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Alberto Genovese ai pm durante l’interrogatorio: “Se l’ho fatto è per droga”

L'imprenditore è stato sentito per quasi 5 ore dagli inquirenti e ha ribadito i suoi problemi di tossicodipendenza

Di Anna Ditta
Pubblicato il 18 Nov. 2020 alle 18:29
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Immagine di copertina

L’imprenditore Alberto Genovese, arrestato con l’accusa di aver violentato una ragazza di 18 anni a casa sua dopo un festino a base di sesso e droga, è stato interrogato oggi dagli inquirenti in Procura. Per quasi 5 ore Genovese ha risposto alle domande della pm Rosaria Stagnaro, e a quelle dell’aggiunto, Maria Letizia Mannella. Era presente anche il capo della Mobile, Marco Calì, che ha condottò le indagini e gli avvocati di Genovese.

Secondo quanto riporta l’agenzia Agi, il fondatore di Facile.it (società da cui è uscito nel 2014) ha premesso di “avere problemi con la droga da anni”, e di essere dipendente da diverse sostanze. All’inizio del colloquio, intorno alle 10, l’imprenditore aveva chiesto un rinvio dell’interrogatorio, ma è stata la pm Rosaria Stagnaro a prospettargli la possibilità di avvalersi della facoltà di non rispondere o, in alternativa, quella di replica e alle domande.

È quindi iniziato il colloquio, interrotto almeno una decina di volte, in cui Genovese avrebbe riferito: “Se ho fatto quello che mi si contesta, non ho fatto una bella cosa”, imputando sempre alla droga la sua mancanza di controllo. “Quando la assumo non capisco il disvalore delle mie azioni”, avrebbe aggiunto, sulla falsariga di quanto già detto davanti al gip Tommaso Perna, in sede di interrogatorio di garanzia.

Alberto Genovese è stato arrestato il 6 novembre con l’accusa di violenza sessuale, spaccio di stupefacenti, lesioni e sequestro di persona. A raccontare alla polizia le violenze e le sevizie subite per oltre 10 ore, era stata la vittima 18enne, dopo la denuncia del centro antiviolenza.

Secondo l’accusa, Genovese avrebbe sequestrando le immagini delle telecamere presenti nella camera dove sono, secondo l’accusa, avvenute le sevizie per oltre 10 ore, e anticipando la loro cancellazione, che lo stesso Genovese avrebbe ordinato ad un suo collaboratore di cancellare le immagini delle telecamere presenti nella camera dove sarebbero avvenute le sevizie per oltre 10 ore. Filmati che ora costituiscono la “prova regina” dell’indagine.

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