chi è stato già contagiato dal Covid-19, chi è più a rischio perché ha già altre patologie o chi ha subìto dei lutti. “Le cause possono essere diverse e a volte si tratta di meccanismi inconsci, di cui non c’è neppure piena consapevolezza”, spiega a ilfattoquotidiano.it Roberto Ferri, presidente della Società italiana di Psicologia dell’emergenza.

I segnali da non sottovalutare

Possono, però, esserci segnali da non sottovalutare, come insonnia e irascibilità, che persistono nel tempo, anche diverse settimane dopo l’avvio della fase 2. Le persone più a rischio sono quelle con poca capacità di adattamento ai cambiamenti e “gli ipocondriaci che, probabilmente, già dai primi giorni di lockdown si sono sentiti perfettamente a loro agio e ora sono spaventati”, spiega lo psicologo. Ma la sindrome può facilmente colpire tutte quelle persone che già soffrono di fobie, ansia o forti problemi psichiatrici “e che a un certo punto, in molti casi, sono stati o abbandonati o seguiti con strumenti poco efficaci senza contatto personale”.

Si tratta di una reazione del tutto normale e comune, come precisano Di Giannantonio e Zanalda, anche in caso di persone equilibrate psichicamente, conseguente all’eccezionalità della situazione, come già avvenuto dopo il crollo delle Torri Gemelle. “Ma se il disagio si protrae per più di tre settimane – aggiungono i presidenti Sip – ed è acuito dall’incertezza verso il futuro, dalla preoccupazione per la situazione economica e per la precarietà del lavoro, in un caso su tre aumenta il rischio di sviluppare nel tempo veri e propri disturbi mentali, come la depressione maggiore, gli attacchi di panico e disturbi dell’adattamento”.

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