“Ho il Coronavirus da 83 giorni, ma secondo il test sierologico sono negativa”: la storia di Elena

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 4 Mag. 2020 alle 22:12 Aggiornato il 5 Mag. 2020 alle 08:19
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Immagine di copertina

La storia di Elena, positiva al Coronavirus ma negativa al test sierologico

Elena Nanni è una onicotecnica professionista di San Marino, e ha iniziato ad avvertire i sintomi di una polmonite a inizio febbraio, quando la pandemia di Coronavirus non era ancora esplosa in Italia. Dopo due mesi è risultata positiva al Covid, e secondo i medici porta con sé la malattia da oltre 70 giorni, da quando cioè si è ammalata per la prima volta. Un periodo in cui ha convissuto con il marito e con il figlio, in cui è tornata sul luogo di lavoro prima che fosse imposta la quarantena e in cui ha fatto anche un test sierologico, a cui però è risultata negativa. Un’altra anomalia nella sua storia. “Se si fossero basati solo sul test non avrebbero mai scoperto che ho il Coronavirus”, racconta Elena, 34 anni, a TPI, preoccupata per l’affidabilità di un sistema diagnostico che, anche nella Repubblica di San Marino, sta adoperando sempre di più i test del sangue prima di passare ai tamponi.

Elena ha iniziato a mostrare sintomi influenzali intorno all’11 febbraio, una settimana dopo essersi recata a una convention di tatuaggi a Milano. “Prima ho avvertito dolori muscolari, poi è iniziata una lieve tosse secca” racconta in un video diffuso su una pagina Facebook di San Marino il 28 aprile. Nel giro di mezza giornata è peggiorata. “Pensavo fosse polmonite, e ho preso la stessa terapia che mi avevano prescritto per l’influenza che ho avuto a dicembre. Poi il 15 febbraio ha iniziato a mancarmi l’olfatto, mi è tornato solo tre giorni fa”, spiega. “Fondamentalmente le ho avute tutte, compresa la febbre alta per almeno una settimana”. Fino al 18 febbraio, quando si è decisa ad andare dalla dottoressa. “Avevo il respiro che scricchiolava. Mi ha fatto fare una lastra d’urgenza, avevo la polmonite, mi ha detto che non ero contagiosa. Dopo il 18 sono tornata a lavoro perché non avevo febbre e l’idea del virus non c’era ancora in Italia. Per fortuna per il mio mestiere (l’onicotecnica, ndr) sono obbligata a portare guanti e mascherine e infatti i miei colleghi non si sono ammalati”.

“Dopo sono stata bene, ma la lastra di controllo del 6 marzo me l’hanno annullata perché intanto è scoppiato il caos, e nel frattempo la mia dottoressa mi ha dato un antibiotico. Dopo 14 giorni ha cominciato a stare male mio marito con dolori muscolari e febbre. I medici non volevano venirlo a visitare per paura del virus, ma quando è peggiorato gli hanno fatto una lastra d’urgenza: aveva la polmonite. Sono venuti a casa per il tampone il 4 aprile, e in quella occasione ho chiesto che fosse fatto anche a me: il 9 mi hanno comunicato che sono positiva. Il 27 aprile ho ricevuto il risultato del secondo tampone, sono ancora positiva”, racconta.

Andando a ritroso nell’indagine immunologica, è venuto fuori che quella polmonite di febbraio era Covid. “Per la dottoressa che mi segue è strano che sia solo una coincidenza, perché i sintomi non erano di una polmonite batterica. Inoltre l’antibiotico non ha avuto effetti sulla tosse. E per lei sono positiva da quando ho perso l’olfatto, il 15 febbraio”, ovvero da 79 giorni, che diventano 83, precisa Elena a TPI, se si considera che ha iniziato a sentirsi male l’11 febbraio. Il che sarebbe in linea con l’indagine epidemiologica condotta da una task force della Regione Lombardia, secondo cui il virus circolava a Milano già a fine gennaio, quando almeno 543 cittadini lombardi avevano mostrato i sintomi di quella che allora veniva scambiata per polmonite batteriologica o influenza.

Ma nonostante sia positiva al Coronavirus, al test sierologico che ha effettuato insieme al secondo tampone, Elena è risultata negativa, una vera anomalia considerando che in 79 giorni avrebbe dovuto sviluppare entrambi gli anticorpi (Igg e Igm) che l’esame ricerca nel sangue. Che la fa interrogare sull’attendibilità dei test condotti anche su amici e familiari proprio perché venuti in contatto con lei. “È altamente improbabile che tra tutte le persone negative al test del sangue non ce ne sia nemmeno una positiva”, si chiede, e aggiunge: “Io sono stata fortunata perché ho insistito per il tampone quando sono venuti a farlo a mio marito. Ma molte persone negative al sierologico il tampone non lo effettueranno mai”, dice. Nel frattempo, spera che l’esito dell’ultimo esame che dovrà effettuare il prossimo 11 maggio sia negativo, perché i giorni di convivenza con il virus a quel punto saranno diventati 90.

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