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Campania, medico sindacalista a TPI: “Abbiamo avuto tempo e soldi, questa nuova emergenza poteva essere evitata”

"Il tracciamento in Campania è fallito, ora l'emergenza riguarda anche i posti in lungodegenza e sono a rischio le cure ordinarie": parla Pierino Di Silverio, vice segretario regionale Anaao Campania

Di Anna Ditta
Pubblicato il 21 Ott. 2020 alle 19:37 Aggiornato il 21 Ott. 2020 alle 19:39
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Immagine di copertina
Personale medico sanitario fuori all'ospedale Cotugno di Napoli. Credit: Pasquale Gargano/Pacific Press

La mancanza di personale sanitario, il blocco delle cure ordinarie, la commistione di personale medico tra reparti Covid e non Covid, il fallimento della tracciatura di contatti, i ritardi nei tamponi. Sono alcuni dei problemi che la sanità della Campania si sta trovando ad affrontare negli ultimi giorni d’emergenza, dopo la risalita dei contagi del nuovo Coronavirus. A raccontare la situazione degli ospedali a TPI è Pierino Di Silverio, dirigente medico presso l’Azienda ospedaliera dei Colli e vice segretario regionale Anaao Campania.

Qual è la situazione a livello ospedaliero?
I posti di lungodegenza sono saturi al 90-95 per cento, le terapie intensive lo sono al 65 per cento, per questo motivo la Regione ha deciso il 16 ottobre di interrompere tutte le attività ordinarie non urgenti e non oncologiche, per riconvertire diversi posti di degenza ordinaria in posti Covid. Parliamo di 1.651 posti in più in totale, di cui 991 per la lungodegenza. Ora quindi il problema non è tanto quello di reperire posti, quanto quello della mancanza di personale, che era già insufficiente prima del Covid, lo è stato anche durante le fasi dell’emergenza la scorsa primavera. Con un incremento così netto di posti, per quanto riconvertiti, continua ad esserci. Dopodiché il problema è garantire le cure ordinarie. Il rischio maggiore, secondo me, è che vengano tralasciati i pazienti non Covid, una situazione francamente inaccettabile.
La carenza di personale grava sui medici e gli infermieri operativi in corsia.
Che sono già gravati da 7 mesi di turni massacranti, si sono ammalati, hanno vissuto lontano dalle proprie famiglie perché non potevano tornare a casa.

Oggi è uscita la notizia di un nuovo focolaio all’ospedale di Ariano Irpino, prima zona rossa in Campania a marzo, dove si sono contagiati diversi membri del personale medico-sanitario.
C’è una commistione pericolosissima del personale medico-infermieristico dei posti Covid e non Covid, perché qui tutti gli ospedali hanno ormai una Covid-unit, dove c’è lo stesso personale che c’è nei reparti normali. Inoltre non funzionano i percorsi, soprattutto quelli di secondo livello. Se ricovero un paziente Covid che deve fare una tac, questa tac poi viene utilizzata anche da un paziente non Covid, perché mancano i macchinari, le infrastrutture. È una situazione veramente critica, per colpa dell’assenza di programmazione.
Com’è possibile che oggi, a otto mesi dall’inizio dell’emergenza, manchi personale medico?
Perché vengono proposti contratti beceri, senza tutele e senza diritti, con i quali terminata la pandemia ti danno il benservito e ti rimandano dov’eri. Chi va a queste condizioni? La prima volta magari si va per senso di responsabilità, ma la seconda – dopo sette mesi – non si può pensare di continuare a giocare in questo modo. La guerra non si fa solo con noi medici, che all’occorrenza siamo eroi e quando non ci siamo più siamo martiri. Non abbiamo ricevuto il minimo riconoscimento, non parlo a livello economico, ma a livello di contratti e di diritti.

Perché ci sono questi numeri in Campania? Cosa non ha funzionato?
Il tracciamento dei contatti. Il 30 aprile il ministero ha stanziato 250milioni di euro per le Regioni per assumere i tracer, i tracciatori. L’indicazione era di averne almeno uno ogni 10mila abitanti, un numero troppo basso. La Campania si colloca al terzultimo posto in Italia in termini di tracer assunti: sono 642. Vuol dire 1,1 ogni 10mila abitanti. È normale che così il contact tracing fallisca, l’infezione non è più sotto controllo. Basti pensare che i positivi individuati attraverso l’attività di screening, quindi non testati perché sintomatici, ma per l’attività di mappatura regionale, in Campania sono solo il 20 per cento scarso, a fronte di una media nazionale del 50-60 per cento.

Il sindaco di Napoli De Magistris accusa il governatore De Luca e dice che la Campania andrà in lockdown.
Non si può sempre giocare a scaricabarile, le responsabilità come sempre sono condivise e il sindaco è la massima autorità sanitaria di Napoli. Ci si concentra troppo sulla ricerca dei capri espiatori e non sulla ricerca di soluzioni. Il problema è che non c’è stata una programmazione adeguata. Siamo sicuramente più preparati rispetto a marzo, ma stiamo continuando a vivere alla giornata. Abbiamo parlato per 4 mesi della seconda ondata e oggi ci ritroviamo a riconvertire posti letti ordinari. Dopo che abbiamo avuto tempo e soldi per organizzarci, ci troviamo a fronteggiare un’emergenza che poteva essere evitata.
La nuova ondata era prevedibile?
Solo in parte. L’aumento dei contagi è avvenuto in maniera inaspettata. Tutti ci aspettavamo con le terapie intensive piene, invece l’emergenza riguarda anche i reparti di lungodegenza. Questo comporta un impegno sanitario del tutto differente: non servono più solo anestesisti, ma anche pneumologi, infettivologi, medici interni.

Perché è successo questo?
La seconda ondata non ha comportato una velocità di ricovero in terapia intensiva simile alla prima ondata. Le terapie intensive stanno arrivando alla saturazione, ma le risposte che si stanno trovando hanno il tempo di essere attuate. Invece oggi i posti di lungodegenza si riempiono molto più velocemente rispetto alle terapie intensive. Ma così il problema diventa doppio.
C’è qualcosa che poteva essere fatto e non è stato fatto?
Sì. Noi avevamo proposto, ad esempio, di individuare i cosidetti presìdi intermedi. Ovvero quei presidi dismessi o ridotti, e destinare quelli al ricovero di pazienti che non necessitavano di terapia intensiva, in modo da lasciare gli ospedali liberi di continuare la loro attività sanitaria normale.

Qual è la situazione per i servizi sanitari ordinari?
Almeno 30mila prestazioni sanitarie, durante il lockdown, sono saltate a causa delle riconversioni. Per recuperarle – senza la seconda ondata – ci avremmo messo almeno un anno e mezzo. Dal 16 ottobre queste attività sono di nuovo bloccate, è inaccettabile.
Sul fronte dei tamponi, invece?
Stanno aumentando, e questo è senza dubbio un dato positivo. Ma abbiamo delle difficoltà e ritardi dovuti al fatto che stanno iniziando a mancare i reagenti. Qui la responsabilità è del governo centrale, che dovrebbe fornirli alle Regioni. Alcuni giorni fa la Regione Campania ha coinvolto anche i laboratori privati nel percorso di screening.
Cosa si potrebbe fare oggi per migliorare la situazione?
Bisogna combattere il virus a partire dal territorio, investendo sulla medicina territoriale e integrando ospedali e territorio. Occorre attivare i presìdi intermedi, ripristinare le cure ordinarie e assumere personale con concorsi veloci e contratti veri.

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