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Caserma Piacenza, storia del carabiniere che si è rifiutato di commettere illeciti

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 23 Lug. 2020 alle 19:15 Aggiornato il 24 Lug. 2020 alle 09:42
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Immagine di copertina
Credit: Ansa foto

Nella caserma dei carabinieri di Piacenza, al centro di una vasta indagine per spaccio, estorsione e tortura, non tutti si sono piegati alle logiche del branco. A distinguersi in senso positivo è stato un collega degli arrestati che si è sempre rifiutato di avere una condotta simile alla loro e di partecipare a tutte le azioni illecite commesse. Secondo quanto riferisce il Corriere della Sera, il giovane militare, che da poco era diventato maresciallo, ha raccontato al padre  -in un’intercettazione telefonica riassunta nell’ordinanza del gip – di provare “forte disagio nel constatare le continue violazioni e gli abusi commessi all’interno della Caserma di via Caccialupo”. La conversazione telefonica risale al 4 maggio e il giovane maresciallo descrive al padre cosa avviene in caserma, un “ambiente in cui vengono costantemente calpestati i doveri delle Forze dell’Ordine, dove tutto è tollerato a condizione che vengano garantiti i risultati in termini di arresti”.

È l’ultimo arrivato alla caserma Levante, i colleghi capeggiati da Beppe Montella lo tengono ai margini. Il giovane spesso si lamenta dell’operato dei colleghi. Secondo il magistrato, il ragazzo manifesta “una scarsa propensione a seguire i colleghi dovuta al suo forte disagio nel constatare le continue violazioni e gli abusi commessi all’interno della caserma di via Caccialupi”. Il maresciallo R. B. si lamenta dello scarso rispetto delle regole all’interno della caserma. Dei colleghi che, quando sono assegnati a compiti specifici si rifiutano di uscire (come il presidio del carabiniere di quartiere) o falsamente attestano servizi mai svolti. Dalle carte però non emerge né che il maresciallo fosse a conoscenza di tutti gli illeciti commessi, né tantomeno di sue volontà di denunciare.

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