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Come si vive in Corea del Nord e dove va chi scappa dal paese

L'istruzione e il Partito sono due degli elementi principali della vita quotidiana nella nazione asiatica. Dalla quale in moltissimi cercano ogni anno di fuggire

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Credit: Reuters

Nell’estate 2017 la Corea del Nord, e i suoi test nucleari, sono stati al centro delle cronache, e delle preoccupazioni, di mezzo mondo. Ma come vivono davvero i 25 milioni di cittadini nordcoreani?

La questione della vita quotidiana degli abitanti del paese è spesso avvolta dal mistero, retaggio di un passato in cui il paese era conosciuto come Regno eremita, convinzione consolidata dalla difficoltà di viaggiare agevolmente nel paese per gli stranieri, e fuori dal paese per i suoi cittadini.

Le regole del dittatore Kim Jong-un sulla rappresentazione della vita del suo popolo sono strettissime: non è infatti permessa alcuna foto che possa danneggiare l’immagine del regime.

Tante sono le bufale sulla Corea del Nord. I recenti rapporti di Amnesty International e Human Rights Watch, definiscono il paese asiatico “uno dei regimi autoritari più repressivi al mondo”, il livello di rispetto dei diritti umani è uno dei più bassi in assoluto.

La nazione è inoltre al terzultimo posto nell’indice della corruzione mondiale di Transparency International e all’ultimo posto della classifica sulla libertà di stampa stilata ogni anno da Reporter sans frontieres.

La vita quotidiana in Corea del Nord

La nascita

I genitori sono tenuti a registrare la nascita di un bambino presso il municipio locale, la polizia e la polizia segreta. Ogni neonato ottiene uno status, a seconda di quello del padre: “speciale”, “nucleo”, “base”, “complesso” o “ostile”, come spiega un lungo articolo del Guardian sul tema, pubblicato nel 2015. Dallo status dipenderà il luogo in cui al bambino sarà permesso vivere, in quale università potrà andare e se potrà unirsi o meno al Partito dei lavoratori.

Ogni persona, fin dalla nascita, ha diritto ad accedere al sistema di razionamento pubblico delle merci, che in teoria fornisce a ognuno ciò di cui ha bisogno. In pratica, però, questo programma funziona molto male.

Una curiosità riguarda il sistema sanitario del paese. Sebbene il suo livello sia molto arretrato, le vaccinazioni sono al contrario efficienti e coprono quasi tutta la popolazione.

L’istruzione

Il percorso dell’istruzione primaria inizia quando un bambino ha cinque anni. Il sistema educativo nordcoreano è intriso dell’ideologia statale e della propaganda di partito. Ogni bambino viene istruito con il massimo rispetto, se non venerazione, nei confronti dei leader del paese: il fondatore dell’odierna Corea del Nord, Kim Il Sung, e l’attuale leader supremo, Kim Jong Un.

Fin dai primi anni di scuola viene insegnato chi sono i nemici del paese: gli imperialisti americani, i giapponesi e i sudcoreani.

Il sistema scolastico nordcoreano è costituito da due fasi. La scuola primaria è chiamata “scuola del popolo” e quella secondaria “medio alta”. Tra le materie insegnate vi sono la lingua coreana, la matematica, la letteratura e l’etica socialista. Le lingue straniere, come l’inglese e il russo, sono insegnate dalla scuola secondaria.

Tutti i cittadini, indipendentemente dal fatto se stati nell’esercito o meno, possono scegliere di andare all’università. Circa un sesto della popolazione è iscritta agli atenei del paese. L’istituzione più prestigiosa è l’Università di Scienze e Tecnologie di Pyongyang, creata da Kim Jong-il, in cui tutti i professori sono stranieri, tranne sudcoreani.

Non sono tanti coloro che scelgono volontariamente di diventare professori, dal momento che nessuno può lasciare il campus senza permesso e non riceve uno stipendio. La maggior parte di essi sono fondamentalisti cristiani, sponsorizzati dalla loro chiesa.

L’istruzione superiore dura solitamente cinque anni e vi sono due titoli accademici: “candidate” (chunpaksa) e “doctor” (paksa).

Il Partito

In Corea del Nord si diventa cittadini maggiorenni a 17 anni, e si riceve un documento di identità differente, a seconda che si abbia la residenza nella capitale Pyongyang o altrove. Il tipo di documento stabilisce quanta libertà di movimento sia consentita. Coloro che non vivono a Pyongyang non possono lasciare il paese senza l’autorizzazione dello stato.

Una volta raggiunta la maggiore età si ottiene il diritto al voto. Una volta giunti al seggio elettorale, ci si inchina di fronte al ritratto del leader e si infila il voto nell’urna. Dal 1958 a oggi non c’è mai stato un singolo risultato elettorale contro il candidato ufficiale.

“Se vivi in ​​Corea del Nord, il fattore più importante che determinerà il corso della tua vita è se diventare un membro del partito”, scrive il giornalista Fyodor Tertitskiy sul Guardian.

Il Partito dei lavoratori della Corea, più che un vero partito, è una grande struttura burocratica che controlla ogni aspetto della vita del paese. I nordcoreani che scelgono di arruolarsi nel partito, ed entrare così nell’elité del paese, lo fanno per evitare i lavori fisici più pesanti.

Del partito, oltre i burocrati, fanno parte gli ufficiali dell’esercito, la polizia e la polizia segreta. Diventare un membro del movimento politico è l’unico modo per aspirare ad una posizione sociale elevata. Per accedervi, e unirsi a più di 5 milioni di membri, si ha bisogno di due raccomandazioni di coloro che già ne fanno parte e dell’approvazione del comitato organizzatore locale. Si diventa membri a tutti gli effetti solo dopo un anno.

Dove va chi fugge dal paese

Guidata da Kim Jong-un dal 2012, la Corea del Nord è un regime totalitario che continua a mantenere i suoi cittadini in uno stato di ignoranza, nel timore di essere mandati in un campo di concentramento per il fatto di ascoltare trasmissioni radiofoniche straniere. L’agenzia centrale coreana di notizie (KCNA) è la sola fonte di notizie ufficiali per i media.

Il rapporto di Reporter sans frontieres dice che ultimamente le autorità coreane stanno mostrando una maggiore flessibilità nei confronti dei media internazionali, consentendo a più giornalisti stranieri di coprire gli eventi ufficiali.

Uno spaccato di vita nordcoreana è possibile averlo dai racconti di chi è fuggito all’estero. In un articolo pubblicato su The Conversation, Alexander Dukalskis, professore all’University College di Dublino, riporta una ricerca svolta negli ultimi sei anni, durante la quale ha intervistato 60 nordcoreani.

“Questi studi sono importanti per la comprensione della vita dei nordcoreani”, spiega il ricercatore aggiungendo che la realtà del paese asiatico è ben più complicata della narrazione semplicistica che ne fanno i media. “Così come gli abitanti di qualsiasi paese, i nordcoreani hanno aspirazioni per se stessi e per le loro famiglie e le loro opinioni sono complesse e talvolta contraddittorie. Alcuni sostengono il loro governo, altri sono disinteressati o scettici, mentre altri lasciano il paese in cerca di una vita migliore”.

Decine di migliaia di persone hanno lasciato la Corea del Nord negli ultimi 20 anni, e attualmente più di 30mila nordcoreani vivono in Corea del Sud.

Lasciare il paese non è facile. Coloro che scelgono di partire, spesso pagano un intermediario che li aiuti a entrare in Cina, dove, una volta arrivati, si trovano a vivere in condizioni precarie. Se le autorità cinesi li scoprono, li rimandano a casa. Alcuni riescono a rimanere, altri invece attraversano il confine avanti e indietro per trafficare prodotti tra i due paesi.

Nel 2016 il regime ha intensificato gli sforzi per bloccare la fuga dei suoi cittadini in Cina, tramite barriere ai confini e stringenti controlli sulle comunicazioni telefoniche, come riferisce Human rights watch.

Coloro che scappano dalla Corea del Nord, finiscono per diventare schiavi in Cina e Russia. Secondo un recente rapporto del Dipartimento di Stato Usa, la Cina non ha preso le misure necessarie per porre fine alla propria complicità nella tratta di manodopera schiavile, inclusi i lavoratori forzati provenienti dalla Corea del Nord che si trovano nel paese.

Altri ancora, dopo essere arrivati in Cina, tentano di raggiungere un paese terzo, e lì provano a raggiungere un’ambasciata sudcoreana. Ma è la Corea del Sud la meta più ambita. Quando le autorità nordcoreane scoprono che qualcuno è fuggito all’estero, il resto della famiglia viene sottoposto a una sorveglianza speciale.

I motivi che spingono i nordcoreani a fuggire sono per lo più economici. Chi parte va alla ricerca di condizioni di vita migliori, per se stessi e per le proprie famiglie. Mandare i soldi in patria o semplicemente comunicare con i propri parenti avviene tramite canali clandestini.

Non è vero però che i nordcoreani vivano in una bolla, senza sapere cosa succede all’estero. Anzi, è proprio per questo motivo che cercano altrove quello che sanno di non poter avere in patria.

Il regime di Kim Jong-un potrebbe cadere?

Che impatto ha tutto questo sulla autoritarismo di Kim Jong Un? Riuscire a ottenere beni e prodotti dal mercato nero, grazie al traffico con la Cina, potrebbe incoraggiare l’opposizione al regime

Secondo Dukalskis, sì. L’ambasciatore statunitense in Corea del Sud, Victor Cha, sostiene che l’apertura del mercato porterà i nordcoreani a sviluppare valori individualistici, che porteranno alla fine del regime.

Molti stranieri sembrano pensare che la dittatura possa essere abbattuta rompendo il monopolio sull’informazione: una volta che i nordcoreani verranno in contatto con informazioni dal mondo esterno, si renderanno conto che il loro governo dispotico gli sta mentendo.

Al momento però, come spiega Dukalskis, il problema è che la Corea del Nord rimane uno stato straordinariamente repressivo e sembra che l’opposizione collettiva al governo sia quasi interamente assente. Chi si sente oppresso dal regime preferisce scappare all’estero piuttosto che rimanere e opporsi.

“Con le tensioni geopolitiche estremamente elevate, è fondamentale che tutti i soggetti coinvolti ricordino che la Corea del Nord è molto di più di armi nucleari, missili e deterrenza. Queste questioni sono incredibilmente importanti, ma hanno anche implicazioni per i milioni di persone comuni sotto il controllo del regime di Kim”, conclude Dukalskis.