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Coronavirus: ecco perché le maratone potrebbero non aver fatto bene a Mattia, il paziente 1 di Codogno

Il 38enne affetto da Covid-19 è ancora in gravi condizioni: gli intensi sforzi fisici potrebbero aver provocato un abbassamento delle difese immunitarie

Di Niccolò Di Francesco
Pubblicato il 3 Mar. 2020 alle 08:17 Aggiornato il 3 Mar. 2020 alle 09:12
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Coronavirus, ecco perché il paziente 1 di Codogno, Mattia, è così grave

Perché Mattia, il paziente 1 di Codogno affetto dal Coronavirus, è grave nonostante sia giovane e sportivo? È la domanda che in molti si sono posti dall’inizio dell’epidemia di Covid-19 in Italia. In questi giorni, infatti, si è sempre detto che il virus è pericoloso per i pazienti più anziani o affetti da patologie pregresse e che nell’80 per cento dei casi la malattia si risolve facilmente. Eppure, Mattia, 38 anni, una passione per la corsa e il calcio, da più di una settimana è ricoverato in ospedale, intubato e incosciente, dove lotta tra la vita e la morte.

Il motivo della sue precarie condizioni fisiche potrebbe paradossalmente nascondersi proprio dietro la sua intensa attività sportiva. Secondo quanto ricostruito, infatti, Mattia ha corso due mezze maratone in poco più di una settimana, il 2 e il 9 febbraio. La settimana successiva, invece, il paziente 1 di Codogno ha giocato una partita di calcio a 11 quando già iniziava ad accusare i primi sintomi influenzali, che poi si sono scoperti essere causati dal Coronavirus (Qui le ultime notizie sulla diffusione di Covid-19 in Italia).

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In poche parole, l’organismo di Mattia potrebbe aver subito una sorta di stress a causa dell’elevata attività fisica in così pochi giorni. A scanso di equivoci, lo sport fa assolutamente bene alla salute, ma, secondo quanto dichiarato a La Repubblica da Attilio Parisi, rettore dell’università dello sport di Roma Foro Italico, “Un allenamento molto intenso può causare nell’immediato un abbassamento delle difese immunitarie”. “Parliamo di sforzi importanti, di quelli in cui alla fine sei esaurito – sottolinea Parisi – Non della pratica sportiva normale”. Un eccessivo sforzo fisico, quindi, provoca quello che gli inglesi chiamano la sindrome dell'”open window”, ovvero la “finestra aperta”.

Diversi studi effettuati su atleti professionisti, infatti, hanno documentato come, al termine di ore di allenamento o di una gara, l’organismo vada in stress, provocando l’abbassamento temporaneo delle difese immunitarie e sottoponendo l’atleta a un rischio più alto di infezioni alle vie aeree. Al fenomeno della “finestra aperta” c’è da aggiungere il fatto che gli atleti condividano gli stessi spazi, sia in gara che soprattutto negli spogliatoi. Questo favorisce il contagio dei virus, specialmente nei periodi più freddi.

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