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Perché la Sea Watch 3 non è andata in un altro porto?

Immagine di copertina
Sea Watch attraccata Credits: ANSA
Sea Watch sbarco Olanda | Porto sicuro | Polemiche

Sea Watch sbarco Olanda – La Sea Watch 3 dal 12 giugno scorso è in mare aperto con a bordo 42 persone. La sua capitana, Carola Rackete, ha deciso di violare il blocco navale e di entrare in acque italiane. Questo è stato un appiglio politico per la Lega e da Fratelli d’Italia, che hanno deciso di portare avanti una battaglia contro la Sea Watch. Il principale nodo della polemica è proprio il porto di attracco finale. La pioggia di critiche nei confronti della ong è avvenuta a causa del suo arrivo in Italia. Ma perchè la capitana Carola non ha scelto un altro porto?

Sea Watch sbarco Olanda | I porti proposti

La Sea Watch avrebbe potuto sbarcare in altri porti che si affacciano sul Mediterraneo: in Francia, Spagna, Grecia o Malta. O, secondo il vice premier leghista Matteo Salvini, addirittura anche in Tunisia.

Tra le opzioni era uscita anche quella del ritorno verso la Libia. L’Italia aveva chiesto di portare lì i migranti, proprio il luogo dal quale sono scappati per le detenzioni arbitrarie, le violenze, gli stupri e le torture.

Matteo Salvini sostiene che gli altri paesi “se ne lavano le mani” e “non si fanno carico dei migranti perché sono furbi” mentre le ong li portano in Italia perché il nostro paese si è sempre dimostrato fesso”.

Sea Watch sbarco Olanda | Porti sicuri

Rispetto a queste affermazioni ci sono delle grandi imprecisioni. In primo luogo, non è vero che gli altri paesi europei non si facciano carico dei migranti. L’Italia non è il paese che accoglie più rifugiati.

Poi c’è una questione geografica. Le navi di salvataggio cercano infatti di rispettare la regola del “porto sicuro” e di attraccare facendo meno miglia possibili. Le ong che operano in mare devono rispettare la cosiddetta convenzione di Amburgo del 1979 e le altre norme sul soccorso marittimo, che prevedono che gli sbarchi debbano avvenire nel primo “porto sicuro” sia per prossimità geografica a dove è avvenuto il salvataggio sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani.

Quella del “porto sicuro”, o POS, place of safety , è una cosa di cui si è molto parlato nel caso recente della Sea Watch 3. Dopo aver comunicato alle autorità marittime italiane di aver salvato i migranti in mare, il 12 giugno, alla Sea Watch 3 era infatti stato detto di riportarli in Libia, da dove erano partiti. E le autorità libiche avevano accettato di far sbarcare la Sea Watch 3, che però si era rifiutata di farlo.

Quindi, per esempio, la Libia e la Tunisia proposte da Salvini non avevano nessuna di queste caratteristiche. Da una parte per il conflitto in corso e per i centri di detenzione disumani.

Dall’altra invece la Tunisia è un paese relativamente sicuro ma non è attrezzato per garantire i bisogni dei migranti, e a giudizio degli operatori delle ong non ha una legislazione completa sulla protezione internazionale: una cosa essenziale perché possano essere rispettati i diritti umani dei migranti e perché un posto possa essere considerato un “porto sicuro”.

Sea Watch sbarco Olanda | Il regolamento di Dublino

L’altro problema è poi il cosiddetto “Regolamento di Dublino”, ovvero l’accordo europeo che privilegia il cosiddetto criterio del “primo ingresso”, secondo cui ospitare e valutare ciascuna richiesta di protezione internazionale spetta al paese in cui è avvenuto l’ingresso di quella persona nell’Unione Europea.

Il Regolamento di Dublino trattiene oggi decine di migliaia di richiedenti asilo in Italia, e è fra i principali responsabili della crisi degli ultimi anni.

Lampedusa è un porto sicuro, ma non mette di certo al riparo le ong dalle critiche.

> Migranti, la Sea Watch 3 soccorre 53 persone al largo della Libia. Salvini: “Nave pirata”

> Sea Watch 3, l’appello dei migranti in un video: “Fateci sbarcare” | Video

> Sea Watch, attivisti a TPI: “Dormiremo davanti alla chiesa di Lampedusa fino allo sbarco dei naufraghi”

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