Alessia muore sola a 30 anni per la leucemia: “Abbandonata dai genitori perché transgender”

Di Lara Tomasetta
Pubblicato il 19 Apr. 2020 alle 13:01
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A 30 anni muore sola di leucemia: “Abbandonata perché transgender”

“É morta sola, dopo due anni di malattia, completamente abbandonata dai suoi cari”.

Alessia aveva 30 anni, era una donna trasgender, e si è spenta dopo due anni di lotta contro la leucemia. La ragazza viveva a Perugia, era originaria di Pompei ed è morta sola, in ospedale, abbandonata dalla sua famiglia adottiva. Quando è deceduta, l’associazione “Spazio Bianco” di Perugia ha voluto dedicarle un manifesto funebre, dato che la famiglia di Alessia aveva affisso degli altri manifesti, in cui veniva indicata come “signor” e chiamata con il suo nome maschile (in gergo “deadname”).

Alessia aveva iniziato il percorso di transizione solo tre anni fa, si era rivolta a Daniela Lordes Falanga, presidente di Arcigay Antinoo di Napoli, per avere supporto in questo difficile ma importante percorso di cambiamento. Daniela Lordes racconta a noi di TPI del loro incontro e degli ultimi anni di Alessia.

“Ricordo che ci vedemmo a Pompei, lei voleva cominciare il suo percorso di transizione, così chiese di me e ci conoscemmo. Mi fece contattare da un’amica. Da quel momento nacque anche un’amicizia perché era molto estroversa. L’avevo incontrata anche precedentemente, durante la ‘juta dei femminielli’, quella che si svolge ogni 2 febbraio a Montevergine, in provincia di Avellino. Ci divertimmo. Alessia era un a sorta di ‘Pride in movimento’, era una persona costantemente ilare, gioiosa”.

Cos’è la juta dei femminielli?
È un momento conviviale in cui si intraprende un cammino a piedi in segno di devozione alla Madonna di Montevergine, custodita nell’omonimo santuario. Un simbolo per le persone Lgbtiq. Ma non è solo un momento religioso. Alla juta partecipa anche chi non è credente. È molto importante mantenere queste tradizioni, sia da un punto di vista religioso, ma anche per tenere insieme la comunità. Si incontrano persone in cui riconoscersi.

In quale momento Alessia ha deciso di iniziare il percorso di transizione?
Aveva 27 anni, solo tre anni fa. Ma era già una donna, aveva un aspetto molto femmineo ancor prima di cominciare l’iter di transizione, con i capelli lunghissimi e magrissima. Ha voluto iniziare un percorso che le avrebbe attribuito la sua identità e proseguire anche con degli interventi chirurgici.

Cosa sa della sua vita?
Alessia è stata adottata. So poco della famiglia originale, era stata adottata con il fratello da una famiglia estremamente cattolica, non so bene a che età, forse intorno ai 7-10 anni. Ma il rapporto con i genitori adottivi si è fatto molto conflittuale quando ha deciso di intraprendere il percorso di transizione. Non lo hanno accettato e l’hanno lasciata sola. Non è l’unico caso purtroppo.

Dove viveva?
A Pompei, ma il coming out per lei è stato un momento di dolore, perché ha spezzato i legami più solidi, quelli familiari, in maniera definitiva. Per questo, dopo un breve periodo in giro tra amici e nelle peripezie di una vita da reggere da sola, ha poi deciso di spostarsi a Perugia dove ha iniziato a lottare contro la leucemia, purtroppo arrivata per ben due volte a sconvolgerle la vita. A Perugia stava cercando un avvocato che l’aiutasse, peraltro all’anagrafe non era Alessia. È stata sempre molto carina con tutti, anche la malattia l’ha vissuta con il sorriso.

Cosa la rammarica maggiormente?
Il funerale è stato gestito in maniera oscena, è stato fatto realizzare un manifesto con il nome da uomo, è stato frustante per tutti, si faceva chiamare Alessia da tantissimi anni: è stato come l’annullamento della persona stessa, perché lei era conosciuta come Alessia. Nessuno ha potuto poi nemmeno salutarla, data la situazione (i divieti imposti dal Coronavirus, ndr). Per fortuna è stata accompagnata dagli operatori che lavoravano nell’ospedale in cui era ricoverata. È stata assistita con cura.

La famiglia non l’ha aiutata nemmeno quando si è ammalata?
Che io sappia, no. Assolutamente, lo si è ribadito anche nel manifesto realizzato da “Spazio Bianco”. È terribile e angosciante. Alessia era giovanissima. Si è figli sempre, c’è poco da fare. Quando l’ho conosciuta aveva perso il lavoro e avrebbe avuto bisogno del supporto dei genitori, durante la malattia ancora di più. Alessia era una ragazza di straordinaria vivacità. Amava rendere il mondo intorno a lei ricco e vivace. Elargiva generosamente sorrisi e divertiva tutti. Ha lavorato tanto nella sua vita e ha anche vissuto con grande orgoglio il suo percorso di transizione.

Alessia si è spenta così, tra le persone che la curavano e lontana dalla famiglia, nel coraggio di una persona che ha scelto la libertà, sé stessa, una donna Transgender.

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