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Migranti, Open Arms torna in mare dopo 6 mesi di stop. Reporter TPI a bordo

Di Valerio Nicolosi
Pubblicato il 26 Giu. 2019 alle 22:40 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 02:33
Immagine di copertina
Credits: Valerio Nicolosi

Open Arms | Ong | Migranti | Salvataggi

Open Arms – La calcolatrice non mente, facendo l’addizione dei giorni in cui la Open Arms è stata ferma si arriva a 180, cifra tonda, 6 mesi. Dal 28 dicembre 2018 a oggi, quando la nave lascia il porto di Napoli.

Aveva finito la sua missione nel porto di Algeciras, nelle stretto di Gibilterra, facendo sbarcare poco più di 300 persone soccorso la sera del 21 dicembre in acque internazionali. Erano 313 all’inizio, tra cui il piccolo Sam, nato appena due giorni prima su una spiaggia libica.

Proprio Sam e sua mamma furono evacuati subito a Malta, gli altri navigarono per 7 giorni. 180 giorni di fermo e una multa usata come spada di Damocle: “Potete uscire dal porto e andare dove volete, ma non potete effettuare soccorsi in mare. La pena varia da 300mila a 900mila euro”.

Questo era quello che ha detto il governo spagnolo a Proactiva Open Arms, proprietaria della nave. La motivazione era legata alla chiusura dei porti e diceva che non essendoci porti aperti in Italia e a Malta, la Open Arms avrebbe dovuto fare troppe miglia per mettere in salvo le persone soccorse e la cosa avrebbe potuto risultare pericolosa.

Se non fosse tragica, ci sarebbe da ridere. Un modo per lavarsi le mani. Riccardo Gatti, comandate e capo missione aveva dichiarato: “È come dire che gli ospedali non funzionano bene e quindi fermiamo le ambulanze”.

Oggi l’ambulanza riparte, direzione sud, e riparte proprio il giorno in cui la Sea Watch 3, della omologa ong, forza le acque con un gesto di disperazione trattenuto per quasi due settimane. La nave probabilmente sarà sequestrata, la capitana Carola Rackete e l’organizzazione saranno multate e pagheranno una pena senza aver commesso un reato vero, solamente per aver salvato vite in mare.

La Open Arms scende nel Mediterraneo centrale per fare osservazione in un tratto di mare dove i pescatori con le reti tirano su cadaveri di persone insieme ai pesci. Un tratto di mare militarizzato, dove ogni spostamento è sotto il controllo dei radar, eppure tanto deserto quando vengono avvistati dei naufraghi alla deriva. Naufraghi, questa è la parola che si dovrebbe usare quando si parla di queste persone.

Né migranti né tanto meno clandestini (categoria che non esiste, se non nella propaganda). Naufraghi, categoria che descrive delle persone in difficoltà in mezzo al mare. Questi naufraghi hanno anche un’aggravante, quella di essere stati in Libia e aver subito, nella gran parte dei casi, torture e violenze.

Quanti morti in mare ci sono stati in questi 6 mesi? Quante persone avrebbe potuto salvare Open Arms? Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) da gennaio a maggio ci sono stato più di 500 morti. Questi sono quelli certificati, perché gli altri è impossibile conteggiarli.

Ora provate a contare fino a 500. Uno, due, tre, quattro… E immaginate i vostri amici, i vostri parenti, le loro facce. Quando arrivate a 500 fermatevi e pensate di nuovo a questo numero, che non è solo un numero ma una catastrofe.

“Rumbo Sur”, rotta a sud… La Open Arms torna in pista.

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