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“Sea Watch rischia sequestro, noi con la Open Arms torniamo in mare” | Diario di bordo di TPI

Di Valerio Nicolosi
Pubblicato il 27 Giu. 2019 alle 22:04 Aggiornato il 11 Set. 2019 alle 02:32
Immagine di copertina
Credit: Valerio Nicolosi

Open Arms | Reporter di TPI a bordo | Giorno 2 | La rotta continua a essere sud, lenta ma continua. Questa mattina alle 6, mentre montavo la guardia eravamo già fuori dalle acque di competenza italiane, ossia 24 miglia dalla costa.

Sappiamo che sarà una missione difficile, non tanto per quello che andremo a fare nella pratica, ma per il clima che c’è in Europa sul tema dei migranti. Questa è una battaglia molto più grande di noi, che dovrebbe avvenire nelle stanze di Bruxelles e non in mare, come invece sta accadendo fuori il porto di Lampedusa.

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Tra dichiarazioni di forza e gesti che violano la legge italiana ma rispettano quelle internazionali e soprattutto umane, la vicenda Sea Watch racconta esattamente come la società italiana sia spaccata esattamente in due: chi pensa che le persone soccorse siano clandestini senza diritti e chi, invece, pensa che in mare non si debba morire e che la Libia sia, come dichiarato anche dall’ONU, un luogo dove non poter respingere le persone.

L’altra spaccatura ovviamente su chi aiuta in mare, le ong: “Negrieri”, “Schiavisti”, “Criminali”, “Nuovi partigiani”, “Eroi” tanti appellativi che non prevedono una “middle zone” ma solo odio o amore.

Quest’ultimo, l’amore, ha stravinto nelle ultime 24 ore e ha fatto si che si raccogliessero più di 100mila euro per Sea Watch, in modo che potessero pagare la multa prevista dal Decreto Sicurezza Bis.

Credit: Valerio Nicolosi

Open Arms Il tema a bordo è ovviamente questo: Che faremo? La Sea Watch rischia il sequestro e, se ho imparato una cosa in questi anni a bordo, è che proprio il mezzo ha la priorità su tutto. Senza navi non si fa soccorso, senza soccorso le persone muoiono. Non ci sono alternative. Quindi “proteggere” la nave e il suo operato è fondamentale, anche se dobbiamo capire come.

Non c’è una strategia nascosta come potrebbero pensare i detrattori delle Ong, c’è solo voglia di fare pattugliamento e denunciare quello che succede in quel tratto di mare, restando pronti a qualsiasi evenienza perché tutte le navi, secondo le leggi internazionali, sono chiamate ad intervenire nel caso in cui ci fosse un “distress”, un’emergenza.

A bordo con noi ci sono dei soccorritori professionisti, ma alcuni di loro sono alla prima esperienza in mare aperto. Intervenire con dei gommoni con a bordo più di 100 persone non è la stessa cosa di fare un salvataggio “normale”. Per questo oggi i rihb, i gommoni veloci, sono stati messi in acqua per fare un’esercitazione.

Proviamo diverse manovre: da quelle con tutte le persone a bordo a quelle con le persone in acqua. Mettiamo in pratica quello che avevamo visto la mattina in alcuni video.

A bordo ogni rihb ci sono 4 persone: lo skipper, il soccorritore 1, il soccorritore 2 e il giornalista.

I due soccorritori hanno compiti diversi tra di loro e a quelli si devono attenere, non c’è spazio per l’improvvisazione perché, e io ne sono stato testimone, se non si fa tutto alla perfezione anche la situazione più semplice può complicarsi. Il giornalista a bordo deve fare il suo lavoro ma ovviamente, in caso di necessità, deve intervenire dando una mano agli altri.

Quando si scende in mare per un soccorso c’è sempre un po’ di ansia perché non si sa mai cosa incontreremo, se ci sono dei morti, se ci sono dei bambini, in che condizioni sono. Oggi per fortuna era solo una prova e tutto è filato liscio.

Vedremo che succederà nei prossimi giorni, intanto la rotta resta a Sud.

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