“I riders delle startup sono i nuovi schiavi”: il racconto shock dell’ex imprenditore diventato fattorino

Di Maria Elena Gottarelli
Pubblicato il 3 Mag. 2019 alle 14:00
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Immagine di copertina
Carlo Tedeschi

Nel racconto di Carlo Tedeschi, 54 anni originario di Vigevano (Pavia) c’è tutta la frustrazione di un ex imprenditore rimasto senza lavoro costretto a riciclarsi nel rocambolesco mondo delle startup di consegne a domicilio.

Fino al 2009, Carlo Tedeschi aveva il suo lavoro, il suo fatturato annuo, una schiena e una dignità intatte e perfino due barche. La sua azienda duplicava cd-rom e li forniva a grosse società come Ibm, Acer, Mediaset e Citroën.

Poi, con il tramontare dei cd-rom dovuto al boom degli smartphone, tramonta anche l’attività di Carlo Tedeschi, che per ben otto anni si trova senza lavoro. Senza più reddito e con la casa pignorata, l’ex imprenditore decide di ascoltare il consiglio di un amico.

“Hai sentito parlare di queste nuove startup?”. Carlo Tedeschi ne aveva sentito parlare, ma non aveva mai pensato di lavorarci.

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“Cominciai lavorando come fattorino per Uber”: era il 2016. “Oggi lavoro per Glovo”, racconta al quotidiano La Verità.

Se all’inizio lavorare per una stratup moderna sembra divertente e “stimolante”, ben presto si rivela per quello che è: un’esperienza inumana, spietata e sfibrante. Carlo Tedeschi si trova a pedalare ai quattro angoli della città fra le quattro e le cinque ore al giorno con una media fra i 30 e i 40 chilometri.

“Dopo due giorni, mi ritrovai a letto immobile con le gambe distrutte. Avevo pedalato come un disperato. Pensai che non ce l’ avrei mai fatta a reggere quei ritmi, mi sembrava di fare la Milano-Sanremo senza allenamento”.

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“Da qualche settimana, poi, sta diventando sempre più difficile prenotarsi. Il numero dei rider aumenta in maniera esponenziale, ma in primavera c’ è meno richiesta e ci si ritrova a sgomitare per accaparrarsi le fasce orarie migliori. Roba da caporalato”, continua l’ex imprenditore, e precisa:

“Il sistema di prenotazione funziona in base al punteggio. Se hai tanti punti, quando apri il calendario della settimana hai la prelazione sulle fasce orarie. Altrimenti, ti toccano gli avanzi”.

Un sistema che più che sul merito, secondo Tedeschi, è basato sul ricatto, dal momento che “le aziende sanno che la gente si scanna per lavorare e se ne frega di trovare un sistema più umano”.

Ad esempio, spiega Carlo Tedeschi, si guadagna fino al 20 per cento di più quando si esce col brutto tempo. “Una volta lo facevo, ora ho smesso perché una volta sono uscito con la neve cercando di guadagnare più soldi e sono scivolato. A momenti finivo sotto un tram”.

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Il racconto prosegue, costellato di dettagli desolanti tanto sull’indifferenza delle aziende nei confronti del dipendente quanto del disprezzo dei clienti.

Secondo Carlo Tedeschi, i riders delle startup sono i nuovi schiavi. “Più di tutto, mi accorgo che, oltre a essere sfruttati dall’azienda, siamo visti come servi anche dai clienti. Per non parlare dei ristoratori che non ci fanno entrare perché “Non voglio mica che la gente vi veda!”.

Oggi, l’ex imprenditore confessa di vergognarsi quando qualcuno gli chiede che lavoro fa, perché è consapevole dell’immagine che l’opinione pubblica ne ha.

Facendo il fattorino per le startup, Carlo Tedeschi non guadagna più di 500 euro al mese. “Certo se pedali 13 ore al giorno il discorso cambia, puoi guadagnare fino a 2.500 euro”, ma chi ce la fa? Difficilmente un uomo di 64 anni.

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Deluso dalle promesse non mantenute del Movimento 5 Stelle, che in campagna elettorale aveva promesso di regolarizzare la situazione dei riders e non ha emanato che “qualche misura tampone”, reduce da un lungo periodo di depressione, l’ex imprenditore avverte:

“L’errore che fanno in tanti è accettare l’adagio che le startup danno lavoro a migliaia di persone. La realtà è che queste aziende hanno capito che i poveracci sono galline dalle uova d’oro. Non è possibile che, in un paese come l’Italia, si tolleri questo livello di schiavismo”.

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