Open Arms, TPI a bordo: “C’è una barca in difficoltà al largo della Libia, la salveremo se serve”

Valerio Nicolosi racconta giorno per giorno cosa succede a bordo della Open Arms lungo la rotta del Mediterraneo centrale

Di Valerio Nicolosi
Pubblicato il 14 Lug. 2019 alle 15:23 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 02:25
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Immagine di copertina

Open Arms | Reporter di TPI bordo | Giorno 14

“Oggi alle ore 13.00 CEST Alarm Phone è stato allertato di una barca in difficoltà che a quanto ci hanno detto è partita da Zawiya in Libia ieri sera alle ore 22.00 con 54 persone a bordo, inclusi donne e bambini”. Così dice il tweet di Alarm Phone, la piattaforma che raccoglie le richieste d’aiuto in mare da parte dei migranti e che avverte subito le autorità.

“La comunicazione con la barca si è interrotta prima che potessimo ottenere info e quindi non abbiamo potuto allertare le autorità. Alle ore 23 siamo stati informati che la c.d. guardia costiera libica ha intercettato la barca. Condanniamo questi respingimenti in zona di guerra!” è il tweet che segue il precedente, con amarezza. 

Circa un anno fa ero a bordo di questa stessa nave, la Open Arms, e dopo due settimane di pattugliamento in cui non ci furono partenze (alla faccia del Pull Factor), in un giorno solo ci furono quattro gommoni partiti la sera prima dalle coste libiche.

Le lance scesero velocissimamente in acqua, ci lanciammo a 40 nodi verso le coordinate ma piano piano, “Target” dopo “Target” l’unica comunicazione che potevamo dare era: “Sono arrivati prima i libici”, ed è una frase che mai da queste parti si dovrebbe dire. Lo dicono le persone che scappano da li: “Meglio morti che in Libia” e lo dissero anche le persone salvate due giorni dopo, quando si buttarono in acqua per morire pensando che fossimo libici.

Comunque quel giorno dei 4 gommoni non riuscimmo a soccorrerne nemmeno uno. Le motovedette che l’Italia fornisce al governo di Tripoli e alle quali dà assistenza continua con la presenza di navi militari italiane in Libia, vanno veloci e soprattutto ricevono le comunicazioni prima.

Con l’ultimo gommone, però andò diversamente: eravamo a poche miglia, in 15 minuti saremmo arrivati sul posto ma arrivò una comunicazione da parte proprio della sedicente Guardia Costiera di Tripoli: “C’è una barca in difficoltà, andate in questa direzione…”. Le coordinate erano molto più a est, in un punto lontano. Quando arrivammo c’era una piccola barca di pescatori e nient’altro.

Credit: Valerio Nicolosi

Il gommone invece fu preso dalla Asso 28, assetto commerciale italiano che lavora presso le piattaforme libiche, e furono riportati indietro contro ogni legge internazionale. Ricordo la frustrazione e la rabbia di quel giorno, ricordo che c’erano più di 400 persone e mi rimase impressa la frase del comandante della Asso 28: “Ho ricevuto ordini dalla piattaforma per la quale lavoro”.

“Devoluciòn en caliente”, era la prima volta che lo sentivo ed è quello che noi chiamiamo “respingimento”, ovvero violare le leggi internazionali e riportare delle persone nel Paese dal quale stanno scappando.

Un anno dopo siamo ancora qua, il mare non cambia e nemmeno le piattaforme che sono l’unico riferimento antropico che abbiamo. Guardo nel radar e vedo proprio la Asso 28, sempre vicino le piattaforme, poco più a nord vedo la Sarost 5, un mercantile tunisino che fu bloccato per 22 giorni fuori il porto di Zarzis perchè aveva soccorso i migranti. Noi, con la Open Arms, chiedemmo il permesso di salire a bordo con i medici ma ci fu negato. Il giorno dopo intervenne la Mezza Luna Rossa di Tunisi.

Gli attori sono sempre gli stessi e da giorni, anche in questo caso, ci sono poche partenze.

Le cose che sono cambiate sono a terra: la guerra in Libia, i centri di detenzione che vengono bombardati con tanto di dichiarazione congiunta dell’UNHCR e dell’OIM che hanno chiesto che i migranti “vengano liberati in maniera ordinata e sia garantita loro la protezione”, chiedendo inoltre che vengano evacuati subito in luoghi sicuri.

Sul versante europeo invece continua la guerra alla ONG con multe e sequestri di navi, nonostante le diverse inchieste siano terminate con un nulla di fatto, sempre.

La Spagna ha messo una spada di Damocle su questa nave: se farà soccorso dovrà pagare 900mila euro di multa, una cifra assurda solo per aver soccorso le persone in SAR libica
Per questo siamo molto più a nord e per questo ieri abbiamo dovuto leggere e sentire di nuovo questa frase: “Sono arrivati i libici” che suona come una sorta di condanna.

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