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Il grande flop di Immuni: ecco dove si inceppa il tracciamento e i contagiati circolano indisturbati

Con diecimila casi al giorno il tracciamento dei positivi è saltato: Immuni è stata scaricata da 9 milioni di persone ma ha registrato appena 900 positivi. Ecco tutte le falle dell'arma tecnologica che avrebbe dovuto fermare i contagi

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 20 Ott. 2020 alle 11:44 Aggiornato il 20 Ott. 2020 alle 11:50
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Immagine di copertina

“Quando stavo leggendo il mio codice chiave della App Immuni alla Asl per telefono, mi hanno risposto: ‘E che ce ne facciamo? Non sappiamo nemmeno dove inserirlo“. Quello di Stefano (nome di fantasia per ragioni di privacy) a Milano non è un caso isolato. Sono moltissime infatti le persone che risultano positive al Covid che si perdono però nei meandri di Immuni. In pratica, doveva essere l’arma tecnologica per tenere sotto controllo l’epidemia, ma più giorni passano e più le cifre su diffusione e funzionamento confermano il suo fallimento. Online e offline non comunicano, i contatti dei positivi non vengono avvertiti, ma soprattutto le Asl non sono pronte a recepire i dati della App. 

“Immuni? Una rottura di scatole”

Sono le stesse Ats ad ammettere l’incompetenza. Vittorio De Micheli, il direttore dell’Ats di Milano ha detto al Fatto Quotidiano: “Immuni? Più che altro è una rottura di scatole. Gli ultimi operatori arruolati non sono stati formati per nulla e quindi abbiamo dei sanitari che, quando devono sbloccare Immuni, aspettano il collega che lo sa fare”.

Con il nuovo Dpcm, in teoria, dovrebbe migliorare la questione codici perché il decreto specifica che “al fine di rendere più efficace il contact tracing attraverso l’utilizzo dell’App, è fatto obbligo all’operatore sanitario del Dipartimento di prevenzione della azienda sanitaria locale, accedendo al sistema centrale di Immuni, di caricare il codice chiave in presenza di un caso di positività”.

Ma in alcune Regioni la app Immuni sembra essere stata addirittura boicottata. Il caso più clamoroso, come emerso nei giorni scorsi, è quello del Veneto dove gli operatori finora non hanno mai utilizzato la app per segnalare i contagiati e avvertire chi sia entrato in contatto con loro. La Regione guidata da Luca Zaia si è giustificata sostenendo che poiché “l’eventuale contatto registrato non si configura in senso assoluto come contatto stretto” sarebbe necessario un “protocollo applicativo per uniformare le procedure di tutte le Regioni”.

Tutti i dati

A sottolineare le mancanze di Immuni ci sono i dati: al 20 ottobre, secondo i numeri forniti dalla pagina ufficiale, sono 9.033.1598 milioni i download dell’app. Se ogni download corrispondesse a una persona fisica, solo il 30 per cento di chi poteva scaricarla l’avrebbe fatto. Ma attenzione, il numero di download non corrisponde necessariamente al numero di persone che l’hanno scaricata. È infatti possibile che un cittadino scarichi l’app, la rimuova e poi la scarichi nuovamente. Oppure che l’app sia scaricata su più dispositivi in uso alla stessa persona.

E soprattutto, non sappiamo quante persone una volta scaricata l’app l’abbiano mantenuta o l’abbiano correttamente installata: il governo sostiene di non aver accesso a quel dato. Il che ovviamente è un grosso problema: se l’app è scaricata e non installata, è come non averla affatto. Il lato positivo, almeno, è che il numero dei download è in crescita: a inizio settembre erano poco più di 5 milioni di download, oggi sono oltre 9. Ma purtroppo senza sapere quanti di quei 9 milioni siano effettivamente attivi, il dato dice poco o nulla di quanto stia effettivamente funzionando Immuni.

È meglio dunque leggere altri numeri: quante sono le persone risultate positive che hanno inserito i loro dati nell’app? Quante hanno ricevuto un alert per il contatto con un positivo? Quante hanno scoperto di aver contratto il Coronavirus grazie a Immuni? Secondo quanto risulta sul sito di Immuni, al 20 ottobre sono 899 gli utenti che hanno scoperto di essere positivi e hanno caricato le loro chiavi di backend per avvertire i contatti a rischio. Perché, occorre ricordarlo, Immuni non comunica direttamente questa informazione ai suoi utenti: deve essere la persona risultata positiva ad attivare la procedura.

Solo 13 positivi sono stati scoperti grazie a Immuni

Le notifiche inviate dall’app per i contatti a rischio sono state 17.466. E – secondo quanto riporta Agendadigitale.eu – le persone che hanno scoperto di essere positive direttamente grazie al contact tracking di Immuni sono solo 13, erano 8 un mese fa: per fare il confronto, sarebbe lo 0,22 per cento dei positivi registrati dall’ultimo bollettino della Protezione civile. Ma quel numero, 13 positivi, si riferisce all’intero periodo di funzionamento dell’app, quindi dal 15 giugno in tutta Italia. Da quel giorno sono state 134.003 le persone contagiate dal Coronavirus: di queste solo lo 0,01 per cento sono state trovate grazie a Immuni.

Dove si inceppa il meccanismo del tracciamento

Che ci sia qualcosa che non va lo dice anche lo stesso Ministero dell’innovazione: dagli smartphone dei positivi che hanno poi sbloccato l’applicazione sono partite appena 23 notifiche di allerta. Una miseria, se si pensa che Immuni dovrebbe memorizzare in forma assolutamente anonima tutti i contatti stretti degli ultimi 14 giorni. Più specificatamente tramite il bluetooth, che deve essere sempre acceso per consentirle di funzionare, la app memorizza i contatti di tutti coloro che nelle due settimane precedenti la notifica del contagio sono stati a meno di due metri di distanza e per più di 15 minuti con chi è risultato poi essere positivo. Tanto per capire, quando i cacciatori di virus delle Asl, gli uomini addetti al così detto “contact tracing”, vanno a ricostruire i contatti stretti avuti da ciascun positivo accertato, nella loro agenda segnano tra i 20 e i 30 nomi. Con il tracciamento digitale invece di persone a rischio se ne è rintracciata in media una ogni due contagiati muniti di app.

Emblematiche sono le storie come quella di Francesca, la donna di Chieti che era stata presentata giorni fa come il primo caso di positività scoperto grazie alla app, ma che  racconta la sua esperienza in modo completamente diverso: “Ho scaricato Immuni da subito sia per proteggere i miei cari che per senso civico, ma ho scoperto di essere positiva dopo il ricovero di mio padre per Covid, non dalla app”. Il venerdì le fanno il tampone e la domenica le comunicano il risultato. “A quel punto – racconta – un addetto della Asl mi ha chiesto se avevo installato Immuni e se volevo attivare il sistema di notifiche alle persone con le quali ero stata in contatto negli ultimi giorni. Ho acconsentito e dopo qualche giorno ho saputo che era arrivato un alert a una persona di Pescara, che a me è restata totalmente anonima così come deve essere. Ho controllato giorno e orario ma io in quel momento ero a Chieti a fare proprio il tampone”. Insomma, la App segnalava dei luoghi dove Francesca non era mai stata, ma non informava su quelli effettivamente visitati. E così, come lei, circolano “indisturbate” – o comunque non visibili per Immuni – altre centinaia e centinaia di persone.

Il vuoto dietro Immuni

Il direttore del laboratorio della Northeastern University di Boston Alessandro Vespignani oggi su Repubblica ha spiegato che “dietro Immuni c’è il vuoto, la app contro il virus è una cosa bellissima ma funziona solo se gli crei un mondo intorno. Quello che manca a Immuni è il cosiddetto supporto post vendita. Ovvero, ho la app e poi che succede? Ho qualcuno con cui parlare? Posso contattare un medico più velocemente? Posso fare subito un test? Senza queste cose la app fa addirittura paura. Ti arriva una notifica di un contatto a rischio e sei solo”. Insomma, il tracciamento è inceppato: quell’arma tecnologica che doveva arginare i contagi è decisamente spuntata.

Leggi anche: Tutti i numeri su Immuni tra le omissioni delle Asl e la paura dei contagiati

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