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TPI a bordo di Open Arms: “Il gommone è affondato, non sappiamo se i migranti sono ancora vivi”

Di Valerio Nicolosi
Pubblicato il 15 Lug. 2019 alle 11:51 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 02:25
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Immagine di copertina
Credit: Valerio Nicolosi

Open Arms | Reporter di TPI bordo | Giorno 15

Open Arms – Pattugliare e non vedere nulla, passare giorni interi senza incrociare nessuno, solo ogni tanto un aereo militare che passa (basso) sopra le nostre teste, controlla. Ufficialmente l’operazione Sophia è qui per pattugliare (senza soccorrere) e combattere il traffico, di merci e persone, però un occhio alle Ong lo butta sempre.

Come dire: “Sappiamo che siete qua, vi controlliamo”. Succede da sempre, ormai conosciamo i diversi aerei, li riconosciamo facilmente. C’è un altro aereo che vediamo spesso e che invece fa pattugliamento ai fini del soccorso, il Colibrì.

È un piccolo aereo gestito dall’organizzazione “Piloti Volontari” ed in passato oltre a segnalare gommoni e barche in difficoltà, ha ripreso quello che avviene in mare quando le altre navi non intervengono, quando le persone muoiono una ad una urlando.

open arms

Qualche giorno fa ho letto un racconto di Cecilia Strada proprio su questo, sul fatto che in mare quando si sta morendo non si grida “aiuto” ma il proprio nome, nella speranza che qualcuno lo ascolti e che non lo dimentichi, raccontando alla famiglia cosa è successo.

Le dinamiche psicologiche davanti a questa cosa sono molto strane, però l’essere invisibili anche in punto di morte credo sia una delle cose peggiori. “Abbiamo avvistato due barche piccole, sono vicine a Lampedusa e si stanno dirigendo verso l’isola”, la comunicazione tra Colibrì e la Open Arms in questi casi è costante, anche solo per avere buone notizie.

Noi siamo molto lontani quindi, anche in caso di necessità, non potremmo intervenire. La seconda comunicazione che arriva invece ci mette un po’ in ansia: “C’è un gommone affondato, non vediamo se c’è altro in zona”.

In questo caso “altro” potrebbe essere tutto o niente. Potrebbe essere un motore, potrebbero essere degli oggetti o potrebbero essere corpi. Non sarebbe la prima volta e sicuramente non sarebbe l’ultima.

Nell’ultima settimana nei pressi di Zarzis sono arrivati 80 corpi, persone morte in un naufragio. Nel ponte di comando non c’è nemmeno il tempo di pensare a cosa fare, motori al massimo e rotta verso le coordinate che ci fornisce il pilota del Colibrì.

L’ansia si percepisce e nemmeno io ne sono esente, l’idea di trovare dei morti in mare non è bellissima, anche perché potrebbero essere in decomposizione, il che rende tutto più macabro. Finisco il mio turno di guardia e approfitto per riposare un po’ prima di arrivare sul punto perché una delle regole a bordo è “riposa quando puoi perché se e quando ci sarà un soccorso non riposerai per un po’” ed è vero.

Per la stampa in particolare perché dopo il soccorso già siamo stanchi, ma in quel momento inizia il lavoro. Parlare con le persone, intervistarle, scaricare, montare il video, scrivere, editare le foto. Può durare anche 20/24 ore, quindi bisogna arrivarci più riposati possibile.

“Le due barche sono arrivate a Lampedusa, le ha soccorse le Guardia Costiera”, la sveglia è già buona così, potrei tornare a dormire e invece manca circa mezz’ora al punto d’avvistamento e preferisco settare la camera, controllare batterie e schede di memoria.

Scendiamo con un gommone e ci avviciniamo, corpi in superficie non se ne vedono ma il gommone è arrotolato su se stesso. È grande, credo una decina di metri, il motore non c’è. Forse sono passati i trafficanti a prenderlo, come fanno dopo ogni “soccorso” della sedicente Guardia Costiera Libica.

Nello Scavo, il giornalista del quotidiano Avvenire lo ha raccontato bene giusto due settimane fa. Oscar Càmps si butta in acqua insieme ai soccorritori Emma e Santi e piano piano riescono ad aprirlo e a controllare che dentro non ci sia nulla.

open arms

Non ci sono tracce, non possiamo capire quando e come sia affondato. Se è stato soccorso, intercettato o se è affondato per problemi tecnici. La plastica è molto sottile, è uno dei gommoni che stanno usando da circa un anno: economici e senza la minima utilità per la navigazione.

Lunghi 10 metri e senza tavole di legno a supportare quello che dovrebbe essere lo scafo. Sono fabbricati, si comprano per meno di 200 euro e a bordo ci vanno più di 100 persone che pagano qualche centinaio di euro per partire.

I conti sono facili da fare, i trafficanti mettono in mare le persone senza essere interessati al loro arrivo in Europa, anzi! Se la Guardia Costiera Libica, o quella che dovrebbe essere tale ma che risponde ad un Governo che non controlla nemmeno tutta la capitale, è spesso d’accordo con gli scafisti stessi, intercetta questi gommoni, li riporta a terra e li riconsegna ai centri di detenzione gestiti proprio dai trafficanti, è un giro di soldi incredibile.

Questo è quello che l’Europa dovrebbe combattere attraverso un grande corridoio umanitario che consentirebbe l’evacuazione di tutte le persone detenute illegalmente in Libia.

Con una serie di cime legate al gommone riusciamo a tirarlo a bordo, è plastica che inquinerebbe, più di quanto già non lo sia, il Mare Nostrum. Con lui ci portiamo dietro il dubbio di che fine abbiano fatto queste persone, dove siano e se siano ancora vive.

Ho deciso di prendere un pezzo di questo gommone, di portarlo con me e di mostrarlo in ogni occasione pubblica per far vedere quanto sono pericolosi, quanto il sale marino possa facilmente corrodere questo pezzetto di plastica.

Diario di bordo del reporter di TPI | Giorno 14

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