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Dopo la strage di pazienti Covid, le Rsa di Milano fanno causa ai loro dipendenti (che ancora rischiano il contagio senza protezioni adeguate)

Di Pierfrancesco Albanese
Pubblicato il 13 Mag. 2020 alle 18:00
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Immagine di copertina
Un'ambulanza esce dal Pio Albergo Trivulzio durante le perquisizioni della Guardia di Finanza al Pio Albergo Trivulzio a causa dei decessi avvenuti in seguito all'epidemia coronavirus all'interno della struttura. Credit: Ansa/Matteo Corner

Avviate le indagini della magistratura e polarizzata l’attenzione sulle stragi di anziani nelle Rsa, giungono i primi provvedimenti. Inferti, però, ai danni degli stessi operatori delle case di cura per malati non autosufficienti. Accade ai dipendenti di alcune delle Rsa di Milano finite nel mirino della magistratura. Colpa dei filmati e delle denunce con cui sono state svelate le precarie condizioni di lavoro in queste strutture, dove dall’inizio dell’emergenza Coronavirus sono morte migliaia di persone. Alla base delle contestazioni i presunti pregiudizi arrecati alle aziende dalla sovraesposizione mediatica e dalla fuga di notizie sugli esposti presentati ai pm dai dipendenti delle strutture.

È giunta così a 18 operatori dell’istituto Palazzolo della Fondazione Don Gnocchi di Milano una lettera di sospensione dall’incarico, redatta dalla cooperativa Ampast in data 19 aprile. Motivo: la diffusione a mezzo stampa del testo della querela sporta dai dipendenti nei confronti dell’azienda e della committente Fondazione Don Gnocchi, perché – affermano nella raccomandata – “si ritiene che la scelta di divulgare le accuse prima ancora che si instauri, sempre che mai si instauri, un procedimento lede l’immagine dell’azienda e della committenza”. Da allora i firmatari sono sospesi dalle loro funzioni, in attesa di comprendere gli sviluppi.

“Dopo aver effettuato l’esposto in Procura ci hanno inviato la lettera di sospensione e ora siamo in attesa di sapere se possiamo tornare a lavorare, mentre un collega è stato licenziato per aver parlato con i giornali”, racconta a TPI un’operatrice Asa dell’istituto Palazzolo, tra i firmatari dell’esposto. “La direzione ci ha sempre detto di non preoccuparci, ma avevamo solo i guanti e non ci hanno dato alcun altro dispositivo di protezione. Abbiamo comprato autonomamente le mascherine, ma ci hanno detto di non indossarle per non spaventare i pazienti”.

“Hanno anche minacciato di fare richiamo se ci avessero trovati ad indossarle, e la caposala controllava che nessuno di noi ce le avesse. Anch’io sono stata contagiata, ma ho lottato per i miei figli. Uno di loro ha avuto i miei stessi sintomi, ma non gli hanno fatto il tampone. Credo di aver fatto la cosa giusta a denunciare, devono capire che anche noi siamo esseri umani e lavoriamo con persone fragili. Se avessimo lavorato con le dovute precauzioni non avremmo avuto tutti questi decessi”, conclude l’operatrice.

Del caso si occupa l’avvocato Romolo Reboa, che ha annunciato battaglia legale qualora alla sospensione dei dipendenti dovessero seguire sanzioni disciplinari o licenziamenti. I primi provvedimenti a carico degli operatori Oss e Asa piovono anche nel complesso della zona Corvetto, periferia sud di Milano, dove hanno sede altre due residenze trasformatesi in focolai, la Casa per Coniugi di via dei Cinquecento e la vicina Rsa Virgilio Ferrari di via Dei Panigarola. Entrambe sotto la gestione della cooperativa Proges, con sede legale a Parma, evidentemente non entusiasta delle denunce sull’assenza dei dispositivi di protezione necessari per far fronte all’emergenza Covid-19 rilanciate da alcuni servizi televisivi.

Nel complesso di Corvetto si contano oltre un centinaio di decessi dallo scoppiare della pandemia. Le testimonianze raccolte tra i dipendenti raccontano di un’emergenza tuttora non rientrata. “Noi operatori continuiamo a non essere tutelati”, affermano a TPI alcuni dipendenti degli istituti della zona Corvetto. “Settimane fa un’anziana positiva è stata portata al reparto Covid del settimo piano del polo Ferrari. Gli altri due tamponi sono risultati negativi ed è tornata nella stanza al terzo piano. Oggi è risultata nuovamente positiva, ma in questi giorni noi operatori ci siamo avvicinati solo con la mascherina. Non abbiamo alcun dispositivo particolare”.

La cooperativa Proges ha risposto alle denunce sulla sanificazione approssimativa e sull’assenza di precauzioni avanzate dai dipendenti con una contestazione a carico degli stessi operatori per danno d’immagine. “Contesteremo integralmente l’addebito perché riteniamo che non ci siano i presupposti”, afferma a TPI il legale Massimo Laratro, che difende i lavoratori. “Non hanno alcuna prova di chi abbia girato i filmati, ma il problema è molto più grave di una contestazione sparata nel mucchio: provvedimenti di questo tipo si stanno moltiplicando a Milano, ma più che all’immagine le Rsa avrebbero dovuto pensare alla vita dei lavoratori e delle persone ospitate”.

Una operatrice attualmente positiva racconta a TPI di aver prestato servizio per diverse settimane presso la Rsa Casa per i Coniugi nonostante presentasse una sintomatologia pesante, non ritenuta dal medico di base compatibile con il Coronavirus. Altri addetti della stessa struttura hanno denunciato di avere operato in condizioni di insicurezza, senza dispositivi di protezione e senza garanzie sulla salubrità degli ambienti, innescando le reazioni della cooperativa. Un atteggiamento che il legale definisce “gravissimo in ordine a quanto sta emergendo, ossia l’effettiva responsabilità delle cooperative che gestiscono le Rsa”.

“Oggi – continua Laratro – quegli operatori diventati gli eroi della narrazione mainstream fanno i conti con il rischio di perdere il posto di lavoro per aver denunciato le condizioni delle strutture. È gente che negli anni ha avuto una riduzione dei diritti e che nel momento di massima emergenza si è trovata priva dei mezzi per operare in sicurezza. Al posto di fare mea culpa, le cooperative si stanno ritorcendo contro di loro”. Una posizione sostenuta anche dall’avvocato Francesco D’Andria, impegnato nella tutela dei dipendenti dei complessi di Corvetto che hanno presentato l’esposto alla Procura.

“I dipendenti sono stati accusati di condotta immorale – dice a TPI -. A me sembra paradossale: qui abbiamo un interesse superiore alla tutela dell’immagine della cooperativa. Preso atto della presenza di un focolaio infettivo che stava ammazzando gli anziani come mosche, i dipendenti hanno denunciato. Hanno adempiuto a un dovere civico, e in più lo hanno fatto per tutelare la loro salute”.

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