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L’infettivologo Massimo Andreoni: “Il 20% dei pazienti resta positivo al virus per 40 giorni”

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Credit: Ansa

Il Coronavirus si trova talmente bene nel nostro corpo che non lo lascia più. Questo, in parole povere, il significato di quello che in gergo viene indicato come “Tropismo” ed è il motivo per il quale il virus resta per settimane nel corpo umano o addirittura mesi. Di esempi in questo senso ne abbiamo diversi, come non ricordare Bianca Dobroiu, la paziente uno di Bologna. Modella, 23 anni, ha ricevuto il secondo tampone negativo dopo 75 giorni. Ma c’è anche il calciatore Paulo Dybala che ha convissuto con il virus un mese e mezzo. C’è poi il 63enne di Codogno, visitato il 18 febbraio per dei sintomi ancor prima della scoperta del “paziente uno”, e che è ancora recluso in camera da letto con il saturimetro sul comodino.

Ma non ci sono solo i casi italiani a raccontare la pervicacia del virus. Paul Garner, professore di malattie infettive alla Liverpool School of Tropical Medicine, dopo oltre due mesi di positività presenta ancora sintomi nuovi ogni giorno, tanto da affidare a un blog il racconto della sua incredibile esperienza.

“Non abbiamo dati solidi, ma non credo di sbagliarmi se dico che il 20% dei pazienti resta positivo per 40 giorni” spiega a Repubblica Massimo Andreoni, primario di malattie infettive al policlinico dell’università di Roma Tor Vergata. E non finisce ancora qui. “Perché se andiamo a guardare i sintomi che persistono, ci rendiamo conto che le cicatrici del virus possono restare in maniera cronica sotto forma di fibrosi nei polmoni, mancanza di forze, deficit cognitivi e depressione” aggiunge Moreno Tresoldi, primario di Medicina generale al San Raffaele di Milano e coordinatore dell’ambulatorio che segue gli ex malati di Covid.

Ed è proprio il primario di Tor Vergata che ammette come le aspettative sulla malattia fossero diverse: “Le polmoniti virali in genere sono più rapide” spiega Andreoni. Ma è anche vero che “il virus ha un buon tropismo per le cellule del nostro organismo”.  Il meccanismo può spiegare in parte anche il fenomeno degli eterni tamponi positivi. “Non sappiamo – prosegue l’infettivologo – se le tracce di virus che troviamo con il test siano solo frammenti non più vitali che aspettano solo di essere espulsi o se sono microrganismi vivi, replicanti e con capacità infettiva”. Il sospetto è che si tratti della seconda ipotesi. “Per questo i Centers for Disease Control americani autorizzano un ritorno al lavoro e alla vita normale dieci giorni dopo la fine dei sintomi, a prescindere dal tampone” spiega Giuliano Rizzardini, responsabile del reparto di malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano.

Leggi anche: 1. “Censurano le morti e non rispondono da giorni”: così la RSA di Legnano si è trasformata in un lazzaretto / 2. Visite ai parenti, spostamenti e tempo libero: cosa potremo fare dal 4 maggio

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