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Silvia Romano ha cambiato nome: “Ora mi chiamo Aisha”

Di Redazione TPI
Pubblicato il 11 Mag. 2020 alle 08:05 Aggiornato il 11 Mag. 2020 alle 15:03
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Immagine di copertina
ANSA / FABIO FRUSTACI

Silvia Romano ha cambiato nome: “Ora mi chiamo Aisha”

La cooperante italiana rapita in Kenya e rientrata da poco in Italia, Silvia Romano, ha raccontato ieri cosa è accaduto durante i suoi 18 mesi di prigionia davanti al pm antiterrorismo Sergio Colaiocco in quattro ore di audizione. La 25enne ha parlato con serenità, ma alla fine la stanchezza si è fatta sentire, tanto che ha deciso di rimanere per una notte a Roma insieme alla famiglia prima di fare rientro oggi a Milano.

Nella sede del Ros di Roma Silvia Romano, secondo quanto riportato da Open, ha confermato di conoscere uno dei rapitori che le sono stati mostrati in foto: si tratta di un uomo che era residente nel villaggio di Chakama in cui ha sede la Ong preso cui lavorava la ragazza, Africa Milele. “Riconosco i miei rapitori nei tre che mi sono stati mostrati, uno è effettivamente un volto che conoscevo”, ha detto. Sarebbe stato proprio quell’uomo a fare da basista per il rapimento, avvenuto il 20 novembre 2018, perché frequentava una ragazza del villaggio. “Mi hanno portato fuori, pochi chilometri più avanti è arrivato un secondo gruppo, tre uomini a volto coperto”, ha raccontato Silvia agli inquirenti. “Si capiva che erano stati loro a organizzare perché davano indicazioni agli altri tre. Con questi ultimi, quelli a volto coperto, ho passato quasi metà della prigionia”. L’ipotesi dunque è che dietro il rapimento ci sia stata una regia unica da parte dell’organizzazione terroristica Al Shabab.

Da quel momento Silvia è stata costretta a spostarsi fino ad attraversare la foresta tra Kenya e Somalia, dove  giunta un mese dopo. Durante i mesi di prigionia ha raccontato di aver cambiato sei covi. “Ci spostavamo in auto o a piedi. Sentivo le voci da fuori ma non ho mai visto nessun altro se non i miei sequestratori: nessun occidentale, nessuna donna”, ha detto secondo quanto riporta Repubblica. “Ho passato le mie giornate soprattutto da sola, in una stanza chiusa e raramente ho preso aria all’esterno. Dormivo su materassi o su teli. Non sono mai stata né bendata né legata. Mi portavano da mangiare quello che c’era. Verdure, capretto, avevo chiesto degli spaghetti e una volta sono riusciti anche a portarmeli”. E ha aggiunto: “Coi carcerieri comunicavo a fatica. Erano sempre armati e a volto coperto. In qualche circostanza ho capito alcune parole, provavano a spiegarmi le loro ragioni. Ma la comunicazione era quasi impossibile. Parlavano arabo o dialetti somali, quasi nessuna parola in inglese”.

Per quanto riguarda la sua conversione all’Islam, Silvia racconta che il percorso è cominciato per caso a metà della prigionia, dopo che ad un primo gruppo di tre carcerieri ne è seguito un altro. “Ho chiesto dei libri e mi hanno portato il Corano, con il testo a fronte in italiano. Ho cominciato a leggere per curiosità e poi è stato normale: la mia è stata una conversione spontanea”, ha raccontato la giovane milanese a una psicologa. Silvia ha detto di non essere stata costretta alla conversione o a sposare un islamico. “Non mi hanno picchiata né costretta a sposarmi. Mi nutrivano regolarmente e mi hanno fin da subito promesso che non mi avrebbero uccisa”. La giovane avrebbe anche raccontato alla psicologa di aver cambiato nome in Aisha. Si tratta del nome della figlia di Abu Bakr, primo califfo dell’Islam, considerata la “madre dei credenti” e sposa del profeta Maometto. Nelle prossime settimane la questione a livello psicologico verrà probabilmente approfondita, bisognerà capire quanto abbia pesato lo stato di prigionia.

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