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Scuole senza prof: perché l’assegnazione delle cattedre è (anche quest’anno) in ritardo

Dalle "cattedre vuote" alle nomine dei supplenti, dalle call veloci ai "contratti Covid", il punto su cosa sta succedendo nelle scuole italiane

Di Anna Ditta
Pubblicato il 18 Set. 2020 alle 15:50 Aggiornato il 18 Set. 2020 alle 15:53
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Immagine di copertina
Credit: ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Sta per chiudersi la prima settimana di scuola dopo la sospensione delle lezioni in aula dovuta all’emergenza Covid-19. Il ritorno in classe degli studenti, atteso e temuto, è avvenuto in gran parte del Paese lo scorso 14 settembre (anche se alcune regioni hanno preferito attendere il 24 settembre per prepararsi al meglio ed evitare di chiudere e riaprire in occasione delle votazioni del 20 e 21 settembre). In questa prima settimana tra i temi ancora aperti sull’organizzazione scolastica c’è quello delle cosidette “cattedre vuote”, ovvero dei posti mancanti nell’organico scolastico, destinati a essere coperti da docenti precari con contratti di supplenza a scuola già iniziata.

Non si tratta in realtà di una questione nuova: ogni anno, sistematicamente, alcuni posti disponibili per le immissioni in ruolo rimangono vacanti. Ma per quali ragioni? Di quanti posti si tratta esattamente quest’anno? Quando e come saranno coperti? È corretto parlare di boom di supplenti? Come ha influito l’emergenza Covid-19 sulla questione? TPI ha provato a rispondere a queste domande e a fare il punto della situazione.

Scuola: i dati sulle “cattedre vuote”

Negli scorsi giorni, i sindacati hanno lanciato l’allarme per il rischio “boom” di supplenti nelle scuole stimando un numero di posti vacanti compreso tra 170 e i 180mila, ma questa cifra, come vedremo, comprende situazioni diverse tra loro. Il Ministero dell’Istruzione ha precisato ieri che quest’anno risultano poco più di 130mila contratti a tempo determinato,di cui 110mila sono stati assegnati finora (20mila devono quindi ancora essere attribuiti). Oltre la metà del totale, in particolare 66.654, corrispondono alle cosiddette “cattedre vuote”, sono cioè posti rimasti vacanti dopo le assunzioni a tempo indeterminato, perché manca il docente titolare del cosiddetto “organico di diritto“, quello composto dalle cattedre assegnate annualmente in base al numero di alunni iscritti e di classi previste.

Perché non si riesce a colmare questi vuoti?

Il ministero dell’Istruzione aveva annunciato poche settimane fa 84mila immissioni in ruolo, ma finora solo circa 18mila posti sono stati effettivamente assegnati e oltre 66mila cattedre sono rimaste vacanti. La ragione, come già accaduto in passato, è che le graduatorie da cui attingere in alcune regioni o per alcune classi di concorso (ovvero le materie di insegnamento scolastico) sono esaurite.

Ciò accade soprattutto per la scuola secondaria di primo e secondo grado (scuole medie e superiori) e determina l’impossibilità di assegnare la cattedra in alcune zone d’Italia, soprattutto al Centro e al Nord, ma anche in alcune regioni del Sud (con particolare riguardo agli insegnamenti scientifici). Nell’impossibilità di assegnare questi posti a tempo indeterminato a chi ha i requisiti per accedervi – e in attesa del nuovo concorso – le cattedre vengono coperte sistematicamente dalle supplenze c.d.  annuali, con docenti che assumono ogni anno l’incarico fino al 31 agosto nelle scuole dove rimangono posti scoperti. Le assegnazioni, tuttavia, vengono effettuate sistematicamente ad anno scolastico ormai iniziato, con relativi disagi per le scuole, costrette a “tappare i buchi” al momento del rientro in aula.

Gli altri supplenti

La restante parte dei contratti a tempo determinato (i 130mila di cui sopra) è costituita invece da 14.142 posti di organico cosiddetto “di fatto” (cioè quello variabile, perché derivante dalle modifiche che l’organico di diritto può subire dopo la scadenza delle iscrizioni da parte degli studenti) e da 51.351 deroghe sul sostegno, cioè i posti di sostegno in deroga non sono entrati a far parte dell’organico di diritto (circa 18mila cattedre di sostegno rientrano invece in quei 66mila posti rimasti scoperti di cui si è detto sopra). In questo caso le supplenze sono assegnate fino al 30 giugno.

La stima dei sindacati, che arrivano a calcolare 170-180mila supplenti per l’anno scolastico in partenza, è data dall’aggiunta a questi numeri del cosiddetto “organico d’emergenza“, in via di definizione in questi giorni. Si tratta di supplenti destinati ad essere assunti a tempo (con i cosidetti “contratti Covid”) nella scuola primaria e dell’infanzia, perché alle scuole servirà personale aggiuntivo per il rispetto delle misure anti-contagio. Secondo le stime del ministero, potrebbe trattarsi di un numero tra i 45 e i 50mila posti in più, ma la cifra esatta sarà determinabile solo tra qualche settimana. Il ministero, infatti, ha fornito in questi casi un budget agli uffici scolastici, che – sulla base delle esigenze delle scuole del territorio – lo spacchettano tra personale Ata e docenti.

Il flop della “call veloce”

Per colmare in parte le cattedre rimaste vuote nel Nord e nel Centro Italia, quest’anno la ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha previsto la cosiddetta “call veloce“, un secondo giro di chiamate che consente ai docenti vincitori di concorso – ma non ancora titolari di cattedra – di spostarsi in una regione dove sono rimasti dei posti vacanti nella propria classe di insegnamento. Ma le assunzioni avvenute tramite questo meccanismo sono state ben poche. Le domande presentate sono state appena 2.500, con poche centinaia di posti effettivamente assegnati (tra 400 e 500).

“La procedura della call veloce è stata un totale fallimento”, dice a TPI Manuela Pascarella, responsabile del precariato e reclutamento docenti del centro nazionale Flc Cgil, “il numero delle domande presentate a livello nazionale è ridicolo, soprattutto se rapportato agli oltre 60mila posti avanzati dalle immissioni in ruolo. Non si risolve il problema delle cattedre vuote con il trasferimento forzoso di chi ha già scelto di fare un concorso da un’altra parte”, sottolinea la sindacalista. “Bisogna stabilizzare i precari che già da anni lavorano nelle regioni del Nord e magari si sono già fatti una famiglia e una vita lì. A 40-45 anni ben pochi docenti possono trasferirsi magari dalla Puglia a Milano, tra l’altro sapendo che la legge prevede un blocco di 5 anni ai trasferimenti”.

A pesare sullo scarso numero di domande – è la percezione del ministero sulla base di quanto comunicato dalle Regioni – è stato anche il timore di una risalita dei contagi e di nuove chiusure interregionali, soprattutto per quanto riguarda il Nord Italia, maggiormente colpito dall’epidemia di Covid-19 tra marzo e aprile 2020. Il dubbio sulla possibilità di rientrare nelle regioni d’origine dalle proprie famiglie potrebbe aver scoraggiato altri docenti dal presentare domanda.

La digitalizzazione

A queste difficoltà sull’organico del personale, quest’anno si sono aggiunte anche quelle derivanti dall’opera di digitalizzazione e sburocratizzazione del meccanismo tradizionale per la programmazione degli organici, delle immissioni ruolo e delle graduatorie per le supplenze. Il procedimento, infatti, è iniziato solo a luglio e non finirà prima di uno o due mesi. Nel frattempo, alcuni insegnanti hanno denunciato errori nei loro profili, con migliaia di correzioni da apportare, anche se dal ministero fanno sapere che ad oggi si tratta di una fase “superata” e che gli unici problemi sono stati legati a Milano.

“La digitalizzazione andava fatta, ma con tempi più veloci”, sostiene Pascarella. “Era marzo quando noi abbiamo chiesto pubblicamente di procedere con l’informatizzazione delle graduatorie, ma la ministra ha aspettato luglio per dare effettivamente l’avvio all’iter, con l’ordinanza ministeriale. Trovandosi così avanti nei tempi, tutto è stato fatto in fretta e furia e male. Gli errori possono esserci”, aggiunge la responsabile Flc Cgil, “ma una procedura avviata per tempo avrebbe consentito delle rettifiche, e di arrivare ad inizio scolastico con delle graduatorie già sistemate. Purtroppo non è stato così”.

La questione dei lavoratori fragili

Un nodo che resta ancora aperto sul personale docente è quello che riguarda i cosiddetti “lavoratori fragili“, cioè coloro che – a causa del proprio stato di salute e di malattie eventualmente preesistenti – possono richiedere di essere dispensati dall’insegnamento in aula mentre è in corso l’emergenza Coronavirus. Per dispensare l’insegnante, in ogni caso, non è previsto alcun automatismo, le sue condizioni di salute devono essere certificate dal medico competente.

A viale Trastevere non sono ancora stati comunicati i dati ufficiali, ma assicurano che “non c’è stata alcuna impennata di richieste” e che nelle prime settimane si è parlato di “300-400 casi”. Il timore, infatti, era che si rendessero necessarie ulteriori supplenze per coprire le cattedre lasciate scoperte dai lavoratori fragili.

Pascarella tuttavia segnala una possibile criticità, che emerge dalla nota del ministero dello scorso 11 settembre. “I lavoratori a tempo indeterminato ai quali viene riconosciuta la condizione di fragilità potranno essere assegnati ad altra mansione, invece nel caso dei supplenti questa possibilità non c’è”, spiega la sindacalista a TPI. “Questi verranno messi in malattia e trascorso un certo tempo decadranno dall’impiego. Ma in questo modo c’è una discriminazione che a noi sembra molto grave. La salute va tutelata a prescindere dal tipo di contratto in essere”.

Riguardo alla questione delle “cattedre vuote”, Pascarella sostiene che la possibile soluzione sarebbe una “procedura snella per assumere a tempo indeterminato i precari, stabilizzandoli e investendo sulla loro formazione in ingresso”. “Spesso ci si nasconde dietro la panacea del merito, ma questo è un modo ipocrita di gestire la questione”, sostiene. “Stabilizzare i docenti permetterebbe di garantire la continuità didattica. La scuola non può andare avanti ogni anno con questo balletto di precari”.

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