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Zika, febbre gialla, dengue: “L’ivermectina è straordinario e ha buone chance anche contro il Coronavirus”: parla Zeno Bisoffi, specialista in malattie tropicali

È già adoperato nella cura di altre malattie e nel 2015 è valso il premio Nobel per la Medicina ai ricercatori che l'hanno scoperto, ma in Italia non è ancora stato registrato dall'Aifa. Ora un team di scienziati australiani l'ha testato in laboratorio contro il Coronavirus. Zeno Bisoffi, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell'Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar e studioso dell'ivermectina, si dice possibilista. L'intervista a TPI

Di Marta Vigneri
Pubblicato il 5 Apr. 2020 alle 19:46 Aggiornato il 6 Apr. 2020 alle 00:48
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Immagine di copertina
Zeno Bisoffi, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali dell'Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar

Coronavirus: test sull’ivermectina, parla lo specialista

Nella lotta alla pandemia di Coronavirus si fa strada in queste ore la sperimentazione di un nuovo farmaco, l’ivermectina, già conosciuto per essere il più efficace contro la scabbia e perché la sua scoperta è valsa agli scienziati che lo hanno testato per primi il premio Nobel per la Medicina nel 2015. Si tratta di un farmaco in grado appunto di curare patologie come la scabbia e i pidocchi, e anche gravi parassitosi tropicali, le cui proprietà antivirali sono sempre più al vaglio della comunità scientifica internazionale. Il 3 aprile scorso un team di ricercatori dell’Università Monash di Clayton, in Australia, ha dimostrato in uno studio che è capace di annientare il Sars-CoV-2 in 48 ore in vitro. Ma per provarne l’efficacia nella cura al Coronavirus bisognerà effettuare ulteriori studi in laboratorio e sull’uomo.

Zeno Bisoffi, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali dell’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona), che dal 2018 è Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) per la Malattie Infettive e Tropicali, conosce molto bene l’ivermectina, e nel 2015 è stato il primo a denunciare in Italia il paradosso per cui, pur essendo l’unico farmaco efficace per la strongiloidosi, una parassitosi tuttora presente anche in Italia soprattutto nella popolazione anziana, non è mai stato registrato nel nostro Paese. Sulla possibilità di utilizzarla nella lotta al nuovo Coronavirus, Bisoffi si dice possibilista.

“È un farmaco che conosco bene e come ha visto già in anni scorsi me ne sono occupato perché lo utilizziamo”, dichiara a TPI. “Abbiamo pubblicato recentemente un trial per stabilire il dosaggio più appropriato nella cura della strongiloidosi, una parassitosi molto diffusa nel mondo e che può diventare grave e anche mortale. Purtroppo non è ancora stato registrato in Italia nemmeno contro la scabbia, per la quale è ormai adoperato a livello mondiale. Abbiamo fatto convegni e altre iniziative per cercare di ottenere che venga registrato in Italia, ma fino ad ora non c’è mai stata possibilità di farlo per svariati motivi, purtroppo la burocrazia è ancora molto attiva”.

Qual è la novità emersa dallo studio dei ricercatori australiani?

Non è nuovo che abbia un’azione antivirale perché in vitro si è già dimostrato efficace contro diversi virus, compreso il virus della dengue, anche se bisogna dire che nell’unico trial clinico fatto sulla dengue in vivo nell’uomo non ha dimostrato efficacia, forse per una questione di dosaggio. Per quanto riguarda il Coronavirus, sembra promettente e potrebbe entrare nei trial clinici perché è stato già approvato per altre indicazioni per esempio dall’Agenzia Americana del Farmaco (Fda), è molto ben tollerato, è sicuro. Penso che naturalmente bisognerà provare in altri laboratori quello che hanno trovato i ricercatori australiani, su cui non c’è motivo di dubitare. Se l’efficacia fosse confermata in vitro, essendo già registrato per altre indicazioni dall’Ema o dall’Fda potrebbe entrare ragionevolmente nei trial sull’uomo.

Qualora i test clinici dessero risultati positivi, quando potrebbe essere pronto un vero e proprio farmaco contro il virus?

Non è facile dirlo, ma i pazienti sono tanti: se si decidesse di partire con un trial clinico di fase tre – ovvero sperimentazioni su pazienti ricoverati – non sarebbe difficile reclutarne tanti per avere delle risposte velocemente. Ma ci sono già diversi trial in corso, forse in questo momento il problema è l’eccesso di farmaci che vengono testati in modo un pochino disordinato. È comprensibile, anche noi usiamo anti-retrovirali e tutto quello che si sta provando in queste settimane perché tutti cercano di dare una chance in più ai loro pazienti. Tuttavia prove di efficacia sull’uomo di questi trattamenti non ce ne sono ancora, anche se secondo me si arriverà abbastanza presto a capire se funzionano, perché il numero di pazienti ahimè è molto alto.

Eppure il fatto che nessun farmaco antivirale fino ad oggi si sia rivelato direttamente efficace nella cura del Coronavirus non fa ben sperare nemmeno nell’ivermectina

Su una delle principali associazioni di anti retrovirali che è il Lopinavir/Ritonavir è già stato pubblicato un trial cinese che non è riuscito a dimostrarne l’efficacia, ma è anche vero che veniva utilizzato piuttosto avanti nel corso della malattia, e probabilmente tutti i farmaci antivirali dovrebbero esser utilizzati il più precocemente possibile quando ancora la carica virale è molto bassa o addirittura in profilassi, per esempio la clorochina potrebbe essere utilizzata nella profilassi degli operatori sanitari.

E per quanto riguarda l’ivermectina?

Bisognerà vedere se si potrà far partire un trial per esempio aggiungendo questo farmaco in modo randomizzato alla cosiddetta standard of care nei vari centri, aggiungerlo cioè a quello che già diamo normalmente ai pazienti. Bisognerà studiarne il dosaggio più appropriato e tutte le possibili interazioni con i vari farmaci, però è molto sicuro. Nel trial che abbiamo concluso l’anno scorso su Lancet Infectious Diseases (prima autrice Dora Buonfrate) non abbiamo mai avuto effetti collaterali che non andassero oltre il grado due, che vuol dire moderato. E poi comunque questo è un farmaco molto ben tollerato tanto è vero che si è usato per anni in campagne di trattamento di massa della popolazione per la cura dell’oncocercosi, la “cecità fluviale”, malattia che è stata eliminata da diversi Paesi proprio grazie all’ivermectina. Lo spettro di azione si è andato ampliando negli anni tanto è vero che nel titolo di un articolo scientifico veniva definito “the Wonder drug” e c’è da ricordare che nel 2015 valse il premio Nobel a due ricercatori.

L’ivermectina dunque ha il vantaggio di essere un farmaco già adoperato e conosciuto dalla comunità scientifica per la cura di altre infezioni, ma ha delle proprietà che fanno pensare a un’efficacia maggiore rispetto agli altri nella lotta al Coronavirus?

Non mi sbilancerei, ma per quanto mi riguarda mi ha sempre affascinato, anche per il modo in cui è nato nella ricerca, il giapponese Satoshi Ōmura testava campioni di terreno in un famoso campo da golf, alla ricerca di batteri dai quali potessero derivare eventuali sostanze attive, e il suo collega William Cecil Campbell ha isolato il precursore della ivermectina, mostrandone appunto l’azione antiparassitaria. Col tempo si sono viste altre azioni del farmaco, più estese, non solo verso parassiti intestinali ma anche esterni, come l’acaro della scabbia, e ora è inconfutato che è indiscutibilmente il rimedio alla scabbia, semplicemente con una dose di farmaco (meglio se ripetuta dopo due settimane) cura la gran parte dei casi, che altrimenti sono veramente duri a essere eliminati.  Dopodiché si è visto che ha un’efficacia intrinseca contro altri tipi di artropodi quindi anche verso insetti, come la zanzara Anopheles che trasmette la malaria. È potenzialmente straordinario, ma da qui a dire che sarà la panacea contro il Coronavirus ce ne passa.

Il fatto che l’Aifa non abbia ancora registrato l’ivermectina potrebbe essere un ostacolo alla sua sperimentazione nei trial clinici?

No. Il problema è stato solo formale, non ha a che fare con la sicurezza del farmaco, tanto è vero che è già registrato in altri Paesi europei, e non ci sarebbero grandi impedimenti a farlo registrare anche in Italia. Non c’è contrarietà, e non significa che non possa essere approvato per un trial se si ritiene opportuno, anzi, io credo che sia abbastanza verosimile, anche se prima bisognerà riprodurre i risultati dei laboratori australiani anche in altri laboratori.

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